Claudio, Giannino e le giornate d’aprile del ’75

Aprile 1975, l’omicidio di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi.

Esattamente dieci anni fa chi scrive questo articolo dava una mano per costruire ed ospitare a ZAM l’iniziativa “Sotto il cielo d’aprile” messa in piedi per ricordare le figure di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi e la loro tragica fine per mano di fascisti e carabinieri nella primavera del 1975. Di quella iniziativa molti serbano un vivido ed emozionante ricordo con le note di Stalingrado degli Stormy Six che risuonavano in via Olgiati.

Nei ricordi delle generazioni politiche che si sono susseguite a Milano nei decenni ci sono alcune giornate che rimangono nella memoria.
Che sia un ricordo in termini positivi o negativi, se interrogati, quasi tutti vi sapranno rispondere su cosa stavano facendo in determinate momenti.
E’ così per il corteo in cui morì l’agente Annarumma, per il giorno della strage di piazza Fontana, per l’assalto alla Prima della Scala nel dicembre ’76, per i fatti di via De Amicis, per i funerali di Fausto e Iaio, per il 16 agosto 1989 in via Leoncavallo 22, per il 10 settembre 1994, per l’immenso corteo notturno del 25 luglio 2001 pochi giorni dopo il massacro di Genova, per la notte in cui morì Dax, per l’11 marzo 2006 o per il Primo Maggio NoExpo.

Uno dei momenti che rimangono indelebilmente impressi nei ricordi di quasi tutti sono le giornate d’aprile del 1975. Una serie di eventi capaci di costituire un elemento fondante della celebre “memoria collettiva” del movimento.
Qui sotto alcune testimonianze, raccolte da persone oggi e allora diversissime, chi all’epoca stava nel MS e chi in Autonomia, chi oggi fa il sindacalista e chi invece si è riscoperto sovranista, chi all’epoca faceva il cane sciolto e chi è finito nella lotta armata.
E’ impressionante come il ricordo sia comune ed accomunante:

“Di quel giorno ricordo distintamente i carabinieri che ci sparavano addosso dalla caserma di via Fiamma…”.

“Arrivo in testa al corteo appena in tempo per vedere la coda dei servizi d’ordine che entrano in via Mancini. Poi si sente una lunga serie di botti delle molotov…”.

“Ad un certo punto mi sono ritrovato come un pirla, nel fumo dei lacrimogeni, abbracciato ad un semaforo, con questi giganteschi camion militari lanciati a tutta velocità, che mi sfioravano…”.

“Entriamo uniti intonando slogan – facendoci scudo con un’auto in folle – la celere concentra il tiro sui finestrini della macchina che scoppiano in mille pezzi. (…) Scappano sparandoci lacrimogeni e gli ultimi proiettili”.

“Ero appena tornata a lavoro dopo lo sciopero della mattina quando alla radio dettero la notizia che, durante gli scontri in corso XXII Marzo c’era stato un morto, con M., senza dire niente al capo, corsi fuori dall’ufficio. Dovevo vedere…e capire cosa era successo”.

“Il camion ha sterzato, è sceso dal marciapiede ed ha puntato il ragazzo. Per un lunghissimo attimo l’ho visto finire contro la rete metallica che avvolge il muso del mezzo. Subito dopo gli è scivolato sotto. Il camion non ha rallentato. Quando ho rivisto il ragazzo era tutto sangue. Più in là, a quasi due metri, il cervello…”.

“Da quel giorno, i fascisti non hanno più osato farsi vedere in giro per Milano. Ma a che prezzo!”.

“Guardavo la carta d’identità per crederci. Zibecchi Giannino. Pio. Leggevo e restavo inebetito. Riconoscevo adesso la giubba di panno, la camicia… Non avevo il coraggio di girarlo, di guardarlo in faccia. Guardavo il povero corpo devastato e pensavo. E adesso? Tutto finito? Le ragazze, i sogni, il futuro, la vita. Tutto era perduto!”.

“Secondo me quelle giornate sono state determinanti nella scelta di tanti di passare ad un livello di scontro più alto, molto più alto. Vabbé…ci siamo capiti”.

Ma facciamo un salto indietro a quasi cinquant’anni fa.

L’assalto alla sede provinciale del MSI in via Mancini il 17 aprile 1975.

Il 16 aprile 1975, un gruppo di ragazzi, reduci da una manifestazione per la casa viene affrontato da un nucleo di fascisti in piazza Cavour. Antonio Braggion, noto picchiatore nero, spara uccidendo Claudio Varalli, giovanissimo studente di Bollate, figlio di operai.
La notizia fa il giro della città ed in pochissimo tempo in piazza Cavour si riuniscono migliaia di persone.
Per il giorno successivo i sindacati dichiarano un primo sciopero antifascista.
La manifestazione del 17 aprile è imponente. La parte più militante del corteo si muove verso la sede provinciale del MSI in via Mancini (luogo di partenza di mille scorrerie squadriste).
L’assalto è durissimo e la Polizia viene messa in fuga.
Proprio in quel momento un’autocolonna dei Carabinieri proveniente da piazza Cinque Giornate entra a folle velocità in corso XXII Marzo spazzando il corteo.
Giannino Zibecchi viene travolto ed ucciso da un camion dell’Arma.
La tensione non scema.
Il giorno dopo nuovi giganteschi cortei in città.
Ai funerali di Zibecchi parteciperanno decine e decine di migliaia di persone.
E centinaia di migliaia di lavoratori bloccheranno la città per lo sciopero antifascista pochi giorni prima del 25 Aprile.
Anche il resto dell’Italia sarà percorsa da manifestazioni molto tese.
A Torino una guardia giurata ucciderà il militante di Lotta Continua Tonino Micciché.
A Firenze la Polizia sparerà uccidendo il giovane del PCI Rodolfo Boschi.

Quei giorni infuocati saranno un vero e proprio spartiacque che vedrà l’irrompere sulla scena di una nuova generazione di giovani e giovanissimi militanti (qualcuno direbbe anche di un nuovo soggetto sociale), diversi da quelli che avevano infuocato le piazze dal Sessantotto in poi e che saranno i protagonisti principali del movimento del ’77.

* foto di Uliano Lucas

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Una replica a “Claudio, Giannino e le giornate d’aprile del ’75”

  1. Claudio e Giannino non erano figure eccezionali, erano due ragazzi come eravamo noi, uniti dalla passione politica e dalla speranza di migliorare il mondo.
    Quei giorni hanno lasciato un segno profondo nella storia di Milano, giorni che costrinsero ad aprire gli occhi e a capire definitivamente con cosa e chi avevamo a che fare.
    Oggi ricordare Varalli e Zibecchi significa ispirarsi a quella storia per costruire assieme alle nuove generazioni una società che garantisca a tutti una vita, un lavoro e un futuro dignitosi.
    E una società che ripudi la guerra in tutte le sue forme.

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