30 anni fa a Scienze Politiche

Gennaio 2020. Un messaggio su whatsapp mi ricorda che sono 30 anni dalla Pantera. Già, vero, non ci avevo pensato, ma a questo punto la memoria si mette in moto alla ricerca di ricordi, immagini, sensazioni. Vado anche in cantina, dove c’è un vecchio faldone, chiuso da un’eternità. Il faldone è strategico, perché allora il mondo era tutto analogico e cartaceo. Lo apro e saltano fuori volantini, mozioni e… la mitica carta intestata di Scienze Politiche occupata: una Pantera che graffia il Biscione.

 

Gennaio 1990. Palermo aveva già occupato, Roma e altre città stavano occupando e anche nelle facoltà milanesi c’era fermento. Milano non era certamente l’epicentro di quel movimento, altre città dettavano il ritmo della mobilitazione, e forse non poteva essere diversamente. Ma c’era aria nuova, una nuovo disponibilità a partecipare, a costruire conflitto, a mettersi in gioco.

Non che la Milano degli anni ’80 fosse pacificata, ma la sconfitta del ciclo di lotte del decennio precedente pesava parecchio, così come pesavano la repressione, il riflusso, l’eroina, le ristrutturazioni poi sfociate nella deindustrializzazione, la “Milano da bere” e il craxismo rampante. Anche la breve occupazione della Statale del 1987, sebbene fosse stata una salutare rottura di un tabù, in realtà era anche un po’ forzatura.

1987: la copertina del bollettino dei collettivi che racconta l’occupazione della Statale

Ma appunto, c’era aria nuova ben oltre il perimetro dei collettivi, la nascente Pantera era contagiosa, e a fine gennaio anche le facoltà milanesi erano pronte per passare all’azione. Nelle singole facoltà erano in corso mobilitazioni e assemblee da metà gennaio, ma il salto di qualità arrivò con “l’assemblea cittadina delle studentesse e degli studenti della Statale, del Politecnico e dell’Accademia di belle arti di Brera” del 26 gennaio in Statale (intesa come Festa del Perdono).

Con questa assemblea Milano entrò formalmente a far parte del movimento nazionale contro la riforma Ruberti delle università e si posizionò contro i processi di privatizzazioni nel loro insieme e contro le “altre leggi reazionarie”, come la “Craxi- Russo Iervolino” che criminalizzava pesantemente i consumatori di droghe.

Non fu decretata nessuna occupazione dell’ateneo, cosa che spettava alle singole assemblee di facoltà o corsi di laurea, ma il dado era ormai tratto: la sede di Festa del Perdono fu dichiarata aperta per tutto il fine settimana e l’Aula Magna occupata e in assemblea permanente. La Statale, tuttavia, non sarebbe mai stata occupata del tutto.

Particolare della “mozione di mobilitazione” dell’assemblea del 26 gennaio 1990

In quella assemblea fece la sua prima apparizione anche un principio insolito, che avrebbe poi caratterizzato tutte le assemblee milanesi, cioè “il diritto di voto può essere esercitato solo dagli studenti muniti di libretto attestante l’iscrizione”. Un apparente paradosso, considerato che tanti e tante di noi rivendicavano l’apertura dell’università al sociale e criticavano la separatezza tra soggetti, ma alla base di quella decisione vi era una solida ragione di autotutela del movimento. Infatti, l’assemblea cittadina era in realtà iniziata il 25 gennaio, ma era stata letteralmente invasa da truppe cammellate, in gran parte ciellini provenienti dalla Cattolica, il cui obiettivo era far naufragare ogni decisione di mobilitazione.

Erano pronti ad affrontare tempi lunghi e armati di sacchetti pieni di panini. E così, ovviamente, il 25 non si riuscì a decidere nulla, ma il 26, dopo l’adozione del voto con libretto, il problema non si sarebbe più ripresentato.

Particolare del verbale dell’assemblea del 26 gennaio

A Scienze Politiche muovemmo i nostri primi passi seri verso l’occupazione con l’assemblea del 24 gennaio. La mozione approvata definì le caratteristiche politico-organizzative del movimento, che poi sarebbero rimaste a grandi linee le stesse tutto il tempo, e le prime azioni di lotta concrete, con l’occupazione dell’aula 10 e “l’occupazione temporanea della presidenza”.

La lettura di quella mozione ci dice molto sulla natura della Pantera, non solo di Scienze Politiche. C’era anzitutto la formula di rito di tutte le assemblee di allora, cioè il carattere “democratico, pacifico e antifascista” e “indipendente da qualsiasi forza politica”. In realtà, nelle assemblee cittadine si usava “non violento” invece di pacifico, ma a Scienze Politiche eravamo fatti così. E poi, c’era il carattere apartitico (molti studenti meno politicizzati chiedevano in realtà di mettere “apolitico”), che ci ricorda che quel sentimento oggi così diffuso ha origini lontane e che, proprio per questo, andrebbe affrontato in maniera meno banale. L’antifascismo, ovviamente, serviva per tenere lontani i fascisti, che in diverse occasioni tentarono, magari agendo sotto mentite spoglie, di costruirsi uno spazio nel movimento.

Poi c’era il rifiuto categorico di costruire coordinamenti politici e, quindi, vennero definite quattro commissioni con compiti ben definiti, in quanto strumenti operativi dell’assemblea: commissione riforma, commissione stampa e coordinamento, commissione didattica, commissione privatizzazione. Sebbene nella realtà dell’occupazione le cose sarebbero state poi un po’ più complesse, l’articolazione organizzativa formale sarebbe rimasta fondamentalmente quella, con l’unica aggiunta della mitica “commissione bar”, nata attorno all’esperienza di un’aula, trasformata in baretto autogestito.

Infine, l’occupazione della presidenza, con il dichiarato fine di permettere la “diramazione agli studenti mobilitati in tutta Italia e ai mezzi di informazione” delle decisioni dell’assemblea. Già, gli uffici del preside, unico luogo della facoltà dove si poteva trovare quel nuovo oggetto chiamato “fax”, il vero obiettivo dell’azione.

Oggi che siamo tutti social e connessi questa cosa può far sorridere, ma provate ad immaginare per un attimo il mondo di allora, dove l’unico modo per far conoscere un volantino stampato a Milano a un interlocutore di Roma o Palermo era leggerglielo al telefono (fisso), spedirglielo per posta oppure prendere il treno e portarglielo. Ecco, il fax permetteva di far avere in tempo reale ai compagni di Roma, Palermo, Napoli ecc. il tuo volantino e di ricevere il loro. E ogni mattina, durante l’occupazione, la bacheca nel cortile della facoltà sarebbe stata aggiornata praticamente in tempo reale con le mozioni e i volantini provenienti dalle altre facoltà occupate in giro per l’Italia. Praticamente una rivoluzione!

Per questo era strategico occupare prima di tutto la presidenza. Poi si poteva trattare con il preside sull’accesso al suo ufficio, ma il fax non l’avremmo mai più mollato per tutta la durata dell’occupazione.

Per completezza, va detto che in alcune facoltà scientifiche, dove esistevano già i primi pc connessi con quelli di altre facoltà, gli studenti avrebbero sperimentato anche questo mezzo, ma era roba per pochi. Per il resto, si faceva rete con il fax.

Elenco n. fax utilizzato durante l’occupazione di Scienze Politiche

Milano, appunto, non era l’epicentro del movimento, e la partecipazione alle occupazioni e alle lotte variava da facoltà a facoltà. In Statale erano occupate alcune aule e l’Aula Magna, sede anche di feste rimaste nella memoria collettiva, in Città Studi c’erano diverse occupazioni e quella più forte era forse Architettura, mentre Scienze Politiche era sicuramente quella che durò di più: iniziò 31 gennaio e rimase occupata per 50 giorni.

A noi di Scienze Politiche piaceva pensare che avevamo retto di più perché eravamo sul pezzo più di altri, anche se in realtà aveva aiutato non poco che la sede di via Conservatorio fosse più gestibile, meno dispersiva. Rimane comunque il fatto che a Scienze Politiche riuscimmo a gestire politicamente anche la smobilitazione, trattando i passaggi con la presidenza. Così, il 22 marzo del 1990 si chiuse definitivamente l’occupazione della facoltà, ma ottenemmo in autogestione un auletta attrezzata, compreso pc e telefono. Ma qui inizia un’altra storia, quella del CPU (Collettivo Politico Universitario), che sarebbe durata parecchi anni ancora.

Manifestazione nazionale del movimento, Napoli, 17 marzo 1990

La Pantera era un movimento vero e per questo ha segnato e formato le persone che l’hanno vissuto, ha decostruito e costruito relazioni e rapporti, ha fatto crescere. Questo sicuramente è vero per chi scrive, ma è vero anche per una generazione di militanti. Era forse il lascito più importante, insieme al fatto che per molti di noi quel movimento rappresentasse allora una sorta di rottura con gli anni ’80, con la loro pesantezza.

Per il resto, il movimento studentesco si collocò in un momento storico più grande di lui, di transizione tra un mondo che stava morendo e uno che stava nascendo, in Italia e nel mondo. Nel 1990 c’era ancora la Prima Repubblica, il regime democristiano, il PCI, il Muro di Berlino era appena caduto, ma l’Unione Sovietica esisteva ancora, e l’attenzione internazionale, anche dei movimenti, era rivolta al Centroamerica, alla resistenza sandinista, alla lotta di liberazione dei salvadoregni e alle guerre di bassa intensità degli Usa.

Tutto questo sarebbe cambiato, anzi, stava già cambiando. Fu durante l’occupazione che arrivò la notizia che i sandinisti avevano perso le elezioni in Nicaragua e molti di noi piansero quel giorno. Il 1991 iniziò con la prima guerra del Golfo voluta dagli Usa e da allora in poi l’attenzione del mondo si sarebbe rivolta a quell’area. Il PCI cambiò nome a inizio dello stesso anno e in agosto si dissolse definitivamente l’Unione Sovietica. Nel 1992 cominciò Tangentopoli, nel ’93 il leghista Formentini venne eletto Sindaco di Milano e nel ‘94 Craxi scappò in Tunisia e Berlusconi vinse le elezioni politiche.

Studenti di Scienze Politiche, un giorno non precisato del 1990

Luciano Muhlbauer

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