La mancata rottura del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv svela l’ipocrisia della sinistra italiana sulla Palestina
“Gli italiani sono pronti a sostenere le persone palestinesi finché questa lotta non intacca le loro strutture di potere”. Me l’ha detto tempo fa un’amica gazawa, rifugiata in Italia, che si scontra tutti i giorni con un razzismo istituzionale talmente forte che anche di fronte a un genocidio le procedure burocratiche continuano a produrre l’impossibilità di ottenere documenti e accoglienza: tutto questo non è un effetto collaterale, ma l’impianto voluto per produrre l’esclusione. Eppure non si tratta solo di questo, perché l’altra faccia delle strutture potere è anche la difficoltà a fare a meno dell’atteggiamento umanitario che vede nelle persone palestinesi delle vittime da salvare e non delle compagne di una lotta globale contro la guerra, il genocidio e il colonialismo.
Le lotte delle piazze pienissime dello scorso autunno e la costanza delle persone in piazza ogni sabato chiedevano proprio di cambiare questo stato di cose, di trasformare la solidarietà emotiva ed umana in politica. Non a caso, infatti, le richieste guardavano alla responsabilità dei governi nel rendere possibile il genocidio e alla complicità resa evidente dai legami economici con Israele. Per questo le proposte di recidere accordi, gemellaggi, relazioni non era solo una richiesta simbolica, ma un modo per incidere sulle strutture di potere che hanno reso possibile l’impunità di Israele. La dimensione politica risiede proprio nel chiedersi quali sono i legami che qui costruiscono le basi di quello che succede in Palestina: blocchiamo tutto era un modo per dire di non voler essere complici.
La scelta di sospendere il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, in questo quadro, sarebbe stato un modo di mettere in discussione le gerarchie che vedono come naturale un legame con uno stato che viene considerato occidentale, vicino, familiare, costruendo allo stesso tempo una diversa relazione con la Palestina e con le persone palestinesi in Italia. Non sarebbe stato, cioè, una chiusura: ma il segno di una scelta chiara e l’apertura di un nuovo orizzonte (come chiesto anche dalle persone israeliane contro l’occupazione). E questo sarebbe il senso più profondo di un’istituzione: dare fondamento a relazioni sociali che già esistono e radicarle in modo che possano durare nel tempo. Mentre continuano a cadere le bombe su Gaza e i coloni proseguono la loro strategia di pulizia etnica in Cisgiordania, riconoscere che la normalità che le istituzioni sorreggono è parte del problema diventa sempre più urgente.
di Carlotta Cossutta
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