Dalla scuola al lavoro: prima il profitto delle persone


Ospitiamo un nuovo contributo studentesco sull’alternanza scuola-lavoro e sul rapporto tra giovani e mondo delle imprese in questa fase storica.

Il XXI secolo significa globalizzazione, Unione Europea, crisi economica e guerre. E’ un periodo storico oggettivamente complesso da comprendere e spesso scomodo da abitare. Il mondo occidentale non è in guerra al suo interno, la fame e la povertà diffuse non sono più sue caratteristiche anzi, abbondanza e spreco diventano sempre più dei tratti caratteristici del “mondo civilizzato”. Parlando di lavoro, ovvero lo strumento con cui, a mio parere, l’essere umano può dare un contributo alla comunità e può costruire qualcosa, di materiale e non, che lo renda libero, libero di scegliere come costruire la propria vita, vorrei cercare di spiegare perché il lavoro e la vita in generale stanno subendo un cambiamento molto pericoloso in questo periodo e contesto. Provo a farlo da una prospettiva che attualmente, parlando di questi temi, viene poco considerata: quella di un ragazzo con poca esperienza ma con le idee molto chiare sul mondo attuale.

Nella società odierna del lavoro possiamo definire alcune capacità utili al lavoratore: il pensiero critico, la capacità di risolvere problemi, la creatività e la disponibilità verso l’innovazione, la capacità di comunicare e l’apertura verso il lavoro di gruppo. In un articolo intitolato “Investire in conoscenza, crescita economica e competenze per il XXI secolo” (Ingnazio Visco, Il Molino, Bologna, 2014) l’autore definisce tali capacità e sostiene un sistema di istruzione capace di fornirle.

Per contestualizzare il ragionamento provo a ripercorrere ciò che è successo nel mondo socio-economico dal 2008 ad oggi: da quell’anno la crisi economica “galoppa” indisturbata nel mercato globale senza che alcun’azienda, investitore o istituzione riesca a contrastarla. Chiudono le aziende, i dati di disoccupazione e povertà salgono; l’instabilità economica (amplificata dalle politiche europee di austerità) si riversa in una instabilità politica pericolosa. La distribuzione della ricchezza e la presenza di lavoro, che contribuivano a tenere “chiusa” la forbice economica-sociale, nel giro di poco tempo saltano e cosi la differenza tra classi sociali ricche e povere subisce un aumento talmente alto per cui attualmente l’1% della popolazione mondiale detiene più del 50% della ricchezza.

In questo decennio chi aveva un posto fisso non è progredito dal punto di vista economico e moltissimi sono stati i licenziamenti dei precari. Questo, oltre ad un impoverimento generale, ha portato oltre il 40% dei giovani a non trovare lavoro e, in parallelo, all’introduzione in modo massiccio del lavoro a tempo determinato, del precariato, dei cosiddetti “lavoretti” pagati con i voucher e infine gli stage non retribuiti per tempi prolungati. Il meccanismo in atto è quello che si può riassumere molto semplicemente nella frase “faccio qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione”. Lasciando da parte teorie complottiste sulla crisi economica su cui si può essere concordi o meno, il dato oggettivo è che a chi basa la sua ricchezza sul lavoro dei dipendenti ed è sopravvissuto a una delle crisi più violente degli ultimi decenni (parliamo di grandi aziende e multinazionali), questo meccanismo fa davvero comodo: il lavoro si organizza su una manodopera che ha meno diritti, una paga più bassa e più doveri e più ore lavorative; l’assistenza viene ridotta al minimo e, soprattutto, i contratti sono a tempo determinato.

In questo modo, le grandi aziende diventano coloro che hanno potere sulle vite dei cittadini e possono diventare a tutti gli effetti una potenza politica e modellare la vita socio economica in funzione del proprio profitto.
Tornando brevemente all’articolo di Visco in cui la prima competenza definita è il pensiero critico, non possiamo far altro che osservare che una vita dipendente da un lavoro in queste condizioni il pensiero critico lo annullano completamente. Come potrebbe essere utile ad un’azienda come McDonald’s avere dei lavoratori che pensano in modo critico al lavoro che stanno svolgendo?
Se il lavoro nasce come mezzo di liberazione dell’essere umano, al giorno d’oggi rappresenta in maggioranza uno strumento per assoggettare la popolazione con meno disponibilità economiche, la quale è in costante aumento.

L’articolo citato parlava anche di un sistema di istruzione che riesca a fornire gli strumenti necessari agli studenti per entrare nel mondo del lavoro. Questo sistema oggi, nel 2017, esiste e si chiama Alternanza Scuola-Lavoro (introdotta con la legge 107 nel luglio del 2015).
Non entrerò nel merito del progetto ma limito a far emergere una pratica diffusa nei percorsi di alternanza; migliaia di studenti mandati a compiere lavori di bassa manovalanza per aziende multinazionali come McDonald’s, Zara, Eni e molti altri. Questo è il frutto di un accordo stipulato tra il MIUR e 16 grandi aziende (“I 16 Campioni dell’alternanza“).

Non sono contrario a una scuola aperta al mondo esterno, alla vita economica e sociale, ma che lo faccia partendo dalla costruzione di un vero pensiero critico su cos’è il lavoro oggi.
L’Unione Europea, nel 2000, in un comunicato ufficiale ha ribadito che le persone costituiscono la risorsa più grande dell’Europa. Ecco, secondo me le persone prima di essere risorse sono esseri umani e, in quanto tali, tutti uguali. Nessuno, tramite il lavoro, può controllare la vita e la libertà di altre persone. Trovo assurdo che l’istruzione pubblica abbia messo in atto un processo di normalizzazione di questo mondo del lavoro.

Non è una società giusta se le competenze del cittadino sono rivolte esclusivamente al profitto di pochi.
Non è una società sana se vengono prima i soldi e poi la libertà e la vita delle persone.
Non è mondo libero se a scuola insegnano queste cose!

Marco del Casc Lambrate

Pubblicato da Matteo, il 1 dicembre 2017 alle 10:03

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