“A conti fatti” – Le avventure di un grande manager tra Stato e mercato

Lo ammettiamo. L’immagine di copertina ha avuto un ruolo fondamentale nell’acquisto del libro di Franco Bernabè “A conti fatti” pubblicato da Feltrinelli quest’estate.

L’opera di un importante manager del grande capitalismo nazionale (e internazionale) che mostra in copertina la statua di Marx ed Engels nell’allora Berlino Est con alla base la scritta “Wir sind unschuldig” (Siamo innocenti) è una scelta capace di suscitare interesse.

Ma, primo punto, chi è Franco Bernabè?

Se si cercano informazioni online sulla sua biografia, si scopre che ha ricoperto ruoli apicali in tre aziende fondamentali del panorama italiano, e cioè FIAT, ENI e Telecom. E li ha ricoperti in momenti in qualche modo decisivi (ma lo vedremo più avanti) per tutte e tre le società.

Bernabè, come da lui stesso narrato, faceva parte di quelli che negli anni Ottanta furono definiti i “Reviglio boys”, in riferimento a un’importante figura universitaria e politica, quella di Franco Reviglio, ex-ministro di area socialista e vero e proprio “padre” dell’introduzione dello scontrino fiscale in Italia. Dei “Reviglio boys”, oltre a Bernabè, facevano parte: Giulio Tremonti, Domenico Siniscalco, Alberto Meomartini, Giuliano Segre e Mario Baldassarri. Tutti nomi destinati a farsi strada nel mondo politico-economico dei decenni successivi.

Ma torniamo al libro. L’elemento di maggior interesse, come dicevamo, sta senza dubbio nel fatto che Bernabè si è trovato nella stanza dei bottoni di tre colossi imprenditoriali italiani in tre momenti decisivi.

FIAT

A fine anni Settanta si trovava in FIAT, nel momento in cui Gianni Agnelli incaricò il recentemente scomparso Cesare Romiti ed i suoi di riprendere in mano quello che venne definito “il comando d’impresa”. Secondo la vulgata dei vincitori (FIAT e il suo management) le fabbriche del gruppo erano totalmente fuori controllo, con livelli di produttività bassissimi. Per questo si arrivò allo scontro decisivo dell’autunno 1980, con l’annuncio dei licenziamenti poi sapientemente trasformati in cassa integrazione a zero ore, l’occupazione della fabbrica per 35 giorni e la “Marcia dei quarantamila” colletti bianchi che chiedevano il ritorno al lavoro decretando la sconfitta sindacale nella vertenza.

Bernabè non combatté la battaglia in prima persona, ma coerentemente parteggia per il “comando d’impresa”. Quello che nel libro viene omesso sono le ricadute drammatiche di quello scontro, e cioè l’espulsione dal mondo del lavoro di decine di migliaia di lavoratori, la progressiva perdita di diritti dei lavoratori e i suicidi operai nella città di Torino. Altro tema scabroso omesso è il fatto che coloro che “fecero” la marcia nel giro di 15 anni furono quasi tutti espulsi dall’azienda. Come a dire… neanche la riconoscenza!

Il palazzo dell’ENI all’Eur

ENI

Decisamente più interessante il racconto della complicata vicenda di ENI negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta.

Il colosso dell’energia messo in piedi da Enrico Mattei, uomo senza dubbio criticabile per la sua spericolatezza ma dotato di una grande visione, ovvero l’indipendenza energetica dell’Italia a discapito dei colossi petroliferi stranieri, arrivò all’inizio degli anni Ottanta squassato dagli scandali. Giusto per citarne due: quelli del Banco Ambrosiano di Calvi e quello della P2.

Nel 1983 fu chiamato a guidarlo il già citato Franco Reviglio, che si porta dietro la sua squadra di giovani promesse.

Qui, Bernabè ci racconta il ruolo onnipresente e invadente dei partiti nella fase finale della Prima Repubblica, primi tra tutti Democrazia Cristiana e PSI di Craxi e De Michelis. Partiti che in qualche modo, salvo rare eccezione, avevano smarrito la “visione” che per decenni aveva mosso l’intervento dello Stato in economia e si erano ridotti a piazzare i loro uomini per garantirsi favori, clientele e affari.

Altro elemento, forse il più interessante, è quello che dettaglia nei particolari come un paese come l’Italia, che avrebbe potuto essere all’avanguardia nella chimica, avesse invece messo in piedi un settore zoppicante e in perenne crisi. Bernabè ci accompagna in un vero e proprio viaggio nel mondo della chimica italiana, fatto di un proliferare di aziende ognuna legata a un personaggio dall’ego smisurato. E qui si ripercorre la storia di nomi passati alla storia come Montecatini, Sir, Edison… Chi scrive trova il peccato originale della chimica italiana nel proliferare insensato di soggetti in lotta tra loro per il predominio nel settore, con una corsa all’impazzata alla costruzione di giganteschi impianti chimici spesso inutili.

E qui si arriva diritti agli anni Ottanta, con la chimica italiana in mano ai due colossi rimasti in piedi in quelle che Bernabè chiama “le guerre chimiche”. Uno pubblico, ENI. E uno privato, Montedison.

Gabriele Cagliari (ENI) e Raul Gardini (Montedison) ai tempi del progetto ENIMONT. Entrambi si suicideranno nel 1993 durante Mani Pulite

ENIMONT

La seconda metà degli anni Ottanta fu caratterizzata dal lento percorso per arrivare alla fusione tra Enichem (controllata da ENI) e Montedison, per creare un colosso della chimica capace di competere a livello internazionale.

Quello che nascerà sarà però un colosso dai piedi d’argilla destinato a breve vita. Questo per diverse ragioni, tra le quali il fatto che ognuno dei protagonisti della fusione (Reviglio, Cagliari, Bernabè, Necci, Gardini…) aveva idee diverse sul ruolo futuro di Enimont e quello che gli interessi di ENI e Montedison erano differenti e spesso divergenti.

La società avrà vita breve, dicevamo, e un colpo di mano di Gardini per prendere il controllo nel 1990 porterà a una dura reazione della controparte e al naufragio del progetto.

Il fatto interessante è che la vicenda Enimont, generalmente narrata dal lato di Raul Gardini, uomo affascinante e potente, qui viene narrata con la voce della controparte.

Ma non è finita, perché l’affaire Enimont avrà un clamoroso strascico giudiziario nel 1993 quando, durante l’infuriare di Mani Pulite, la Procura di Milano scoprirà la maxi-tangente Enimont, definita la “madre di tutte le tangenti”, ovvero 150 miliardi di lire pagati da Gardini a quasi tutti i partiti della Prima Repubblica per districarsi nella battaglia. L’inchiesta porterà a molti arresti e al suicidio in carcere dell’ex-Presidente dell’ENI Gabriele Cagliari e dello stesso Gardini, la mattina del suo interrogatorio. La vicenda finirà anche nella storia della televisione con la trasmissione delle udienze del processo in cui l’allora star Di Pietro manderà alla sbarra tutti i leader dei partiti della Prima Repubblica. Memorabili l’interrogatorio di un combattivo Craxi e di un remissivo Forlani.

Il primo simbolo della Telecom dopo la fine della gloriosa Sip

TELECOM

Bernabè si trova alla guida di Telecom in un altro periodo burrascoso.

Telecom, nata nel 1994 in seguito al processo di liberalizzazione delle telecomunicazioni, altro non era se non l’erede della mitica SIP, la società telefonica italiana entrata nella memoria di generazioni d’italiani per i suoi telefoni da casa, le cabine, i gettoni, le pesantissime guide telefoniche e le prime tessere magnetiche.

Nel 1999, in piena sbornia neo-liberista e in piena esplosione della new economy, si assiste a un altro episodio di politica industriale destinato a restare nella storia. Il gigante Telecom viene scalato dal nano Olivetti in una cordata messa insieme da Roberto Colaninno, quelli all’epoca definiti “capitani coraggiosi”.

La scalata avrà effetti disastrosi su Telecom, oberandola di debiti e mandandola in una crisi perpetua dalla quale faticherà moltissimo a riprendersi senza tornare ai lustri del passato.

Chi c’era all’epoca al governo?

Berlusconi? No, assolutamente! Nientemeno che Massimo D’Alema. Il quale, per legittimarsi di fronte ai mercati, sosterrà quella demenziale scalata in uno dei “capolavori” dell’epoca che vent’anni dopo cercherà di far dimenticare, come del resto la guerra umanitaria contro la ex-Yugoslavia… Giusto per parlare di qualche malefatta del centro-sinistra ebbro di neo-liberismo.

 

LA CRISI COVID E LO STATO

Arriviamo alla conclusione. Il libro è interessante e narra grandi vicende economiche dal punto di vista di un manager. Quello che manca totalmente, ed è una grave mancanza per un libro che mette Marx ed Engels in copertina (seppur provocatoriamente), è il mondo del lavoro. I lavoratori, che sono stati le grandi vittime dei processi di privatizzazione degli ultimi trent’anni, non sono quasi mai citati da Bernabè.

Il libro si chiude con un’apologia del libero mercato e dei suoi sistemi di controllo (sì proprio così!) ,pur nell’ammissione, a denti stretti, che nella globalizzazione quelli che sono andati a stare peggio sono proprio i lavoratori occidentali. Il messaggio di fondo è che lo Stato può pure intervenire in economia, ma uniformandosi e rispettando le regole del mercato.

A noi, nonostante tutto, sembrano le solite ricette degli ultimi decenni. Se non fosse, però, che la pandemia che stiamo vivendo ha posto drammaticamente in evidenza, se ce ne fosse ancora bisogno, una forte necessità di protezione da parte dei cittadini e una crescente richiesta di “Stato forte”. Tutto l’opposto di quel che prescrive Bernabè, insomma.

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