“Abbiamo iniziato qualcosa di importante per noi” – Il Carducci sui sei giorni d’occupazione

Sabato 12 febbraio abbiamo terminato l’occupazione del nostro liceo, il liceo classico Carducci.

Abbiamo iniziato qualcosa di importante per noi, che speriamo non si esaurisca dopo questi sei giorni.
Molte cose ci hanno portato alla decisione di occupare la scuola.
Da ormai troppo tempo ci sentivamo troppo poco partecipi della vita scolastica, sentivamo di agire
sempre passivamente e mai attivamente.
Spesso anche negli ultimi anni abbiamo provato a cercare un dialogo istituzionale con i nostri professori, attraverso rappresentanti, assemblee e consigli di classe, ma nulla è mai davvero cambiato sul piano pratico: forse anche i docenti sono spesso immobilizzati da burocrazia e regolamenti.
Noi abbiamo voluto in questa settimana ribellarci proprio a quella accettazione passiva dello status quo, di un sistema evidentemente non di successo. Abbiamo deciso di provare a scegliere.

Durante l’occupazione si sono svolte numerose attività autogestite: lezioni, dibattiti, assemblee, conferenze e attività più pratiche, di teatro, pulizia degli ambienti, giardinaggio o sport.
Abbiamo voluto concentrarci più sul ‘come’ e meno sul ‘cosa’, proponendoci di andare contro la tendenza che ci caratterizzava nella nostra quotidianità scolastica: siamo stanchi di guardare sempre solo il risultato finale, vorremmo concentrarci sulla nostra crescita personale.

Ci siamo purtroppo scontrati anche con alcuni problemi: la mancanza di spazi sufficientemente grandi per rispondere alla forte affluenza e il divieto di fare entrare gli esperti esterni. Abbiamo ovviato alla situazione concentrando gli studenti nei cortili e facendo parlare gli esperti dai marciapiedi. Di qua e di là da un cancello il nostro grido è diventato più forte.
Volevamo essere ascoltati, in realtà abbiamo scoperto anche di avere un grande bisogno di ascoltarci.
In questi giorni ci siamo infatti resi conto di un bisogno atavico di apertura verso i nostri compagni, di socialità e di sentimento di appartenenza a una comunità.

Per il resto, le nostre richieste, sicuramente immaginiamo condivise dal corpo docente e dal dirigente scolastico, sono le stesse reclamate in tutte le proteste studentesche di questo periodo, e che abbiamo già condiviso nel comunicato di inizio occupazione:

• Smantellamento del modello aziendale seguito dalla scuola
• Adozione di misure per la salute mentale
• Revisione totale dell’alternanza scuola-lavoro (PCTO)
• Eliminazione delle classi pollaio
• Revisione del sistema di valutazione
• Maggiori investimenti e salari più alti per i professori
• Adozione di provvedimenti per l’edilizia scolastica
• Formazione pedagogica obbligatoria

Volevamo costringere tutti a scegliere che posizione prendere.
Lo vogliamo ancora.

L’occupazione è finita, non siamo riusciti ad avere un dialogo con l’istituzione della nostra scuola, ma confidiamo di averlo nei prossimi giorni e ci siamo già attivati perché ciò sia possibile, sia noi, sia il corpo docente. Anche se il dialogo tra noi e i nostri docenti, in forma personale e non istituzionale, non si è mai interrotto nei corridoi, nei cortili e davanti ai cancelli, ci interessa che abbia luogo un’assemblea o una discussione formale, tra tutti noi studenti occupanti, tutti gli studenti che non hanno occupato e tutti i professori del nostro istituto. Adesso che torneremo a rispettare l’autorità istituzionale scolastica, sovvertita nell’ultima settimana, non vogliamo smettere di agire attivamente. Dobbiamo continuare a pensare, a urlare, ad agire e dialogare. L’occupazione è finita, ma vogliamo ricordarci di non tornare mai come prima.

Queste le nostre considerazioni alla fine di questi giorni importanti, considerazioni un po’ lunghe ma che ci tenevamo a condividere perché prima di predisporre a tavolino un cambiamento scolastico di sistema c’è bisogno di cambiare nel proprio piccolo.

Ovviamente ci sono stati anche studenti contrari all’occupazione. Ci sono stati diverbi tra occupanti e non, tra favorevoli e contrari. Qualcuno si è sentito giudicato per aver scelto di non partecipare.
Qualcun altro, pur desiderandolo, non ha partecipato perché spaventato. Ai primi possiamo solo dire che siamo dispiaciuti: non possiamo avere il controllo sulle azioni di ciascuno studente occupante, ma sicuramente prendiamo le distanze da tali comportamenti.
Rispettiamo le idee di chi ha scelto attivamente di non partecipare mentre ci dispiace di più per chi avrebbe voluto partecipare ma non è riuscito a scegliere. È proprio contro questo che ci siamo voluti battere, la passività a cui veniamo educati dalla società, la non-scelta. Non giudichiamo coloro che si ritrovano in questa categoria, ma speriamo che in futuro sempre più riusciranno a prendere parte attiva, perché a noi che l’abbiamo fatto è sembrata la cosa più bella dell’occupazione, quella più
gratificante.

La nostra occupazione non aveva un nemico nei professori, ma nella passività a cui molti di loro e molti di noi si sono lentamente rassegnati. Ci dispiace che in molti non abbiano condiviso i nostri mezzi, ma a noi sembravano gli unici in grado di sconfiggere l’inerzia in cui eravamo. Non avevamo pretese di mettere in atto una rivoluzione, piuttosto una rivolta, che rimettesse in gioco nuovi equilibri.

I rapporti tra di noi erano – crediamo – troppo spesso influenzati dalla competizione scolastica e dal disinteresse generale, e negli ultimi due anni la pandemia aveva accresciuto estremamente le distanze.
Sempre più studenti nelle nostre classi manifestavano malessere psicologico e attacchi di panico, molti si disinteressavano di tutto, e in più di uno – e uno secondo noi è già un numero troppo elevato – si sono trovati a ritirarsi dalla scuola per lunghi periodi di tempo. Molti si sono rifugiati nell’individualismo, studiando solo per i voti, dissociandosi dalla realtà sociale e politica per trovare benessere nella solitudine.

Durante questi sei giorni di libertà abbiamo cantato, ballato e giocato per riappropriarci di quella socialità che ci era stata tolta, abbiamo partecipato a lezioni e dibattiti su ciò che ci interessava alla ricerca di quel piacere per l’apprendimento libero dal voto, abbiamo provato a parlare di politica, abbiamo discusso in assemblee i motivi e le speranze che ci avevano portato ad occupare e siamo così riusciti a sentirci davvero parte di una grande comunità scolastica. Ce ne siamo accorti nel corso dell’assemblea conclusiva tenutasi in cortile sabato, in cui molte studentesse e molti studenti hanno preso la parola per raccontare come le barriere relazionali sembrassero abbattute in pochi giorni. Hanno parlato studenti che – essi stessi lo hanno detto – non avrebbero mai creduto di riuscire a parlare davanti a tante persone. Hanno affermato di essersi sentiti partecipi di qualcosa di speciale, di essere riusciti a vivere la scuola come non succedeva da tanto, di essere stati felici di venire a scuola come non capitava da troppo tempo. Speranza, ideali e senso di unione e appartenenza ci hanno fatto commuovere e persino piangere durante l’assemblea conclusiva.

Evidentemente avevamo delle idee, avevamo delle ambizioni, avevamo anche delle necessità, e non riuscivamo a buttarle fuori: non importava a nessuno, probabilmente purtroppo nemmeno a noi.
In questa settimana quei sogni di una realtà migliore, di una scuola viva, li abbiamo sentiti reali, tangibili.

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