L’ultima Pasqua

di Roberto Tumminelli (da www.pernondimenticare.com)

Nell’anniversario dell’omicidio di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi riproponiamo un racconto tratto dal sito Pernondimenticare sulle tragiche giornate dell’Aprile 1975. Claudio Varalli fu ucciso a colpi di pistola in Piazza Cavour da una squadraccia fascista il 16 Aprile 1975 mentre tornava da una manifestazione per il diritto alla casa. Il giorno successivo una grande manifestazione antifascista percorse le vie della metropoli cercando di raggiungere la sede provinciale del Movimento Sociale Italiano di Via Mancini. Seguirono duri scontri con le Forze dell’Ordine. Verso la fine degli incidenti un’autocolonna dei Carabinieri composta da camion e jeep entrò ad alta velocità su Corso XXII Marzo proveniente da Piazza Cinque Giornate “spazzando” il corso e salendo anche sui marciapiedi per sgomberarli dai manifestanti. In questa manovra Giannino Zibecchi fu travolto e ucciso da un camion dell’Arma.

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L’ultima Pasqua

La sala piena di gente aveva una sua stabilità e consistenza nel centro. Nella gran parte dei posti a sedere occupati la marea umana era tranquilla, increspata solo dalle espressioni dei volti. Ai lati scorreva il fiume di quelli che entravano e uscivano, ragazzi che si muovevano di continuo, si fermavano brevemente, chiacchieravano, salutavano, facevano tutte quelle cose che si fanno nelle assemblee e che impediscono in modo quasi assoluto di seguire gli interventi. È proprio dei giovani questo ininterrotto andare e venire privo di scansioni, un fluire senza tempo, senza soste e senza attimi di riflessione, indistinto alternarsi di chiacchiere futili, grandi speranze, ideali sovrumani. È un giardino incantato, la giovinezza, dove tutto sembra possibile, persino la penombra brilla di promesse scintillanti e ogni rivolo, ogni sentiero sembra possieda insolite seduzioni. E non è certo un territorio inesplorato, ci siamo passati tutti, tutta l’umanità è passata di lì.
La parte di umanità che mi circondava nella luminosità artificiale dell’Aula Magna della Statale di Milano aveva esattamente questo aspetto frivolo e impegnato che tanto irrita gli adulti o quelli che si ritengono tali, indispettiti, forse, per aver già dovuto dare l’addio al paese della gioventù.

Stavo lì, assorto in queste meditazioni vaghe e intense, nell’attesa che venisse l’ora di decidere dove andare a cena e con chi, insomma di dare un senso finale alla giornata. E anche di sapere cosa alla fine avremmo deciso in assemblea, non ricordo più su quale cosa importantissima. Mi appariva straordinario e affascinante il volteggiare di scelte, su temi universali che attraversavano l’atmosfera, pesanti e leggere nello stesso tempo, linee luminose a mezza altezza, mentre al nostro livello, ad altezza d’uomo, uomo seduto nel mio caso, si agitava il brulichio delle emozioni, dei più opachi pensieri e desideri individuali, le aspettative personali che ognuno senza troppa sofferenza si ritagliava. Qualcosa di solamente nostro, privato, che determina impulsi a muoversi senza aver ben riflettuto sulle conseguenze, con quell’eccitazione divertita che ti spinge a voler sapere cosa c’è dietro l’angolo, la curiosità che ti fa inseguire il tuo destino, nell’illusione di costruirlo.
È così che a un certo punto cominci a muoverti in modo avventato. Ti agiti, ti metti a fare cose come cambiare lavoro o facoltà, oppure lasciare la ragazza con cui stai da cinque, sei, otto anni. “Lasciare” è un termine che in genere significa “abbandonare”, “rinunciare” a qualcosa o qualcuno, ma che in questi casi perde il suo significato primo, almeno qui da noi, il paese dei balocchi e dell’inconsistenza sentimentale. Qui “lasciare” si trasforma in un faticoso tira e molla nel quale nulla c’è di stabilito e definitivo ma tutto è sempre e di nuovo in gioco, in discussione, specie in questa epoca dell’autocoscienza femminile e maschile, dove nessuno viene abbandonato a farsi i fatti suoi ma anzi tende a diventare oggetto di discussioni socio-politiche, di dibattiti, di processi seriosi che si concludono, solo provvisoriamente, con giudizi sommari e divertenti. Per gli altri, perché tu che ci sei in mezzo cerchi di svincolarti e fuggire come un toro della festa di San Firmin, che sembra che insegua e invece scappa, il poverino.

Così, stava succedendo a Giannino, con tutto il corredo dei guai connessi – “sei stato stronzo”, “poveretta”, “con tutti gli anni che ti ha dedicato”, “era pazza di te” – insomma quel rosario di affermazioni generiche e circostanziate nelle quali la parità fra sessi sparisce, visto che se lei ti ha dedicato alcuni anni tu come minimo le hai dedicato la stessa unità di tempo, un mare di chiacchiere che se stai a sentirle ti fanno uscire pazzo definitivamente. Allora gli suggerivo di non farsi coinvolgere dal dibattito sui cavoli suoi, semmai di cercare di capire cosa veramente voleva, e di farlo, impresa non facile. Ma lui sosteneva concitato che non ci capiva niente. Quando stava con Manu non ne poteva più, se non c’era gli mancava, facevano l’amore e con lei era speciale, “dopo” avrebbe voluto che si incenerisse… o trovarsi all’improvviso alla fermata della 90.
“Ma la Beduina non ti piace da impazzire?” gli dicevo, “me lo hai detto tu.”
E lui spiegava che sì, gli piaceva, lo attraeva, anche per innominabili motivi, poi era una novità da molti punti di vista, però…
“Però?”
“Quando sono con lei penso a Manu, mi chiedo dove si trova, con chi è, se è già stata con un altro.”
“Sei geloso!” dico. “Guarda che non vuol dire che sei ancora innamorato, è il senso del possesso, che fatica ad abbandonarti.”
“Per favore, non mettiamola sull’ideologico” protestava.
“È una categoria dello spirito la “proprietà”,” gli dicevo. “Tutti faticano a liberarsi di qualcosa di proprio, qualcosa o qualcuno che abbiamo a lungo considerato come una parte di noi, fosse anche un vecchio maglione…”
“Non potresti, ogni tanto, smettere di fare il professore? Non riesco a vivere questa cosa come una semplice separazione… abbiamo vissuto anni belli… abbiamo diviso tutto, le nostre vite si sono fuse, e adesso… è una diserzione, ecco come mi sento, un disertore… All’improvviso mi è apparsa come un ostacolo, ho sentito l’impulso a mollare tutto… Proprio così,” e fece il gesto di schioccare le dita.
Comunque fosse, soffriva, e io lo tormentavo con un po’ di grazia, spero, perché mi spiegasse questi innominabili motivi. Lo confesso, ero morbosamente attratto dagli “innominabili”, mi immaginavo torbide liturgie amorose, procedure sulfuree, giochi pericolosi, eros satanico… Lui sorrideva, mi guardava e taceva.

Si era da poco accucciato a bisbigliare con me che finalmente decidiamo, noi dell’assemblea, per la manifestazione del giorno dopo. Stanchi dell’attività politica assorbente che più o meno da sette anni ci stravolgeva la vita, eravamo entrambi vittime di un vago desiderio di edonismo, di godercela, di non restare inchiodati al lavoro, alla città, alla passione politica. Si solidificava il desiderio di andare su un’isola greca, oppure a Cuba, per rimanere un pochino impegnati anche al sole, per toccare con mano il lider maximo, comunque per toglierci dalle palle.
Anche io avevo preso una delle mie decisioni avventate, e avevo smesso di frequentare Lucrezia. Ma non ero stato coinvolto nel terribile tira e molla come Giannino, era una interruzione di rapporti senza pentimenti, irrevocabile, sancita da un addio straziante ma inesorabile. Anche perché la decisione l’aveva presa lei. Solo che la mia storia durava solo da sei mesi e Lucrezia non viveva con me.
Giannino invece viveva con Manu. Viveva, al passato, è proprio il caso di dire, perché da qualche mese, attraverso una serie di quasi impercettibili movimenti verso l’indipendenza, era riuscito a ridurre i tempi di questa convivenza. Ormai dormiva da lei solo due volte alla settimana e la crisi era esplosa nel momento di contrattare il passaggio a una. Non vi è nulla di più codardo dell’uomo in certe situazioni.
“Le ragazze hanno più coraggio, sono autentiche nei rapporti, quando finisce, finisce, spesso all’improvviso” così diceva Giannino riflettendo sulle sue paure, “loro ti mollano senza pentimenti. Un bel giorno tutto è finito – fascino, gusto, interesse, soddisfazione – tutto quanto. Paf! Io invece sto qui a angosciarmi e contorcermi indeciso su tutto, geloso della nuova situazione e della vecchia, impotente a controllare un bel niente.”
“A Pasqua andiamo in montagna? Così, nel frattempo, puoi masturbarti bene il crapone per decidere con quale delle due andare.”

Manu era molto brava. Lo faceva impazzire, perché era la prima a dirgli di fare quello che si sentiva, di non preoccuparsi, che lei se la sarebbe cavata, che lo amava ma capiva… che lui doveva fare la sua vita. E questo lo destabilizzava, più che se si fosse messa a implorarlo di non lasciarla. Questo atteggiamento di equilibrata autonomia, di sobria gestione del dolore, di rispetto per le scelte altrui, forse era solo una abile tattica, ma di certo lo spiazzava, spostava il baricentro dei problemi dalla sublime incertezza del suo ego, orgoglioso in fondo di suscitare così grandi amorose passioni da permettergli di esitare su scelte fatali, all’interrogativo escatologico – ma lei tromba già con qualcun altro?
“Invece la dovrebbe conservare alla tua memoria?” gli suggerivo.
Giannino mi guardava implorante, divertito e un po’ seccato, ma gli amici ci sono per questo. Sostituiscono lo psicanalista e in più sono gratis.
Aveva il senso dell’umorismo Manu, e una calma tattica quasi rassegnata, una serenità olimpica, accettava tutte le decisioni di Giannino, anche quelle più improvvise e poco meditate. Ricomparse, sparizioni, telefonate notturne, accuse tacite e esplicite. Il vero repertorio del matto. E ogni tanto, molto pacatamente, gli ricordava, ma senza aggressività con voce bassa e intensa: “ma Gianni sei tu che non mi ami più, non io, io ti amo e quando ti vedo sono felice…”
La Beduina invece non la conoscevo proprio, se non di vista, non sapevo nemmeno a cosa fosse dovuto il soprannome. Non era africana ma di Milano, e di una famiglia in vista. Non mi piaceva, fisicamente, ma non è a me che doveva piacere, e Giannino sembrava, non dico preso, ma molto interessato. E poi restava sempre in sospeso la questione degli innominabili motivi.

Qualche anno prima Giannino aveva dato corpo a un altro dei suoi colpi di scena quando aveva mollato improvvisamente il posto di lavoro al grissinificio Gastaldino e mi aveva convocato a casa per aiutarlo a gestirne le conseguenze con sua madre. La gentile e anziana signora mi si rivolgeva con cortese determinazione – “glielo dica lei che sta commettendo una sciocchezza, lei che ha qualche anno di più e mi sembra una persona equilibrata” – Giannino sorrideva sotto i baffi, e la barba. Pensava, il birbone, che due tipi che passavano tutto il tempo libero al Comitato Antifascista del quartiere, in assemblea in Statale, o in giro a fare danni, di equilibrio non sapevano nulla. In particolare io che ero più anziano. Ma Giannino mi aveva chiamato per offrire alla madre il mio volto umano.
Già, perché la distinta signora aveva conosciuto alcuni suoi amici, tipi come Antoilpazzo, Pallino, Zolla e Alfredo, che aveva tutti gli aspetti possibili ma non quello equilibrato. Peraltro l’Alfredo, che si vestiva come un incrocio fra un garibaldino e un Inca nel giorno del sacrificio umano, era la quintessenza della brava persona, con un lavoro regolare e tutto il resto. Ma la mamma di Giannino era legata a certi pregiudizi esteriori, e così Giannino come avvocato difensore aveva pensato a me, il Professore dall’aria rispettabile, anche se un poco sgarrupato da anni di lotta assembleare e stradaiola. Ma portavo giacche di buon taglio e possedevo un certo modino distinto di presentarmi e anche di parlare, senza gli orribili accenti tipici degli altri, lombardo-brianzoli o calabro-siculi. Insomma potevo essere un’arma efficace da usare nell’abitazione di sua madre, nella rutilante via Bergamo.
“Il ragazzo è molto equilibrato, e dietro questo aspetto vagamente bohémien si nasconde un perfetto gentiluomo che sa quello che vuole.” Sì, avevo esordito proprio così e la donna, Aurora si chiamava, ne fu molto rassicurata. Mi aveva gratificato di uno stanco sorriso e mi aveva detto che forse il figlio non era perfetto, ma che era proprio un bravo ragazzo. Certo era rimasta di sasso quando aveva abbandonato il grissinificio dove era assunto come contabile, aveva pensato che un posto sicuro non si lascia e per questo gli aveva manifestato tutto il suo disappunto – “vieni subito che è incazzata nera”, mi aveva detto Giannino – anche perché era difficile trovare un altro posto, anche perché non capiva cosa volesse suo figlio…
Poi si era diffusa nell’esposizione del carattere di Gianni e dell’altro suo figlio, il maggiore, Carlo, e di come Giannino pur più piccolo di due anni fosse tanto più saggio e sveglio… “che il Signore mi perdoni per l’irrimediabilità di questo giudizio, ma è proprio così”. Al punto che era Gianni a essere protettivo con Carlo.
Durante questo racconto, la donna che mi era apparsa sofferente, e come inquadrata in un cono d’ombra, aveva iniziato a illuminarsi, a prendere vita, dissipare l’oscurità e apparire infine quasi contenta. La vittoria della luce sulla tenebra mi aveva eccitato e le avevo comunicato in modo improvvido che Gianni aveva già nel mirino un lavoro adatto alle sue qualità e risolutivo per l’attuale condizione – di disadattato, avevo pensato, ma non fu quello che le dissi – di disoccupato, enunciai, con quel brivido di soddisfazione che si prova quando si dice una bugia a fin di bene.
Giannino era molto soddisfatto di come andava l’incontro, e io mi stavo lentamente spostando verso l’uscita quando la signora Aurora, che mi aveva chiesto – “quale lavoro?” e io avevo fatto finta di essere sordo – forse scossa dal vecchio istinto umano per la caccia, era saettata lungo il lato del tavolo del soggiorno e mi aveva tagliato la strada, intimandomi in tono cortese ma fermo: “E dunque, Professore, quale sarebbe questo lavoro?”
A quel punto mi ero appoggiato alla porta e dovevo proprio avere l’aria di un disgraziato, perché fu Giannino a venirmi incontro profferendo velocemente: “L’insegnante di educazione fisica, mamma!”
L’incontro era finito così, senza morti né feriti, con alcuni rapidi convenevoli e la soddisfazione della madre, che poteva sforzarsi di intravedere in questa nuova prospettiva una promozione rispetto al posto di contabile. Ma il colloquio mi aveva colpito. Anche perché poco tempo dopo la signora Aurora moriva. In quella occasione Gianni mi avrebbe raccontato di essere figlio adottivo, così come suo fratello. E tante altre cose. Di come il padre adottivo fosse molto benestante, dell’accordo presto svanito fra i due genitori e delle difficoltà dell’energica signora Aurora a gestire i suoi marmocchi, che dopo la prematura morte del marito erano anche stati posteggiati in un collegio svizzero. Nel frattempo c’era stato il trasferimento dalla grande casa di via Vittor Pisani all’appartamento di via Bergamo.
Io non seppi fare di meglio che chiedere, come un qualsiasi fesso della televisione, se non era curioso di sapere chi fossero i suoi genitori naturali. “Beviamoci sopra,” riprese Giannino fingendo di non avere sentito, e andammo a bere una birra nella sua nuova casa di corso di Porta Vittoria.

L’attività era intensa e assorbente, come dicono i militari, e noi eravamo sempre in prima linea. Gli anni non erano tranquilli affatto, il Potere non era per nulla contento delle realizzazioni di quegli anni, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, nuovi rapporti nella scuola e nell’università, diritti delle donne, e poi gli americani ormai quasi buttati a mare dai Viet, rivolte dappertutto e tante altre cose. E quando il Potere non è contento, complotta e mette in moto la macchina per uccidere. Come in Cile, due anni prima e con Giannino l’avevamo vissuta al mercatino dei libri usati, facendo la notte col sacco a pelo a soffrire per non poter essere là, insieme a Allende. La sera dopo avevamo anche fatto una rissa con tre cileni che strappavano i nostri manifesti di sostegno a Allende. Una serata indimenticabile, con questi che si giustificavano… Ma anche qui, adesso tirava un’aria preoccupante, e noi c’eravamo proprio in mezzo. Con il comitato in mobilitazione permanente e un via vai di gente, studenti, abitanti del ticinese, medi del Manzoni, genitori che venivano a cercare i figli, il ciclostile sempre in funzione, fogli e volantini ovunque, insomma il caos organizzato. Ma con la non troppo vaga sensazione di girare a vuoto. Chi non girava a vuoto era Giannino. L’avevo visto parlottare fitto con questa Giovannina in un modo che non poteva avere nessun altro contenuto che una storia.

Anche se poi a Pasqua in montagna ci era venuto da solo ed eravamo arrivati a Cervinia per sciare, ospiti di Alfredo e della sua atmosfera on the road. Per sciare, Alfredo sciava, ma noi, nemmeno le vedevamo le piste. Però abbiamo incontrato la Susi, una biondina minuta ed energica, che era lì al campeggio con suo fratello piccolo. A quel punto eravamo diventati inseparabili, ma Giannino taceva sugli innominabili e anche su Giovannina. Così, fra un silenzio e una risata nasceva una grande amicizia con Susi e anche con il fratellino di dieci anni. Il giorno di Pasqua eravamo sul ghiacciaio a chiacchierare guardando lo spettacolo del Cervino nascosto da un mare di nuvole, seduti intorno a un tavolo, come ridanciani cospiratori, nell’aria rarefatta dei tremila.
“Mi fanno impazzire i Viet” diceva, “quelli vincono contro tutti, sono dei guerrieri… però anche noi, a un altro livello lasciamo il segno.”
“Sulle mandibole…” ride Susina, che non è proprio impegnata.
“…Ma no, voglio dire la mentalità…i giovani, la musica, il cinema…”
Insomma, una pesantezza notevole specie dopocena, però poi, tornati a casa di Alfredo, avevamo cominciato a bere e Giannino, che era stato all’isola di Whight per il famoso concerto, e girato il mondo più di Cousteau, aveva un mucchio di cose interessanti da raccontare. E ci aveva incantati con le sue storie, i viaggi in autostop e sacco a pelo, come tutti del resto. Anche Alfredo, non proprio un narratore, diceva la sua. E nella strana atmosfera, pesante di fumo e dei nostri respiri, mi rendevo conto, io più anziano di loro, che il “viaggio”, reale, chimico o immaginario era l’emblema di questa gioventù che si sentiva provvisoria in un mondo che non capiva e che, quando lo capiva, lo rifiutava. Con Manu, Giannino aveva girato l’Europa. Stavano bene ovunque. A Parigi, Amsterdam, Copenhagen, Londra, in Spagna, in Grecia trovavano altri come loro, comunicavano in basic english, facevano amicizia in fretta. On the road, come Kerouac, una nuova umanità alla ricerca-conquista forse ingenua, ma non ridicola, della propria libertà, del mondo, della felicità, “pietre rotolanti” nella storia, “scarafaggi” sociali, esseri improduttivi, ragazzi, compagni, anarchici, freak, marxisti, tutto.
Alla fine eravamo parecchio su di giri, ma stanchi morti. Susi e suo fratello stavano tornando alla loro tenda in mezzo alla neve, e la ragazza, prima di uscire, aveva detto rivolta a noi: “È stata una bellissima Pasqua.” Aveva gli occhi scintillanti.

Al ritorno io avevo una storia microscopica con Susi, Giannino era piazzato con tre ragazze fisse, secondo la formula che ognuna sa di una sola delle altre due, esclusa Manu che sa di tutte e tre. Un intreccio discretamente complicato che Giannino manovrava ormai con accorta perizia. Con una seccante contraddizione, che invece di essere soddisfatto per la felice situazione con le tre ragazze, perdeva tempo per farmi sentire in colpa: “La Susi stava con un compagno, l’ha appena lasciato, a lui potrebbe dispiacere.” È evidente che non era passato indenne attraverso la complicata storia con Manu e le altre. Io il compagno di Susi, chiunque fosse, non lo conoscevo proprio!
Poi penso che in questi anni noi del movimento abbiamo corso molto e che se ci fermiamo ogni tanto a riflettere, sballiamo. Chi in un modo chi in un altro. Io, per esempio, sono ossessionato dall’eterno ritorno, la singolare teoria di Nietzsche per cui ogni attimo che viviamo è scolpito nel marmo dell’eternità e non può essere cambiato, una teoria che inchioda per sempre Gesù Cristo alla croce e condanna in perpetuo le vittime del nazismo nelle camere a gas. Quella già annunciata da Baruch Spinoza, per cui spazio e tempo sono solo i modi che noi abbiamo per attraversare un “essere” “già tutto dispiegato”, e quindi immutabile. Insomma, il trionfo del fato, la negazione della libertà.
Guardo Giannino, e ho un senso di smarrimento. È il tramonto, il cielo azzurro cupo, commovente, le ordinate colonne della corte già in ombra finiscono sullo sfondo dell’arena romana, incendiata dal sole agonizzante. La tenebra e la luce. Lo scenario adatto per una tragedia.
“Dunque le ragazze adesso sono tre!” dico io.
Scoppiava a ridere, Giannino, e scuotendo la testa osservava: “Anche tu sei messo male. Pensi sempre a Lucrezia…”
Seduti sul muretto, cercavamo di districarci fra prese in giro e discorsi seri o quasi. Nel pieno dello stucchevole e quotidiano dibattito ci piombava addosso un trafelato Bubu per annunciare senza inutili giri di parole: “Hanno ammazzato un compagno di sedici anni in piazza Cavour! Gli hanno sparato! Sono stati i fascisti!”
Il compagno di anni non ne aveva sedici ma diciassette. Purtroppo era l’unica imprecisione della notizia. Lo studente era Claudio Varalli, un militante del Movimento Studentesco e il fascista era un vero fascista che sparava sui “rossi”. Eravamo corsi in Statale dove l’assemblea stava votando una poderosa manifestazione di protesta per il 17 aprile, il giorno dopo: per chiedere la chiusura dei covi fascisti e la fine della collusione di polizia e parte della magistratura con i neofascisti.

“Nessuno è innocente”, scriveva Lukacs. Tutti coloro che sono coinvolti nella tragedia del mondo contemporaneo, dai capi di Stato all’ultimo cittadino, se non si ribellano e oppongono, sono complici. E, probabilmente, nemmeno noi siamo innocenti, noi che accarezziamo grandi e vaghe speranze, che ci nutriamo di luminose illusioni, che pensiamo di poter cambiare il mondo con la nostra energia, che chiediamo alla vita di essere bella, avventurosa e soprattutto dissimile da quella dei nostri padri con i suoi riti abbrutenti. Noi, che in quella mattina del 1975 ci rendiamo conto che la battaglia è persa, che l’inerzia del mondo sta per averla vinta, che vediamo gli spettatori, “ignobilmente borghesi”, applaudire all’esito ormai evidente della lotta. Eravamo già stanchi, il vento del “68” sembrava muovere solo foglie morte. “Ho voglia di andare al mare” mi diceva Giannino qualche giorno prima. Eravamo appena tornati dalla montagna!

Alle 6 e 30 del mattino Giannino era già vestito e usciva dalla sua casa di corso Porta Vittoria, quella dove tenevamo la radio che captava le emittenti della polizia durante le manifestazioni. Capelli neri e lunghi, lineamenti regolari, una bella bocca che quando si apriva al sorriso rivelava una chiostra di denti bianchissimi, barba alla “Che”. Giannino aveva anche un fisico asciutto e scattante, era proprio un bel ragazzo. Indossava i jeans, una camicia azzurra e il giubbotto di panno blu, quando si era presentato, alle sette, all’appuntamento davanti al Comitato Antifascista del Ticinese. C’eravamo quasi tutti, Cesare, Bubu, Paolone, Guido, Giovannina, io e tanti altri. Una quarantina in tutto, quella mattina, eravamo lì, al comitato, e poi al liceo Manzoni, e poi nel turbolento corteo e nella fatale piazza Cavour.

Trentamila persone avevano sfilato davanti a via Mancini nel fumo dei lacrimogeni, fra le fiamme delle incendiarie, gli scoppi, gli spari. Noi eravamo arrivati alla fine. Giannino e Alfredo sparivano nella nebbia lacrimogena di via Mancini e ricomparivano a prendere sassi e bottiglie e via per un altro giro.
Eravamo ormai sulla via del ritorno, dalla via Cellini occhieggiavano minacciosi poliziotti e gipponi, la salvezza era dopo piazza Cinque Giornate. Cento metri.

“Andiamo di là” avevo detto indicando piazza Cinque Giornate. Un centinaio di persone, quello che restava del gruppo dei Comitati, si incamminava per l’ultimo tratto di corso XXII Marzo. All’improvviso si materializzava il convoglio dei cc, un gruppo di camion che come dinosauri impazziti imboccavano la corsia centrale, quella degli autobus. Giannino e Cantù si erano proiettati giù dal marciapiede per tirare sassi ai draghi malvagi. L’ultimo camion della fila però non seguiva gli altri, saliva sul marciapiede e tentava di investire il gruppone che se ne stava andando. Vedevo i compagni che si arrampicavano letteralmente sul muro. Luchino, che magro non era, faceva un balzo in alto di due metri. Io ero dietro l’orologio elettrico ma per sicurezza saltavo sulla griglia di un negozio, e l’autista, arrivato all’orologio, riportava il mostro sulla strada. Il marciapiede era adesso deserto, per un miracolo nessuno sembrava essere ferito. Tutti scappavano in Cinque Giornate in salvo. Un vero miracolo, pensavo.
Mi ero appena avviato e c’era una donna che gridava. Era la mamma di Vangelis, uno del movimento, che abitava lì.
“C’è un ferito!”
Più in là, Elio e Fabio con le mani nei capelli.
Un corpo a terra, il volto al suolo.
Un dialogo allucinante.
“Su, portiamolo via!” dicevo.
“Cosa cazzo vuoi portare! Guarda!”
Accanto al marciapiede, a quattro metri dal corpo che lo conteneva c’era il cervello del ragazzo. Proprio così. Il cervello completo. Integro, non so per quale caso, bianco e lucente, compatto. L’immagine era irreparabile, voleva solo dire, il ragazzo è morto, il ragazzo è morto, il ragazzo è morto…
Una disperazione cieca e sorda mi faceva sussurrare rivolto a Elio: “Sai chi è?”
“È Giannino!” urlava singhiozzando, “ecco chi è!”
Guardavo la carta d’identità per crederci. Zibecchi Giannino Pio. Leggevo e restavo inebetito. Riconoscevo, adesso, la giubba di panno, la camicia… Non avevo il coraggio di girarlo, di guardargli la faccia. Guardavo il povero corpo devastato e pensavo, e adesso? Tutto finito? Le ragazze, i sogni, il futuro, la vita. Tutto era perduto!
Elio e Fabio si erano allontanati e non ero riuscito a seguirli.
Adesso la polizia si avvicinava lentamente, a plotoni affiancati. Non riuscivo a staccarmi dal corpo dell’amico. I ps mi tiravano sassi per farmi andare via, ma non ragionavo, avevo solo in testa il cervello di Giannino. Urlavo di smettere che c’era un morto. Loro, si avvicinavano con cautela, come se ci fosse un’atomica. Non riuscivo ad andarmene, anche se avrei dovuto.
Una volta arrivati dove ero io, dove eravamo noi, a quel punto tutti mi sembravano scossi dalla scena che si presentava, nuda, vera, crudele. Una scena quasi surreale. Folle, impensabile. Un corpo privo di vita, più di duecento guerrieri armati, me compreso, intorno al corpo con gli sguardi fissi sul globo opalescente che dominava il palcoscenico quattro o cinque metri più in là, che dava e toglieva significato a qualsiasi rapporto umano, che sembrava non stare più sul selciato ma levitare, incombere sulle nostre teste, diventare gigantesco. Mi rimbombava in mente la teoria dell’eterno ritorno, l’idea che ogni giorno ogni cosa si ripeterà come l’abbiamo già vissuta, e che si ripeterà all’infinito, la attraverseremo all’infinito. Il globo opalescente che fu il cervello di Giannino, l’immagine dell’orrore, brillerà per sempre. Senza rimedio, senza tempo, senza speranza?
Un ps grande e grosso mi si era avvicinato, con una mano sulla spalla mi chiedeva: “Era un tuo amico?”
“Sì” gli ho risposto, e non riuscivo nemmeno a piangere.
Poi, fingendo di non accorgersi di tutto quello che avevo addosso, mi spingeva gentilmente verso via Cellini: “È meglio che ti allontani, potresti avere dei guai.”

Roberto Tumminelli
Milano

Il sito Pernondimenticare

Pubblicato da Matteo, il 16 aprile 2016 alle 11:26

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