22 settembre: domiciliari per chi ha cognome straniero. Chiesto il riesame
L’operazione repressiva legata allo sciopero generale del 22 settembre 2025 al fianco del popolo palestinese e della Global Sumud Flotilla continua a dispiegarsi. Dopo la prima tornata di marzo — 17 indagat*, quasi tutt* con misure cautelari immediate (poi perlopiù rimosse) — e la seconda di maggio — altre 24 persone colpite, 10 misure cautelari di cui 7 arresti domiciliari — emergono preoccupanti novità. A seguito degli interrogatori di garanzia, divenuti obbligatori con la riforma Cartabia del 2022, la GIP ha disposto la conferma degli arresti domiciliari per le persone con cognome non italiano, mentre per le altre, imputate per condotte analoghe, si trovano adesso invece in una condizione giuridica meno restrittiva. Due degli avvocati, che difendono complessivamente più di quindici imputat*, hanno presentato istanza di riesame per due loro assistiti, con l’obiettivo di allineare la loro posizione a quella delle altre persone imputate per gli stessi reati. Va sottolineata, però, una tendenza che attraverserebbe tutto il procedimento.
Il piano giuridico di questa seconda tornata sembra anche più complesso: oltre a resistenza a pubblico ufficiale, lesioni gravi e interruzione di pubblico servizio (reati “condivisi” tra le due tornate), nonché imputazioni legate al lancio di oggetti, tra i capi contestati figura il danneggiamento di bene culturale — le vetrate dei portoni storici della Stazione Centrale. Una qualifica che preclude l’eventuale accesso alla messa alla prova, ovvero l’esito più auspicabile in indagini di questo tipo. Dal momento che la disposizione delle zone rosse e l’applicazione del primo Decreto Sicurezza, nonché una generale tendenza in Italia a colpire chi protesta, rendono estremamente difficile, se non impossibile, ogni altro esito positivo.
La razzializzazione del dissenso
Il risultato, in altre parole, è che persone con posizioni processuali analoghe si trovano davanti a percorsi giudiziari molto diversi, con le persone razzializzate più penalizzate. Senza dimenticare che, per come è conformata la legge in Italia, la condizione giuridica delle persone con background migratorio è di per sé precaria: molti indagati rischiano, infatti, reclusione in CPR ed espulsione coatta dal paese. Il fatto che il 12 giugno entrerà in vigore il nuovo Patto UE Migrazione e Asilo complica sensibilmente l’orizzonte politico.
Come abbiamo segnalato anche nell’articolo Milano, 22 settembre: la seconda tornata di un’operazione repressiva, è particolarmente preoccupante anche l’uso di SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini), che potrebbe essere esteso nel prossimo futuro, dal momento che l’AI Act e lo stesso Regolamento sulla scansione biometrica alle frontiere del Patto UE Migrazione e Asilo, di fatto, liberalizzano il riconoscimento biometrico per casi di “sicurezza nazionale” e “difesa”.
La profilazione razziale da parte delle istituzioni non è un’anomalia in Italia, è strutturale. Le Forze di Polizia a Milano ne danno continuamente ampia dimostrazione: pensiamo al caso dell’orafo Diala Kanté, arrestato durante un controllo con violenza dalle Forze di Polizia, senza alcuna ragione. Pensiamo, anche se i casi sono molto diversi, ad Abderrahim Mansouri, Mohamed Mahmood, Ramy Elgaml e Fares Bouzidi. Senza poter riportare tutti i casi non emersi in superficie.
In questo quadro, vanno citati gli arresti di attivisti palestinesi — i più noti Mohamed Hannoun e Mohamed Shahin — a seguito di indagini estremamente viziate: sia da pregiudizi razziali, sia da pressioni internazionali (l’esempio sono le “fonti”, in seguito ritenute inammissibili, “offerte” da Israele nel caso di API).
Nonché va evidenziato il ruolo che il giornalismo mainstream ha assunto nella creazione del “nemico pubblico”, dunque nel più ampio processo di criminalizzazione del dissenso e del movimento per la Palestina, in supporto della maggioranza di governo (lo abbiamo approfondito nel primo articolo su questa operazione repressiva).
La città di Milano si è già mobilitata
Con l’obiettivo di offrire supporto immediato, attorno alla campagna di solidarietà “Io c’ero” si organizza una rete informale di segreterie legali, che ha preso e prenderà in carico le persone che, non facendo parte di organizzazioni, sono isolate: in gran parte cittadin* razzializzat*. La richiesta è, ovviamente, l’immediata revoca delle misure, nonché una più generale tutela delle persone marginalizzate in questo procedimento.
Il concerto “Io c’ero” di questo giovedì 11 giugno in piazza Leonardo da Vinci è un primo momento di tematizzazione: inserito nella campagna di raccolta fondi omonima per la copertura delle spese legali di oltre venti imputat* del processo per gli scontri del 22 settembre, vedrà present* l* artist* PopX, Missinred, Alchemy FM, Bunna, Resistenza Sonora, nonché ospiterà gli interventi dal palco di Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex GKN), di Nicola Datena (ASGI e Le Carbet), del collettivo Deriva, di Global Sumud Italia, di Immigrital e di Gaza Freestyle. Appuntamento dalle 16, fino a mezzanotte, con anche diversi banchetti di realtà attive nel boicottaggio (come BDS), nel sociale (ARCI), e nella lotta per i diritti umani (Amnesty).
Una momento in continuità con le grandi mobilitazioni del 18 aprile contro l’evento dei Patrioti d’Europa (eurogruppo di estrema destra) Senza Paura. In Europa Padroni a casa nostra, che ha visto oltre trentamila persone in due cortei, per una città migrante e non escludente. Verso un anno di lotta contro il razzismo, strutturale e culturale, che sta sempre più intensificandosi, assieme alla torsione a destra dei governi globali.

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