Io, che nell’80 avevo già 22 anni

Nel ricordare la strage di Bologna, a 40 anni da quel 2 agosto, è importante contestualizzare l’allora periodo storico, sia a livello politico e sociale sia per i tanti militanti politici che vissero quel passaggio tra gli anni ’70 agli anni ’80.

Per me il passaggio tra i due decenni fu una vera e propria interruzione perché dopo due anni di tentativi per evitare la chiamata militare, nel maggio 1979 fui costretto a partire, fortunatamente dal 1976 la leva si abbassò da 18 a 12 mesi, perciò fino al maggio 1980 vissi questa esperienza lontano da Milano.

In un anno i cambiamenti furono sostanziali, per esempio il lavoro; dalla fine del 1977 lavoravo come dipendente assunto alla tipografia del Quotidiano dei Lavoratori (quotidiano di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria) con la mansione di fotografo, quando tornai il Quotidiano del Lavoratori era diventato un settimanale e io restai senza lavoro.

Un altro cambiamento fu la militanza sia in Avanguardia Operaia sia nel collettivo del proletariato giovanile di Rozzano, prima della partenza nonostante le molte difficoltà era ancora attivo sul territorio, mentre nel resto di Milano era ormai scomparso da oltre un anno, ma la crisi era evidente e non c’era verso di fermarla, infatti un anno dopo al rientro da militare non era rimasto più nulla.

Il riflusso dalla politica era già iniziato alcuni anni prima, per fattori diversi, la repressione dei movimenti, la dissoluzione delle principali sigle delle organizzazioni extraparlamentari, la scelta di alcuni di prendere in mano le armi, l’eroina, una minore partecipazione alle lotte sociali e un isolamento politico dovuto a un accordo tra le due principale forze politiche di allora nel nostro Paese, infine, l’arretramento sindacale che portò a una delle più drammatiche sconfitte proprio nel 1980 alla FIAT con l’affermazione della Maggioranza Silenziosa che con il pretesto della crisi si fece paladina del ritorno al lavoro contro gli “scioperanti”. In realtà fu la strategia del padronato per dividere i lavoratori che dalle lotte collettive passarono alle scelte personali individuali e di conseguenza alle sconfitte.

In sostanza tutto ciò che c’era negli anni ’70 nei primi anni ’80 non c’era più e questo lo si viveva anche a livello personale, sulle cose più semplici come la musica.

Nei primi anni ’70 le novità musicali diverse da “cuore e amore” furono i gruppi rock inglesi e americani che arrivarono timidamente nelle nostre radio e poi con i concerti dal vivo, ma intorno la metà di quel decennio si affermarono nuovi modelli musicali, per farla breve con un esempio pratico i brani dalla durata infinita passarono al minuto e mezzo massimo due della musica punk.

In Italia di quella esperienza musicale arrivavano solo lontane notizie, lette sui pochi periodici di settore, qualche disco portato da chi era stato a Londra e le prime creste o abbigliamenti che per l’Italia di quegli anni erano incomprensibili, ricordo un mio amico che lavorava in prova in Alfa Romeo costretto ogni giorno a un cambio di look per non farsi licenziare immediatamente.

Così anche io con i miei amici partimmo per City ad ascoltare dal vivo le band nei pub o negli scantinati, al famoso Marquee che iniziò ad ospitare alcuni concerti punk dopo aver fatto conoscere i mostri sacri del rock di tutto il mondo.

La prima volta fu nel ’77 e poi l’anno seguente, per andare ad ascoltare i Clash nel loro pub di Notting Hill, ci accompagnavano le immagini degli scontri con la polizia a Brixton, o per acquistare magliette e dischi nel negozio di Siouxie, quando ritornai a Londra nell’autunno del 1980 anche lì tutto era diverso.

Il 2 agosto dello stesso anno ero a Milano, avevo appena trovato un lavoro dopo il militare così non potevo permettermi delle vacanze, vidi tutti i miei amici partire. Tra l’altro, quel poco di collettività del nostro circolo del proletariato ancora resisteva con vacanze comuni.

Era sabato e perciò non lavoravo, sentii la notizia a Radio Popolare e accesi subito la televisione vedendo queste immagini sconvolgenti di un piazzale della stazione completamente distrutto e le notizie di decine di morti e feriti.

Il governo era presieduto da Francesco Cossiga, quello che mandò la polizia a uccidere Giorgiana Masi il 12 maggio 1977 quando era Ministro degli Interni, mentre il Presidente della Repubblica era Sandro Pertini l’unico politico che non venne contestato in visita a Bologna perché l’unico a dire fin da subito che si trattò di una azione criminale, mentre Cossiga e il governo in un primo momento parlarono della classica caldaia esplosa, come per piazza Fontana.

Questa prima versione della caldaia favorì i depistaggi, l’occultamento delle prove dalla scena della strage e permise la fuga dei responsabili fuori dall’Italia, proprio perché non si indagò fin da subito sulla ipotesi di un attentato.

In effetti per certi aspetti fu una bomba inaspettata, perché da tempo il fascismo stragista aveva lasciato spazio allo spontaneismo violento dei singoli, illusi che si potesse ribaltare la Repubblica con una dittatura. Dopo la strage di Brescia, quel fascismo che aveva pianificato le stragi come leva per una dittatura sul modello greco in Italia sembrava ormai svanito, la stessa strage sul treno Italicus del 1974 aveva dinamica diverse.

Anche se per i più attenti fin da subito era evidente la pista stragista, l’Unità il giorno dopo parlò di una rivendicazione dei NAR e puntò il dito verso i fascisti, si delineò un coinvolgimento dell’allora SISMI il servizio segreto militare italiano, ma questi depistaggi andarono avanti per anni portando sempre più lontana la verità e ancora oggi a distanza di 40 anni emergono sempre nuovi protagonisti, l’ultimo evidenziato nella puntata di Report del 27 aprile 2020 dal titolo “Il virus del neofascismo”, dopo che il 9 gennaio sempre del 2020 Gilberto Cavallini è stato condannato all’ergastolo per concorso in strage, ma sono certo che non è finita qui.

Purtroppo in Italia per troppe volte si è sottovalutato il pericolo del fascismo, lo è stato fatto in occasione della marcia su Roma, è successo subito dopo la Liberazione dove non si è avuto il coraggio di togliere dai gangli vitali delle istituzioni: sindaci, prefetti, questori, forze di polizie e dell’esercito, magistrati, funzionari e così via, che avevano avuto a che fare con il fascismo, tutti sarebbero dovuti essere sostituiti con persone che avevano combattuto conto il fascismo, ma non solo, si è permesso a Giorgio Almirante di fondare il MSI insieme ad altri gerarchi e non si può raccontare che fu una svista, considerando che Almirante aveva firmato “La difesa della razza” o come altri che si erano distinti in azioni criminali durante il ventennio.

Molti lo hanno sottovalutato allora e molti lo sottovalutano oggi, qualcuno, quando si raccontano fatti che mettono insieme funzionari dello Stato, ufficiali dell’esercito, uomini dei servizi segreti, parlamentari e neofascisti, ti guarda con un’aria di sufficienza perché sembra che stai raccontando un film di spionaggio.

Ma quando nel 1965 a Roma presso l’Hotel Parco dei Principi, tre giornalisti di destra con l’Istituto Pollio organizzarono un convegno con i soggetti sopracitati, qualcuno crede che sia una rimpatriata tra amici ma invece si costruiscono le basi per sovvertire il Paese in salsa greca, perché è con le stragi e con il terrore che si creano le condizioni per una svolta autoritaria.

Infatti nella seconda metà degli anni ’60 le bombe esplodono, i fascisti sono violenti davanti a fabbriche e scuole, gli attentati aumentano in modo esponenziale, ma le cose non vanno come i fascisti pensano, a Milano e a Brescia dopo le stragi il popolo reagisce in modo composto e i politici non sono in grado di mettere in atto quelle politiche autoritarie che il fascismo stragista pensava, cioè uccidere civili dando la colpa ai comunisti o agli anarchici che erano in prima linea nelle lotte per il lavoro, lo studio e i diritti, in modo da fare arretrare le lotte e reprime con leggi specifiche sostituendo l’attuale assetto democratico.

Per questi motivi lo stragismo fascista diventa spontaneista e non si fida più della politica e dei servizi segreti, decidendo una strada solitaria, anche se le simpatia da pezzi dello Stato non sono mai venute a mancare, che proprio a Bologna evidenzia tutta la sua devastante criminalità.

Su tanti aspetti, tagliati in questo articolo un po’ con l’accetta ci sarebbe da raccontare ancora molto, anche se molto è stato raccontato da persone più esperte di me.

Il 1980 in qualche modo è da considerarsi uno spartiacque, non solo perché a cavallo di due decenni, ma perché si portò dietro il peggio nonostante le tante cose belle e importanti prodotte dalle lotte e dalle conquiste sociali del decennio precedente, invece sappiamo tutti quali valori hanno preso piede negli anni ’80, di cui ancora oggi ne paghiamo ancora le conseguenze.

Un compagno milanese

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