Gaza – Baci di dama dietro le sbarre

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Veniamo accolti in una delle quattro celle del carcere femminile di Gaza dalle lacrime di una giovane ragazza ventiduenne. Piange raccontandoci che non potrà sostenere il prossimo esame della facoltà di giornalismo in quanto priva di scorta.

Il carcere femminile di Gaza ospita ventidue donne e tre bambini. Le cause principali di detenzione sono: adulterio, attività sessuali precedenti al matrimonio ed infine, anche se con una percentuale estremamente residua, l’utilizzo di sostanze stupefacenti.

Purtroppo per le giovani donne che vivono nella magnifica e forte Palestina, aver commesso adulterio o atti sessuali al di fuori del matrimonio, può comportare reazioni molto forti da parte delle famiglie, specialmente da padri e fratelli. Vengono rinnegate violentemente rischiando anche la morte ed è qui che entra in gioco l’istituto penitenziario. Il carcere per queste donne rappresenta una forma di protezione per scampare al linciaggio dalle famiglie. Queste giovani donne palestinesi subiscono il regime carcerario senza avere alcuna colpevolezza. Questa situazione è figlia di un’inaccettabile mentalità che purtroppo, qui a Gaza, non si è ancora abbattuta definitivamente.

All’interno del carcere vengono svolte diverse attività: una di queste ha l’obiettivo di garantire loro la libertà in sicurezza. Si cerca, attraverso la comunicazione con le famiglie di portare ad un cambiamento nel proprio pensiero e nella mentalità che li spinga a riaccogliere la figlia in casa. Vengono poi effettuati diversi laboratori manuali, quali: punto croce, cucina, uncinetto e creazioni di borse e quadri. Gli oggetti creati dai laboratori vengono poi venduti per permettere alle donne di procurarsi indipendenza economica e per potersi garantire un’autonomia.

Siamo riusciti ad entrare all’interno del carcere con un’obiettivo per il laboratorio di pasticceria: la creazione dei baci di dama. Scelta effettuata con un cenno di tono provocatorio. Le quattro giovani ragazze, oltre ad aiutare la creazione dei biscotti, scrivono scrupolosamente su alcuni fogli l’intera ricetta. Nonostante la reticenza iniziale, data anche dall’atteggiamento delle secondine, piano piano l’atmosfera si è riscaldata e si è creata una complicità dal profumo di mandorle tritate e cioccolato fuso.

Abbiamo preso visione dell’inaccettabile situazione vissuta da queste donne, riuscendo ad entrare direttamente nelle celle per parlare con loro. La struttura fatiscente del carcere ospita al terzo piano quattro celle in un piccolo e stretto corridoio. Le donne ci hanno accolto inizialmente con la stessa diffidenza, che dopo poco tempo ha lasciato spazio a brevi racconti di vita: una giovane donna ci mostra i suoi articoli di giornale, altre i propri meravigliosi lavori fatti ad uncinetto e punto croce. In una cella vi sono anche tre piccoli bambini che timidamente si avvicinano e ci battono il cinque. Sono i figli di una di loro anch’essi costretti a vivere all’interno delle mura del carcere perché non riconosciuti dalle famiglie.

Questa è stata solo la prima di molte altre visite che desideriamo fare. Continueremo nel tempo a tenere i contatti con chi si impegna quotidianamente per aiutare queste giovani donne ad uscire da una situazione di ingiustizia.

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