Omicidio Mansouri: e se la mela marcia fosse il governo?
Ci risiamo, prima mezzo governo e non solo gridano allo scandalo perché qualcuno si permette di aprire un’indagine sul poliziotto che ha ammazzato Mansouri e quando poi i fatti, emersi proprio grazie alle indagini, smentiscono categoricamente il racconto del poliziotto, allora rieccoci al grande classico della mela marcia e del traditore. Ma è davvero così semplice, davvero possiamo cavarcela con la rassicurante tesi della mela marcia oppure non c’è piuttosto qualcosa di più profondo, di più preoccupante?
Il caso dell’omicidio di Abderrahim Mansouri non è un caso isolato, anche se è sicuramente il più eclatante, ma fa parte di una serie di fatti e fattacci, di persone ferite o morte, di favoreggiamenti, omertà e depistaggi che coinvolgono personale delle varie forze di polizia, compresa quella penitenziaria, e che negli ultimi anni sembrano moltiplicarsi sensibilmente.
Se vogliamo limitarci alla sola Milano, non possiamo non ricordare Ramy Elgaml, il giovane morto a fine novembre del 2024 nello schianto del motorino al termine di un inseguimento da parte dei carabinieri. Le indagini sulla esatta dinamica sono ancora aperte, ma nel frattempo ben quattro militari sono formalmente accusati di aver depistato le indagini.
Nella quasi totalità dei casi le vittime sono persone che vivono nella marginalità o che fanno parte di categorie fortemente stigmatizzate, dal clandestino allo spacciatore, dal carcerato al maranza.
E nella quasi totalità dei casi le prese di posizione politiche da parte delle destre sono istantanee e ripetono sempre lo stesso mantra, accusando la vittima, schierandosi con l’agente e prendendosela con chi chiede o promuove indagini. Nell’ultimo caso Salvini e la Lega avevano addirittura promosso la campagna “Io sto col poliziotto – Vogliamo la tutela legale”, senza neanche aspettare 24 ore.
No, la storia della mela marcia non è sta in piedi e non perché chi scrive pensi che tutte le forze di polizia siano marce, ma perché è lampante che le campagne governative, peraltro sempre più insistenti, creano un crescente clima di impunità, che inevitabilmente favorisce gli abusi e nel contempo delegittima quanti e quante pensano che le regole vadano rispettate.
Altrettanto evidente è che c’è una coerenza, logica e politica, tra il voler concedere “scudi legali” e impunità alle forze di polizia e la concezione della cosa pubblica delle destre, per cui tutto e tutti devono stare al servizio degli interessi politici del governo o, come dicono loro, devono “collaborare”.
Quindi, oggi e qui è necessario indicare con chiarezza le responsabilità e imporre uno stop a quella tossica corsa verso lo Stato di polizia. E beninteso, non è una questione che riguarda solo i movimenti.
Luciano Muhlbauer
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