La vittoria argentina: lotta, sorellanza, transfemminismo, decolonizzazione

Molto più di un’intervista.

Le risposte a queste domande vengono da un lavoro di confronto collettivo reso possibile da una compagna argentina di Non Una di Meno Milano, A. che ringraziamo dal profondo.

Vi invitiamo ad un’attenta lettura, nonostante la lunghezza, perché non si parla unicamenete della recente vittoria che ha visto l’Argentina il secondo paese in Sud America a ottenere finalmente il diritto all’Interruzione Volontaria di Gravidanza pubblica, sicura e garantita, bensì del movimento femminista in quella regione e dell’analisi rispetto al passato coloniale.

Buona lettura.


Quali sono le tappe principali che hanno portato a questa vittoria?

Le lotte per l’aborto in Argentina hanno una lunga storia. Possiamo dire che dagli anni ’60, con l’interruzione delle dittature militari, le donne si sono organizzate in modi diversi.

Nella transizione democratica degli anni ’80 del XX secolo, le organizzazioni per i diritti umani si unirono alla lotta.

Fu creata la Sottosegreteria delle donne all’interno del Ministero della Salute, il primo ente pubblico che discuterà di politiche di equità, violenza o disuguaglianza sul posto di  lavoro nell’ambito dei diritti umani.

Sono entrate a formare parte del movimento donne tornate dall’esilio che avevano avuto la possibilità di formarsi secondo le teorie delle lotte femministe. Iniziarono gli Incontri Nazionali delle Donne, che da allora si tengono ogni anno in diverse città del Paese e che di anno in anno hanno visto aumentare il numero di partecipanti.

Negli anni ’90 comincia a prendere forma la Commissione per il Diritto all’aborto, che ha svolto un ruolo centrale nelle rivendicazioni, sia a livello parlamentare che nelle strade, sindacati e altri spazi. Senz’altro tutto questo si deve a quelle donne fondatrici della Campagna per “l’aborto legal, seguro y gratuito” che sono sempre state nelle strade raccogliendo firme all’angolo di Rivadavia y Callao di fronte al Parlamento Nazionale.

Gli effetti sociali, economici e politici della crisi del dicembre 2001 segnano una svolta nella lunga storia del movimento per il diritto all’aborto in Argentina. La mobilitazione generale dei settori colpiti dalla disoccupazione e dalla povertà estrema, e dai settori intermedi espropriati dei loro risparmi a causa della svalutazione dell’economia vedono un aumento della partecipazione delle donne alle proteste e alla gestione della povertà: le donne diventano protagoniste delle strade, si organizzano per sopravvivere e si mobilitano anche per ottenere contraccettivi e preservativi.

 Voci che difendono i diritti delle donne emergono dalle assemblee popolari e di quartiere.

Il 30 ottobre 2002, il Parlamento approva la Legge 25.763 sulla salute sessuale e la procreazione responsabile, che obbliga i servizi sanitari pubblici a fornire informazioni e libero accesso ai metodi contraccettivi a tutta la popolazione che lo richiede.

Da quella storia di lotte, da quello spirito di assemblea, dal recupero delle pratiche politiche femministe di massa, è emersa nel 2005 la Campagna nazionale per il diritto all’aborto legale sicuro e gratuito per lottare per la legalizzazione e la depenalizzazione dell’aborto. Oggi sono più di 500 le organizzazioni che formano parte con senso federale.

La prima volta che il  progetto di legge è stato presentato al Parlamento è stato nel  2007 e successivamente in altre 7 occasioni, ma non è stato mai stato affrontato.

Il 14 giugno 2018 per la prima volta viene trattato il progetto nella Camera dei Deputati, occasione in cui ha ottenuto una parziale approvazione con 129 voti favorevoli, 125 contrari e 1 astensione. Il progetto di legge sarà poi respinto dal Senato il 9 agosto 2018 dopo che 38 senatori votarono contro e 31 a favore.

Il 17 novembre del 2020 per la prima volta nella storia argentina un presidente invia un progetto di legge al Parlamento per legalizzare l’aborto. È la prima volta che lo Stato riconosce l’aborto clandestino come un problema di salute pubblica e giustizia sociale e che si impegna a fornire una soluzione nel quadro del diritto alla salute e dei diritti umani.

La causa, intrapresa dal partito al governo, è il risultato di decenni di lotta femminista.

Il Presidente della Repubblica Alberto Fernández annuncia così l’invio in Parlamento : “Invierò due progetti di legge al Congresso in modo che le donne possano godere del diritto alla salute in senso ampio. Il primo legalizza l’interruzione volontaria di gravidanza e garantisce che il sistema sanitario ne consenta lo svolgimento in condizioni igieniche che tutelino la salute e la vita. Il secondo istituisce il programma di mille giorni per rafforzare l’assistenza sanitaria completa per le donne durante la gravidanza e per i loro figli e le loro figlie nei primi anni di vita. È dovere dello Stato difendere i cittadini in generale e le donne in particolare e nel XXI secolo ogni società deve rispettare la decisione individuale dei suoi membri di disporre liberamente dei propri corpi. Non vivo in pace con la mia coscienza sapendo che se una donna deve abortire e non ha le possibilità economiche, finisce nelle mani di un guaritore che la può ferire o uccidere. Perdonatemi, ma l’ipocrisia non è mai andata d’accordo con me”.

Cosa significa questo momento per l’Argentina?

È un momento storico per i diritti umani delle donne, un grande trionfo per il movimento femminista.

Ha vinto il sì alla possibilità di scegliere, di decidere sui nostri corpi, affinché lo Stato implementi politiche pubbliche su un problema di salute.

Dopo più di quattro decenni dai pañuelos delle Madres, il pañuelo torma a riunire donne che, nonostante le  diverse generazioni e la diversa richiesta, scendono in piazza a combattere perché riconosciute come soggette autonome e padrone del proprio corpo. Perché se si è imparato qualcosa dalla nostra storia, è che i    diritti si conquistano con la lotta.

Con l’approvazione di questa legge l’Argentina dice addio alla gruccia, ai ferri da maglia, al prezzemolo, alle sonde. Dice addio alle cliniche clandestine e al senso di colpa che comporta l’illegalità. E, soprattutto, si dice addio alla disuguaglianza che ha fatto sì che i soldi facessero la differenza tra un aborto clandestino in una clinica privata o uno nel cortile di casa senza le condizioni minime di igiene o sicurezza.

Come diceva Dora Codelesky “Non è solo una risposta alla morte delle donne, è qualcosa di molto più profondo che tocca l’uguaglianza, la democrazia, la libertà”.

L’aborto sicuro e l’accesso alla salute questo 30 dicembre 2020 hanno cessato di essere un privilegio di classe.

Cosa significa per Latinoamerica?

È un progresso significativo per i diritti umani delle donne, ragazze, bambine e persone gestanti nella regione. Rappresenta una pietra miliare per il movimento femminista diventando il più grande paese dell’America Latina a legalizzarlo, un passo storico che ispirerà i movimenti femminista di altre nazioni a seguirlo.

L’Argentina si unisce così a un piccolo elenco di paesi e giurisdizioni che consentono l’interruzione della gravidanza e che include Uruguay, Cuba, Città del Messico, lo Stato messicano di Oaxaca, le Antille e la Guyana Francese.

La criminalizzazione dell’aborto non ha contribuito a ridurre le interruzioni delle gravidanze, al contrario ha portato ad aborti clandestini e non sicuri. Questa legge rappresenta un passaggio cruciale per l’eliminazione della discriminazione di donne, ragazze, bambine e persone gestanti.

Significa una vittoria per il movimento delle donne argentine dopo diversi decenni di lotta e incoraggia le aspettative che altri paesi decideranno di legiferare a favore dell’interruzione volontaria della gravidanza in un continente conservatore e dove la chiesa cattolica ha una grande influenza.

L’Alto Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha celebrato il voto e ha ricordato che la maggior parte dei decessi causati da aborti si verificano in paesi che limitano o puniscono questa pratica, costringendo le donne a procedure non sicure.

Amnesty International ha dichiarato che il “risultato, funge da ispirazione in modo che altri paesi della regione e del mondo avanzino nel riconoscimento dell’accesso all’aborto legale e sicuro”.

Molto resta da fare per garantire i diritti al più alto livello di salute sessuale e riproduttiva. Ora è di vitale importanza che la legge sia applicata in tutto il paese e non sia ostacolata dai dogmi religiosi.

Quali sono i punti fondamentali della legge?

  1. È sancito il diritto delle donne e delle persone con altre identità di genere con la capacità di gestazione di decidere di interrompere la gravidanza, richiedere e accedere alle cure per l’aborto e ricevere assistenza post-aborto nei servizi del sistema sanitario.
  2. L’aborto sarà consentito fino alla quattordicesima settimana compresa del processodi  gestazione. Al di fuori di questo periodo può essere effettuato solo in caso di stupro o se è in pericolo la vita o la salute integrale della gestante.
  3. Le donne e le persone gestanti hanno il diritto di accedere all’interruzione della gravidanza nei servizi del sistema sanitario, entro un termine massimo di dieci (10) giorni dalla loro richiesta.
  4. Nel caso di una minore con età inferiore ai 13 anni, deve esserci il consenso e l’assistenza di almeno uno dei loro genitori o rappresentante legale.
  5. Nel caso di adolescenti tra i 13 e16 anni, devono essere accompagnate da un riferimento affettivo, non necessariamente i genitori.
  6. Prima di eseguire l’aborto è necessario il consenso informato della gestante espresso per iscritto.
  7. L’operatore sanitario che deve intervenire direttamente nell’interruzione della gravidanza ha diritto di esercitare l’obiezione di coscienza. Per fare ciò, deve mantenere la sua decisione in tutti gli ambiti, pubblici e privati, in cui esercita la sua professione, e indirizzare in buona fede la paziente affinché venga curata da un altro professionista in modo tempestivo, senza indugio.
  8. I centri sanitari privati ​o di previdenza sociale che non dispongono di professionisti per eseguire un aborto per obiezione di coscienza devono prevedere e provvedere al rinvio in un luogo con caratteristiche simili, dove la prestazione venga effettivamente effettuata.
  9. Il personale sanitario non può rifiutarsi di interrompere la gravidanza nel caso in cui la vita o la salute della persona incinta sia in pericolo e richieda cure immediate e urgenti.
  10. Non si può sostenere l’obiezione di coscienza per rifiutare di fornire assistenza sanitaria post aborto. Il mancato rispetto dei requisiti per esercitare il diritto all’obiezione di coscienza comporterà, a seconda dei casi, sanzioni disciplinari, amministrative, penali e civili.
  11. Il sistema di salute dipendente dai sindacati che forniscono cure mediche ai lavoratori, i soggetti senza copertura medica che aderiscono all’assicurazione sanitaria tramite adesione, monotributistee prepagate private devono includere una copertura completa e gratuita per l’interruzione volontaria della gravidanza.

Che emozioni hai provato?

Ho pianto.

Ho pensato alle compagne in piazza, all’abbraccio che mi sono perso. Nel 2018 ero stata insieme a loro quando il Senato a negato la possibilità di uscire dalla clandestinità.

Ho ricordato l’angoscia di accompagnare amiche ad abortire in posti orrendi.

Quando è arrivata l’ora di votare dopo 12 ore di discorsi davanti alla Tv sono andata a svegliare mia figlia. Era un momento storico per il mio paese e volevo condividerlo con la persona che oltre ad amare profondamente mi ha fatto capire il senso che la maternità sarà desiderata o non sarà.

Ho sentito aria di libertà e orgoglio per la gioventù del mio paese.

Qual è stato il percorso che ha portato alla formazione di un movimento internazionale come Ni Una Menos?

Il movimento Ni Una Menos è l’erede di una lunga tradizione di lotta nel nostro paese per i diritti delle donne. In questo percorso non si può non citare l’unità delle femministe degli anni ’80 che, nel fervore della ripresa della democrazia, hanno saputo inserirsi nell’agenda pubblica e conquistare leggi importantissime come quella della patria potestà condivisa (già presenti nella Costituzione del 1949, deposta dal Colpo di Stato del ’55) e del divorzio.

Il movimento organizza dal 1986 gli incontri nazionali delle donne che hanno permesso lo sviluppo di un   movimento femminista crescente e variegato condividendo problemi ed esperienze di lotta e organizzazione collettiva delle donne di tutto il paese, partecipando anche a compagne dei paesi vicini.

Da questi spazi, come già accennato, sono nate diverse iniziative, come la Campagna Nazionale per il Diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito (2005) e le lotte contro la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, le rivendicazioni lavorative, l’educazione sessuale globale e contro la violenza di genere.

Negli ultimi anni, e dalle indagini informali condotte dal movimento delle donne, si cominciò a rendere visibile con più forza quanto rappresenta la violenza patriarcale, che toglie la vita di una donna ogni 30 ore.

Questo sfinimento sociale è stato evidente grazie alla massiccia convocazione del 3 giugno 2015, in cui più di 200.000 persone, tra cui gruppi femministi, organizzazioni politiche, sindacali e sociali, attrici, attori, rappresentanti della cultura, giornalisti hanno detto basta alla violenza sessista.

Questo movimento per combattere la violenza contro le donne ha avuto diversi traguardi. Nel 2009, quando è stata approvata la legge globale per la prevenzione, la penalizzazione e l’eliminazione della violenza contro le donne. Successivamente, nel 2012, quando si incorpora al Codice Penale la figura del femminicidio come fattore aggravante al reato di omicidio.

Quanto la questione coloniale e post coloniale sia fondamentale per i femminismi del Sud?

I movimenti femministi latinoamericani sono il prodotto del colonialismo e della ribellione contro quest’ultimo. La resistenza al genocidio e alla schiavitù indigeni, alla violenza sessuale della colonizzazione, alla negazione della propria cultura, così come la scarsa considerazione delle capacità di conoscenza, sono stati assi di riflessione.

Una delle caratteristiche principali del femminismo del Sud è che approfondisce la propria riflessione partendo dalla materialità dell’esistente, ossia dalle condizioni specifiche di subordinazione delle donne, in particolare delle più vulnerabili.

In questo senso, si riconosce che le donne non sono un gruppo omogeneo o stabile nel tempo e nello spazio. Il soggetto “donne”, come categoria politica, si basa sulla concretezza del reale, su memorie e storie di subordinazione diverse, ma anche su molteplici esperienze di resistenza e di lotte. È da questa diversità di esperienze che i femminismi contribuiscono a visioni di emancipazione che trascende il semplice quadro liberale dei diritti.

Queste visioni spiegano precisamente la molteplicità delle oppressioni che le donne subiscono, così come lo stretto legame che c’è tra l’oppressione patriarcale e l’oppressione razzista, di classe, eterosessista. I femminismi con radici nel Sud producono così nuove interpretazioni che analizzano la costituzione del potere da quest’altro punto di vista.

I femminismi dall’America Latina e dai Caraibi hanno contribuito a nuove categorie di analisi dal punto di vista decoloniale e postcoloniale generando una conoscenza profondamente radicata nelle nostre realtà.

In questo modo, il femminismo, come pensiero politico e come movimento sociale, è stato critico rispetto al modello di democrazia liberale, al capitalismo e alle sue pratiche di accumulazione, alla matrice coloniale, all’eteronormatività e a tutti i sistemi di organizzazione sociale costruiti sulla base delle gerarchie.

Da queste prospettive, il femminismo, nelle sue diverse manifestazioni, non solo ha contribuito allo sviluppo di proposte di trasformazione sociale e nuove concezioni di ciò che dovrebbe essere una società democratica e inclusiva, ma ha anche contribuito a nuove prospettive sulle molteplici disuguaglianze che caratterizzano le società della regione. Queste visioni critiche ci permettono di contribuire a nuove pratiche politiche che consentono di incorporare le intersezioni di classe, genere, razza, etnia, età, nazionalità e sessualità nei dibattiti e nelle proposte di cambiamento sociale.

Data la situazione in cui si trovano i popoli latinoamericani in quest’ultimo periodo di ritorno dei governi neoliberali, è urgente elaborare, pensare e produrre teorie femministe decolonizzate che abbiano come centro di riferimento la regione, articolando teoria e pratica per espandere i diritti sommando nuove conquiste a quelle già avute dell’ultimo decennio.

È necessario continuare a costruire la nostra Patria Grande, quella che conosce la sorellanzae la fratellanza che prevalgono tra i popoli latinoamericani per affrontare la neocolonizzazione e i patriarcati locali che ci assediano quotidianamente.

Continueremo con il compito storico di recuperare le nostre pensatrici, la conoscenza di ogni popolo, le credenze che abitano la nostra America, per generare risposte da parte degli Stati, secondo ogni realtà e esigenze di tutte le donne e soggetti oppressi della regione.

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