Milano non è una città per giovani
A Milano più di un minore su dieci — il 12,1% del totale — vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (dati della nuova ricerca di Save The Children). Nascere e crescere in un quartiere piuttosto che in un altro fa sempre più la differenza, e non solo in termini di opportunità, ma anche per quanto riguarda l’accesso ai servizi, agli spazi verdi, alle attività sportive e alle occasioni ricreative gratuite. Bambini, bambine e adolescenti che vivono nelle aree più vulnerabili della metropoli — nelle periferie e in alcune sempre più rare aree del Centro — sono maggiormente esposti al rischio di povertà educativa ed economica. Questo significa famiglie che non riescono a garantire ai figli tre pasti al giorno, il materiale scolastico necessario, cure mediche adeguate, oppure esperienze di crescita come una gita scolastica, un viaggio in famiglia o semplicemente la gestione di qualche euro da spendere con gli amici.
Inevitabilmente lo sguardo si rivolge verso una via di fuga, e non basta sapere che le vie più facili per uscire dalla miseria sono quelle piu pericolose, gli espedienti diventano necessari per sopravvivere.
L’assenza di possibilità economiche, unita alla mancanza di strumenti di orientamento scolastico e professionale realmente efficaci, alimenta la dispersione scolastica, che per molti diventa definitiva. Il mondo del lavoro dignitosamente retribuito appare spesso irraggiungibile, rendendo più semplice l’assorbimento di questa massa di giovani in occupazioni precarie, sottopagate, talvolta senza contratto e quindi prive di diritti e tutele.
Questa situazione si aggrava ulteriormente alla luce delle recenti riforme e trasformazioni del sistema scolastico: dal rafforzamento dei percorsi di alternanza scuola-lavoro (ex PCTO, adesso FSL) fino alla progressiva riduzione degli investimenti strutturali nella scuola pubblica e nel sostegno psicopedagogico. Misure che rischiano di accentuare le disuguaglianze territoriali e sociali, indirizzando precocemente gli studenti delle classi popolari verso percorsi lavorativi meno tutelati.
Il governo Meloni continua quindi a portare avanti politiche contrarie alle necessità delle fasce più povere e delle nuove generazioni, privilegiando gli interessi dei grandi gruppi economici e il mantenimento dello status quo sociale.
L’assenza di prospettive da parte delle famiglie povere produce una rincorsa continua all’emergenza quotidiana: chi è costretto a sopravvivere arrangiandosi giorno per giorno, immerso nella precarietà e nella miseria, fatica inevitabilmente a immaginare e programmare un futuro a lungo termine.
È proprio dentro queste difficoltà personali e collettive che diventa necessario alzare lo sguardo: riconoscersi negli altri che vivono la stessa condizione — e a Milano sono sempre di più — e provare a costruire un cambiamento che superi l’isolamento individuale e affronti le cause strutturali del problema.
Sulla piaga della povertà giovanile a Milano, Save the Children ha realizzato la ricerca “I luoghi che contano”, da cui emergono i dati sopra citati e una fotografia netta delle disuguaglianze educative e territoriali presenti nella città.
In questo panorama di crescente miseria meneghina, le richieste e le risposte dal basso continuano a essere le stesse da decenni: investimenti nell’edilizia pubblica e popolare, finanziamenti adeguati alla scuola pubblica, orientamento scolastico libero da logiche classiste e razziste. Ma anche accessibilità reale alle attività sportive, sostegno psicologico ed etnopsicologico per giovani e famiglie, riqualificazione dei luoghi di incontro e aggregazione; l’eliminazione delle cosiddette “zone rosse”, che rendono aree di Milano militarizzate e inaccessibili per una parte di popolazione, e il riconoscimento di centri sociali, spazi occupati e luoghi ibridi come presìdi capaci di mantenere viva una socialità accessibile, solidale e alternativa alle logiche di mercato che da anni trasformano Milano in una città sempre più esclusiva ed escludente.
di Nassi LaRage
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