Eataly, 3 Maggio 2014 – La grande abbaiata

 

1Lo Smeraldo chiude, Eataly apre.

Certo, ci sono stati di mezzo degli anni, e non si può affatto dire che la chiusura dello Smeraldo sia colpa di Eataly. Semmai, è stata una occasione ghiotta, per ridefinire praticamente e simbolicamente il valore di quel luogo. Sulle ceneri dello Smeraldo, la cultura della tradizione gastronomica italiana diventa l’alto cibo; nel centro di uno dei quartieri più gentrificati di Milano si proclama al consumo (di classe!), come se la cultura non avesse spazio nel progetto di una città da Expo. E che consumo: la tradizione della terra diventa prodotto di élite, stando attenti che il fascino del locale, del tradizionale, del prodotto buono, sano e giusto, rimanga intatta. Come a dire, che quel locale, tradizionale, buono, sano e giusto non è più di tutti, ma appartiene alla gente per bene, misurata in termini di potere d’acquisto.

Le luci, i colori, le cose buone intorno a noi, le possibilità di gustare qualcosa di raro, la sensazione che quel frutto stia aspettando proprio noi, sia stato colto e trasportato lì proprio per noi – incarnano la ricostruzione di un mondo bello, curato, pulito, in cui tutto-va-bene; ci propongono uno stile di vita accattivante, in cui non c’è spazio per il disordine, il dissenso, la critica. Ci anestetizza. Come una passeggiata in Corso Como, come i grattacieli di Porta Nuova, ci suggerisce non solo un’idea della città, ma anche un’idea di ciò che noi dobbiamo essere e di come noi dobbiamo vivere. Di ciò a cui, da brave persone, dovremmo aspirare.

Per questo, oggi ululiamo. Siamo indisciplinati nell’affermare quel che vogliamo essere, fare, come vogliamo vivere la città, quale lavoro vogliamo scegliere e con chi lo vogliamo fare. Senza morigeratezza, disordinatamente, e con intelligenza: ululiamo liberamente contro la grande abbaiata.

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