“Novanta”, raccontare un decennio dal basso

La collana Maverick di Einaudi sta regalando ultimamente diversi testi interessanti. Tra questi spicca senza dubbio Novanta di Valerio Mattioli uscito nell’autunno dell’anno scorso. Il libro ripercorre quel decennio attuando però un interessante rovesciamento del punto di osservazione e di narrazione. I 90s sono generalmente riconosciuti come gli anni della vittoria assoluta del neoliberismo e dello dispiegarsi senza più freni della globalizzazione made in USA. All’interno di quel decennio però, soprattutto nel nostro paese, vi era una grossa fetta di un’intera generazione che pensava e faceva altro e che, a deporre le armi della critica al sistema vincente, non ci pensava nemmeno lontanamente anzi, cercava quotidianamente di costruire alternative concrete sul territorio e nella vita quotidiana. Avrete quindi intuito che i protagonisti assoluti della narrazione sono i centri sociali.

Se a livello mondiale i due momenti di nascita e morte dei Novanta sono la caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 e l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 a livello di movimenti sociali italiani, negli stessi identici anni, i due momenti di inizio e fine simbolica del decennio identificati da Mattioli sono la resistenza allo sgombero del Leoncavallo il 16 agosto 1989 e l’omicidio di Carlo Giuliani e la mattanza al G8 di Genova il 20 luglio 2001.

E’ evidente sin da subito come chi scrive abbia avuto un punto di vista molto interno e partecipato ai movimenti. Altrettanto immediatamente emerge la capacità dell’autore di passare con grande agilità dal trattare i grandi eventi più propriamente politici del movimento come possono essere giornate di lotta, scontri e occupazioni allo sviscerare le dinamiche culturali che si sono sviluppate e rese protagoniste sui diversi territori in una fase storica, giova ricordarlo, che vedeva l’esplosione dirompente dell’uso di massa di Internet. L’analisi delle controculture, ma forse, visto il ruolo che hanno giocato nell’immaginario collettivo di quel decennio, dovremmo togliere il prefisso contro e parlare direttamente di culture, è approfondita e dettagliata e decidiamo di non rovinare ai lettori e lettrici la sorpresa spoilerandola violentemente. Ci concentreremo invece sull’aspetto più propriamente di politica movimentista.

Mattioli coglie come punto nodale iniziale per i movimenti il peso del dover fare i conti e di portarsi in qualche modo sulle spalle i “mitici” anni Settanta, il decennio rosso dell’assalto al cielo (e la loro drammatica sconfitta e fine) come pure la presenza nelle collettività che si affacciavano al nuovo decennio di coloro che quegli anni “li avevano fatti e vissuti”.

Dopo l’agosto ’89 milanese il nuovo decennio debutta col botto. E’ il movimento universitario della Pantera del 1990 il momento in cui avviene la socializzazione di massa di quelle che, fino ad allora, erano state le pratiche e le idee di una piccola minoranza identitaria, fiera e incazzata di militanti usciti dalla traversata del deserto degli anni Ottanta. Va ricordato che, seppur rapidamente rimossa, la Pantera fu uno dei più grandi movimenti di massa in Italia dai tempi del ’77 e bisognerà attendere il movimento universitario dell’Onda diciotto anni dopo per assistere a un nuova esplosione di conflitto di massa tra le mura delle università italiane.

A poco più di due anni dal crollo del Muro, nel giro di pochissimo tempo, quello che sembrava un sistema politico inaffondabile naufraga miseramente sotto il peso delle indagini sulla corruzione, ma anche dal totale cambiamento del clima politico internazionale con la fine della Guerra Fredda. Mentre la Prima Repubblica crolla travolta da Tangentopoli e mentre l’eterna maggioranza anticomunista di questo paese trovava nuovi profeti prima in Bossi e poi, in modo molto più dirompente, in Silvio Berlusconi che dopo aver preparato il terreno per più di un decennio con l’ipnotizzazione di massa delle sue televisioni nel giro di pochi mesi fonda dal nulla un partito, scende in campo e vince le elezioni del 27-28 marzo 1994…mentre succede tutto questo, di fronte a una sinistra istituzionale frastornata dalla fine del PCI e dall’aver buttato in pattumiera (che errore!) Marx, i centri sociali, in alcuni momenti, ricoprono il ruolo di assoluti protagonisti dell’opposizione alla nuova destra di governo del terzetto Berlusconi-Bossi-Fini con giornate entrate nell’epica di movimento (e non solo) come il 10 settembre 1994 a Milano.

Viene colta e raccontata l’incredibile capacità dei centri sociali di determinare, dal basso, elementi significativi di molti aspetti della vita culturale e non solo di questo paese. Negli anni Novanta se uscivi la sera nel week-end c’era l’imbarazzo della scelta sulle serate a cui scegliere di andare. E questo succedeva non solo nelle metropoli, ma anche in alcune città della profonda provincia.

Vengono raccontati con dovizia di dettagli anche i momenti di rottura teorica all’interno del movimento dei centri sociali cha vanno mancato convegno di Arezzo del 1995 che, pur non avendo luogo, partorirà il mitologico libro Centri sociali che impresa! Oltre il ghetto un dibattito cruciale alla Carta di Milano del 1998. E proprio il 1998 viene raccontato da Mattioli come l’annus horribilis coi gravissimi fatti di Torino: la montatura giudiziaria della Procura di Torino contro Edoardo “Baleno” Massari, Maria “Sole” Soldead Rosas e Silvano Pelissero accusati di terrorismo, la morte in carcere dei primi due e il corteo nazionale del 4 aprile 1998. Quei giorni tristi e pesanti possono anche essere visti simbolicamente come il vero inizio della lotta NoTav che ancora oggi prosegue.

Un libro da leggere insomma, che riesce ad evitare due dei rischi principali che si corrono quando si parla di un passato che si è vissuto (e che si è vissuto quando si era più giovani): il reducismo e la nostalgia.

Il periodo di uscita del libro, ovvero la seconda metà del 2025 è caduto in un momento di passaggio storico tra lo sgombero del Leoncavallo e quello di Askatasuna e il divampare del movimento per la Palestina tra il settembre e l’ottobre con numeri e radicalità che probabilmente non si vedevano da cinquant’anni. Magari tra qualche decennio qualcuno si incaricherà di raccontarci questo periodo.

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