Come convincere una partita Iva che la proprietà comune è meglio di un taser

Il contributo di Diego di Macao al dibattito sulla metropoli lanciato da MiM.

Poiché sappiamo che non esistono letture innocenti, diremo subito di che lettura siamo colpevoli. Leggiamo il diritto e lo facciamo da attivist_.
Abbiamo imparato che, quando vista dalla prospettiva del potere, la Legge precede il reale, pensa di determinarlo e reprime le sue deviazioni. Quando invece ci assumiamo un’altra prospettiva, il diritto si presenta come qualcosa di vivo che procede per via induttiva, interpreta i movimenti reali e cerca di comprenderne e cristallizzarne le conquiste di volta in volta. Questa non è una dialettica interna al pensiero de_ giurist_, ma una lotta che si gioca sul terreno dei rapporti di forza materiali e dell’egemonia culturale. Ciò comporta che affrontare la questione del diritto significa, in primo luogo, determinare avanzamenti sul piano della realtà sociale e, solo in secondo luogo, lottare perché si impongano anche sul piano delle carte.

Il primo ottobre è uscito un articolo interessante su Labsus di Ettore Battelli, poi ripreso da Che Fare, sul tema delle occupazioni culturali e del concetto di proprietà.
E’ interessante perché si pone in complicità con la nostra lettura e lo fa mettendo in causa il concetto giuridico di proprietà e la sua relazione con il diritto alla città.
E’ interessante perché, in sintonia con alcune sentenze (per esempio, recentissima, quella che riguarda Lume), sancisce che il diritto alla città precede la proprietà e la limita, sancisce il fatto che la nuda proprietà non può essere esercitata senza responsabilità sociale, che essa non consente al proprietario di imporre un vuoto degradato alla città e che, anzi, il fatto di produrre un vuoto, legittima l’azione della cittadinanza che si attiva per restituirlo, pieno, al contesto urbano.
Tutto ciò diventa ancora più stringente se il bene considerato è pubblico. Questo perché, quando un bene è pubblico, la sua proprietà è della cittadinanza e l’istituzione ne detiene solo la delega alla gestione, in modo da garantire alle persone una città in cui esercitare il proprio diritto ad essere felici.

In questo senso, questi articoli e queste sentenze dicono che quando il vuoto è creato da un edificio pubblico, sia sul piano della legalità sia sul quello della legittimità, chi si attiva per riempirlo sta ricostituendo un diritto leso da un’Amministrazione Pubblica che ha fallito nel suo mandato.

Proviamo però a fare un passaggio oltre quanto, per esempio, sancito dalla sentenza di Lume.
Essa indica che occupare uno spazio inutilizzato al fine di sollecitare l’Amministrazione all’uso che dovrebbe avere, non costituisce un reato.
Ma quando la cittadinanza si attiva per riempire un vuoto urbano, il pieno che ne deriva non è solo denuncia del vuoto precedente è anche costitutivo di qualcos’altro. Ovvero l’insieme dei desideri, le relazioni, l’immaginario, le pratiche che chi si attiva ci riversa dentro. In questo movimento, potenzialmente, c’è la vita intera: la proiezione pratica di un altro modo di stare insieme, di cooperare, di produrre; la realizzazione, in nuce, di un altro modo di produzione basato sui Commons.

Allora se la denuncia dei vuoti può essere nomade e temporanea, il processo di costituzione di soggettività che sottende un Common, invece, ha bisogno di crescere nel tempo, di consolidarsi, di radicarsi e, nel farlo, non si propone solo di suggerire alle Istituzioni un modo diverso di disegnare la città o di avanzare le esigenze a cui dovrebbero dare delle risposte. Esso stesso si costituisce in risposta, proponendosi come un altro disegno in essere, fondando “nuove Istituzioni” e aprendo un immaginario in cui tante altre persone possono proiettare i propri desideri, scoprirsi a loro volta, allargare e arricchire una tela comune.

La questione che potremmo porci qui e ora insieme è: come si tiene in vita tutto questo, in un momento in cui il la Legge si presenta principalmente come lettura del Potere, ovvero come forza repressiva, e in un momento in cui le istituzioni milanesi, che si suppongono altro dalle logiche del Decreto Sicurezza di Salvini, sembrano ribadire di giorno in giorno la loro estraneità a questo discorso?

Bisogna continuare a sfidare le Amministrazioni ma, al contempo, è urgente costruire strumenti in grado di renderci sempre più autonom_ da esse.
Negli anni, in molti luoghi del movimento, sono stati creati mezzi di produzione e infrastrutture di consumo basate sull’alleanza di produttori come Fuorimercato. Sono state sperimentate organizzazioni finanziarie con le monete sociali, come Faircoop, implementati strumenti per assicurarle e per scalarle, come Bank of the Commons, e testate forme di redistribuzione del valore basate sul Basic Income, come CommonCoin a MACAO. Sono stati messi a punto strumenti capaci di sfruttare l’autonomia finanziaria delle persone per trasformare la proprietà privata in proprietà comune, e per incidere sui processi di gentrificazione delle città, come l’esempio di Mietshauser Sindikat in Germania.
Tutti questi tentativi di trasformazione reale, da una parte, vivono una frammentazione che ne sfavorisce l’efficacia, dall’altra, hanno le potenzialità di rappresentare insieme un disegno autonomo di città e di società in cui aspirare a vivere.

Per questo, oggi, è urgente uscire dalla fase delle sperimentazioni e iniziare a mettere in comune e a sistema tutto questo.
Dopo anni di lavoro, è giunto il momento di avere il coraggio di guardare dall’alto ciò che si sta facendo e di immaginare la potenza di un disegno congiunto.

Ciò che un’esperienza come Mediterranea dimostra è che si possono fare le manifestazioni antirazziste ma, insieme, si deve poter salpare il mare.

Diego Weisz, MACAO

SPECIALE “DIBATTITO SULLA METROPOLI”

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