Al referendum costituzionale sulla giustizia ha vinto il No. Di dieci punti
Vince il No al referendum costituzionale sulla giustizia con il 58% dei voti.
Affluenza in controtendenza rispetto agli anni scorsi: il 59%. Ai cinque referendum su cittadinanza e lavoro aveva votato il 30% degli aventi diritto. Vicina la quota delle politiche del 2022: 64%.
Il Governo Meloni ne esce sconfitto, dopo aver costruito una propaganda referendaria fortemente polarizzata, tra fallacie logiche (“Se vince il No gli antagonisti picchieranno i poliziotti”) e ospitate dell’ultimo momento da Fedez e Mr. Marra.
Un parziale stop al progetto di radicalizzazione a destra: il referendum minava infatti, sul piano istituzionale, l’indipendenza del potere giudiziario.

Come scrive Alessandra Algostino in Questo libro è illegale (Altraeconomia, 2025): “il nodo centrale non è la separazione delle carriere in sé, nei fatti già esistente […], ma il fatto che essa crea le condizione per un indebolimento e assoggettamento della magistratura all’esecutivo. Da un lato, stanno la modifica alla composizione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo che assicura l’autogoverno dei giudici, con il suo sdoppiamento (magistrati giudicanti e magistrati requirenti), nonché l’istituzione dell’Alta Corte […]; dall’altro l’introduzione del sorteggio per scegliere i componenti […]. L’intento di squalificare i giudici […] e “normalizzare” la loro funzione […] si coniuga con la volontà sottesa alla separazione: porre sotto il controllo dell’esecutivo i pubblici ministeri, favorendo un rapporto privilegiato con la Polizia giudiziaria e aggirando l’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dalla Costituzione a garanzia dell’indipendenza della magistratura, dell’imparzialità e dell’uguaglianza”.
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