Il bombardamento mediatico a tappeto contro il no alla guerra

Dall’inizio della guerra nell’est Europa, coloro che in Italia si sono espressi contrari all’invio di armi in Ucraina sono stati etichettati come ingenui, irresponsabili, filo-putiniani, inutili, anti-europeisti.
Chiedere che i soldi del PNRR e dei privati cittadini italiani venissero investiti in sanità, scuola, formazione e lavoro non è possibile, perché a nome dell’Italia il Presidente Mario Draghi ha già proceduto all’invio in più tranche di armi, uomini e veicoli militari. Tutto secretato.

I telegiornali e i salottini televisivi non hanno dubbi sull’utilità di inviare armi per arrivare alla pace, consapevoli delle loro bugie e con argomentazioni piuttosto forzate. Le storie romantiche e romanzate del battaglione Azov asserragliato nell’acciaieria di Mariupol si mescolano alle autoconvinzioni per cui grazie alla NATO stiamo dimostrando che l’Europa esiste ancora, è viva, è unita!

Responsabili di questa retorica sono la maggior parte dei quotidiani nazionali, che non svolgono più il lavoro di informazione obiettiva e inchiesta, ma ricercano in maniera ossessiva di estrapolare della cronaca rosa da fatti terribili di guerra.
Quanti articoli sono usciti sulla bambina ucraina con il fucile in mano e il dolcetto in bocca, e quanti ne abbiamo letti sulle armi inviate in Ucraina? Repubblica.it si spreca negli elogi alle scelte belliciste, in articoli su strategie militari e prepotentemente favorevoli alla NATO.

Nonostante non conosca frontiere il mercato delle armi italiane, le testate giornalistiche nazionali al livello di la Repubblica o la Stampa passano da articoli in cui minimizzano l’intervento italiano in questa guerra ad altri in cui elogiano e stra-analizzano quei due dettagli che ci è dato sapere su questi milioni spesi in armamenti.
Si può produrre ovunque e vendere a chicchessia, utilizzando aziende controllate con sede dall’altra parte dell’oceano.

Analizziamo una di queste aziende italiane rinomate nella produzione di veicoli militari:
L’Iveco Defence Vehicle S.p.A. (e anche Iveco D.V.), azienda leader nella realizzazione di veicoli blindati, oltre agli stabilimenti di Bolzano e Sete Lagos in Brasile, ha sedi a Piacenza e Vittorio Veneto. È controllata dalla holding industriale e finanziaria italo-statunitense CNH Industrial con sede legale ad Amsterdam. Iveco ha anche costituito con Leonardo spa, gigante nazionale della difesa, il Consorzio Iveco Oto Melara (Cio), una joint venture che produce autoblindo Centauro II e veicoli di combattimento fanteria Vbm Freccia. Solo negli ultimi due anni Cio ha venduto 96 Centauro II e 46 Veicoli Blindati Medi all’Esercito italiano, oltre ad averne forniti a Spagna, Giordania e Oman.
A novembre 2021 si è svolto l’EGYPT DEFENCE EXPO, una fiera di compravendita e esposizione di armi dove i mezzi di IVECO Defence Vehicles sono stati venduti alle forze armate di Italia, Germania, Tunisia, Argentina, Belgio, Brasile, Filippine, Francia, Germania, Giordania, Libano, Norvegia, Olanda, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Ucraina e USA.
John Elkann, rampollo della famiglia Agnelli, Presidente e Amministratore Delegato della Exor N.V., una holding di investimento con sede in Olanda.
Exor è interamente controllata dalla famiglia Agnelli, e i loro principali investimenti includono anche la compagnia di capital good CNH Industrial (sì, proprio la holding che controlla l’Iveco D.V.), il gruppo riassicurativo PartnerRe, la casa automobilistica Ferrari, la società calcistica Juventus, il settimanale The Economist e il gruppo editoriale Gedi, quest’ultimo proprietario dei quotidiani la Repubblica, la Stampa e il Secolo XIX, di una catena di quotidiani locali e di varie emittenti radiofoniche.

I veicoli armati non sono l’unico business nel quale è attiva Exor.
Il sopra citato gruppo Gedi edita tre quotidiani nazionali: la Repubblica, la Stampa e il Secolo XIX. Inoltre ha in pancia 13 testate locali: Il Tirreno, Messaggero Veneto, Il Piccolo, Gazzetta di Mantova, il Mattino di Padova, la Provincia Pavese, la Tribuna di Treviso, la Nuova di Venezia e Mestre, Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena, la Nuova Ferrara, Corriere delle Alpi e la Sentinella del Canavese. Fanno parte del gruppo anche il settimanale l’Espresso (e altri periodici) e tre emittenti radiofoniche nazionali (Radio Deejay, Radio Capital e M2o), vero fiore all’occhiello del bilancio del gruppo. Naturalmente i quotidiani hanno anche delle versioni digitali, e fanno capo a Gedi anche Huffingtonpost.it e Business insider.

Per dirla senza girarci troppo intorno: Il presidente e finanziatore di diversi quotidiani e radio nazionali è anche amministratore delegato di una holding (Exor) che investe – tra le tante cose – in società responsabili della costruzione e della vendita di mezzi da guerra.

Siamo etichettati come filo-putiniani o pacifisti perbenisti da “giornalisti” che lavorano per testate giornalistiche economicamente e convenevolmente filo-guerra.
E mentre tutto questo accade, non si dimentichi che ci sono almeno 50 conflitti nel mondo. Perciò il volume dell’esportazione di armi italiane continua indefesso anche verso lo Yemen, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Durante la pandemia sono stati autorizzati export per un valore complessivo di circa 845 milioni di euro verso l’Arabia Saudita, cui si aggiungono gli oltre 704 verso gli Emirati Arabi Uniti (fonte: Amnesty International).

Il governo italiano – terzo attore antagonista oltre il gruppo Gedi e le aziende belliche – in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina ha deciso di aumentare le spese militari al 2% del Pil, si calcola circa 38 mld all’anno, per adeguarsi agli standard richiesti dalla NATO.
Tra chi potrebbe giovare sul fronte economico di questa situazione – spiega anche il Fatto Quotidiano – c’è John Elkann, numero uno di Exor, la holding che gestisce anche la Juventus in Serie A.
Insomma, a giornali, aziende belliche, governi conviene mantenere avanti una retorica che distrae il singolo dalla consapevolezza che l’industria bellica contribuisce ad aumentare le ricchezze dei soliti noti, sulla pelle di popoli che ogni giorno vengono bombardati mediaticamente sull’importanza di una guerra giusta.
Come se ci fosse giustizia nel decidere di soffiare sul fuoco senza coinvolgere nella decisione gli elettori, in questo caso quelli italiani, che si sono visti entrare in guerra senza deciderlo neanche per sbaglio.
L’Italia potrebbe avere un ruolo centrale nella diplomazia, se solo la smettessero al governo di assumere l’atteggiamento da bulli celoduristi.
Devono smetterla di emulare principalmente gli Usa, di mostrarsi condiscendenti rispetto alla loro mentalità da “esportatori di democrazia e salvatori del mondo”.

Basta bussiness delle armi e controllo dei media.
Basta NATO.
Basta guerre del cazzo.

Nassi LaRage

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