“Volevamo cambiare il mondo” – Riscoprire la storia (e le storie) di Avanguardia Operaia

avanguàrdia s. f. [dal fr. avantgarde]. – 1. Reparto che precede, in genere a scopo di sicurezza, truppe in movimento. 2. In marina, reparto di navi leggere che in tempo di guerra o di esercitazioni precede il grosso della flotta. 3. La posizione avanzata dei reparti che formano l’avanguardia: esseremettersi in avanguardia. Di qui l’uso fig., essere all’a. (di un movimento, anche politico o sociale, del progresso scientifico, ecc.), essere in testa, procedere con maggior impegno e con più decisione degli altri, assumendosi anche funzioni di guida.

Questa la definizione di “avanguardia” data dalla Treccani online. E, in fondo, per capire un po’ delle vicende che riguardano Avanguardia Operaia bisogna proprio guardare al significato più profondo del nome di questo gruppo della nuova sinistra italiana degli anni Settanta, senza tralasciare nessuna delle due parole che lo compongono.

Parliamo di Avanguardia Operaia proprio perché stiamo per recensire “Volevamo cambiare il mondo – Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977” di Roberto Biorcio e Matteo Pucciarelli pubblicato da Mimesis poche settimane fa.

Se della storia di Autonomia, o meglio, delle varie autonomie sappiamo molto grazie soprattutto all’opera meritoria dell’editore DeriveApprodi (ma anche di altri) e di Lotta Continua, del Movimento Studentesco e delle sue derive qualcosa è stato scritto, per quanto riguarda Avanguardia Operaia la produzione è minima, per non dire inesistente. Il che è piuttosto strano, considerato che si è trattato di uno dei gruppi più importanti dell’estrema-sinistra italiana e che in una delle sue derivazioni, Democrazia Proletaria, è arrivata a prendere più del 3% dei voti nelle comunali milanesi del 1985. Questo libro cerca dunque di ovviare a questa mancanza.

Nel primo capitolo sono tracciati i sentieri attraverso i quali il libro si addentrerà. Il punto di partenza ineludibile è la potenza del Sessantotto che fu, va ricordato, un movimento internazionale, con la sua capacità di farsi fattore di socializzazione e politicizzazione di grandi masse di giovani. Anche i più timidi di trovano travolti da un’esperienza esistenziale potentissima e si trovano a fare cose che, in una vita normale, mai avrebbero osato fare.

Altra coordinata da seguire è la matrice leninista del gruppo, con l’accento posto su parole come “partito”, “quadri”, “organizzazione” e “serietà”. Il tutto in contrapposizione con lo “spontaneismo” di Lotta Continua, che d’altra parte portò quest’ultima ad avere intuizioni più forti e quasi “istintuali” su alcuni dei temi che si determineranno nella società di quel decennio. E, non dimentichiamolo, in opposizione al Movimento Studentesco della Statale, accusato da AO e non solo, oltre che di stalinismo (accusa ricambiata con quella di trozkismo), di mettere al centro del suo discorso politico solo gli studenti.

Gli operai

Determinante nella storia del gruppo è il percorso di “ibridazione”  tra operai e studenti. Questa dinamica porterà alla nascita dei CUB: i comitati unitari di base. Nel libro è ricordata la Milano di quegli anni e la sua struttura produttiva. Si tratta di una metropoli inconfrontabile con quella odierna, come se si trattasse di due città diverse. All’epoca era attiva una quantità impressionante di fabbriche con più di un migliaio di dipendenti, il che rendeva il lavoro politico-sindacale più facile. Si tratta di una realtà ormai totalmente scomparsa, come se si parlasse di un’altra era geologica.

I CUB nascono per dare voce a una serie di nuovi bisogni a cui partito e sindacato, le due strutture “mitiche” della classe operaia, non danno più risposte. Il rapporto con i sindacati confederali, ma soprattutto con la CGIL a maggioranza comunista, sarà difficile. Meno complicata la relazione nei singoli posti di lavoro.

Si narra come l’ultimo memento di rapporti di forza favorevole al movimento italiano nella società italiana fu il 1973. Anno caratterizzato dall’occupazione di Mirafiori da parte dei “fazzoletti rossi” e anche della firma di quello che fu probabilmente il più avanzato contratto nazionale dei metalmeccanici della storia italiana. Poi, nel giro di soli due anni, tutto cambia. E dopo un biennio di stallo, dopo il 1975 si può già parlare di crisi e di contrattacco padronale a quella che era definita la “rigidità operaia”. Nati nel fuoco delle lotte operaie degli anni Sessanta, i CUB rifluiscono con la crisi di queste.

Gli studenti

Il mondo della scuola è un altro settore di intervento (come si sarebbe detto una volta) per AO. Prima di addentrarsi nelle vicende del decennio, troviamo un interessante excursus sul mondo della scuola a fine anni Sessanta. Si trattava di un mondo in preda all’immobilismo, appena appena depurato dagli aspetti più esteriori del Ventennio fascista e regno incontrastato del clientelismo democristiano. Basti dire che in più di vent’anni l’unica riforma degna di questo nome era stata quella che istituiva le medie uniche nel 1962.

A fronte di questo universo stagnante, però, la crescita della popolazione studentesca era stata esplosiva. Il ’68 rappresentò quindi una salutare esplosione che riescì a smuovere (e non poco) le acque di un mondo dell’istruzione sempre uguale a se stesso. Sono quindi descritti i tre elementi fondamentali che distingueranno, in qualità, il movimento studentesco italiano dai suoi pari nel resto del continente: la durata, l’uscita da una visione contingente per passare a una ideologica sul mondo e l’alleanza duratura con il mondo del lavoro. Proprio su quest’ultimo tema per Avanguardia Operaia fu fondamentale l’intervento nelle scuole serali attraverso i Comitati d’Agitazione che andavano a intervenire tra i lavoratori-studenti.

Per molti anni il movimento studentesco italiano, e quello milanese in particolare, avranno una tenuta incredibile, riuscendo a mobilitare migliaia di ragazzi e ragazze per le occasioni più disparate. Poi, a metà anni Settanta, i temi interni riguardanti il vissuto quotidiano nelle scuole diventeranno secondari e quelli esterni macropolitici primari, ma questo, alla lunga, provocherà una crisi.

Il femminismo

Il libro racconta, senza peli sulla lingua, la grossa difficoltà a rapportarsi con il ciclone femminista che da metà anni Settanta mise in discussione il dogma (specie per un gruppo come AO) della centralità del conflitto capitale-lavoro. Il decennio iniziato con l’Autunno Caldo fu un periodo di vero e proprio terremoto per i costumi sociali e familiari italiani. Nel giro di pochissimo tempo si ottennero il divorzio, la modifica radicale del diritto di famiglia, l’istituzione dei consultori, il diritto all’aborto (pur con una legge, la 194, molto al di sotto delle attese dell’epoca) e la trasformazione dello stupro da “reato contro la morale” a “reato contro la persona”.

Il femminismo irrompe come un ciclone in strutture che su questi temi non erano abituate a spendere particolari riflessioni e tempo. Si inizia a contestare la totale mancanza di donne nei ruoli dirigenti dell’organizzazione, per poi alzare il livello della critica. L’anno spartiacque per AO, come del resto per Lotta Continua, è il 1976, quando le donne dell’organizzazione portano all’interno delle assemblee il tema delle violenze di genere all’interno del movimento con il celebre tema del “personale politico”. Alla diffidenza iniziale, dovuta al fatto che i temi di genere non rientrano nello schema della contraddizione capitale-lavoro, si cerca di ovviare con l’istituzione di una “Commissione femminile” che è però percepita, nei fatti, come un ghetto. Non si riesce a trovare una sintesi tra la critica potentemente politica ed esistenziale del femminismo, che tende a rimettere in discussione ogni aspetto della vita, e la necessità disperata, soprattutto da parte dei quadri dirigenti a maggioranza maschile, di salvaguardare costi quel che costi le strutture.

L’uso della forza

La narrazione dominante degli anni Settanta ha trasformato anni caratterizzati da lotte di massa pulsanti di vita in ogni loro sfaccettatura in anni lugubri, caratterizzati solo ed esclusivamente dalla violenza. Una violenza mai spiegata e narrata come “giunta da Marte”, come se una fetta consistente di un’intera generazione, all’improvviso, fosse impazzita. Del resto, la denominazione “anni di piombo”, che tanto successo ha ottenuto, è esemplificativa del giudizio della storia mainstream su quegli anni. Ovvio, quindi, il necessario pudore generalmente utilizzato nel trattare le questioni che riguardano quello che chiameremo “l’uso della forza”.

Nel libro un capitolo intero è dedicato alla vicenda del servizio d’ordine che, in riassunto e parafrasando un dirigente dell’epoca, nasce perché: “I ragazzi e gli operai si erano stancati di prendere botte”. È fondamentale capire come la necessità di difendersi nasca di fronte allo stringersi progressivo della tenaglia rappresentata, da un lato, dalla repressione statale e, dall’altro, dall’aggressione neofascista. Basti ricordare che nella strage fascista di piazza della Loggia a Brescia del maggio ’74 persero la vita anche due militanti di AO: Giulietta Banzi e Luigi Pinto.

Un altro elemento molto rilevante di quegli anni è la competizione, oltre che politica, molto muscolare e quasi “militare” con gli altri gruppi dell’estrema-sinistra. Si tratta di uno scontro settario che si esplicitava soprattutto nei momenti pubblici di lotta per prenderne l’egemonia. Uno scontro incomprensibile ai più, ma spiegabile, comprensibile e in qualche modo legittimo per coloro che facevano politica ogni minuto della loro vita sacrificando per il proprio gruppo intere esistenze e “mettendoci la faccia”.

Il libro non omette la tragica vicenda dell’omicidio di Sergio Ramelli e della consueta questione, emersa a metà anni Settanta e comune a quasi tutti i gruppi, dello scontro tra “dirigenza” e servizio d’ordine che, quasi naturalmente, con l’incrudelirsi dello scontro tende a diventare un corpo autonomo e separato allettato dalle sirene della lotta armata (che AO riuscirà a scongiurare).

Sono trattati tanti altri temi che meriterebbero molte altre righe, ma che, per non dilungarci eccessivamente, tratteremo rapidamente. Si va dalla lotta per il diritto all’abitare dei primi anni Settanta con le occupazioni di massa di interi palazzi di case popolari che, in alcune metropoli, otterrà significative vittorie all’importanza della cultura per l’organizzazione. Importanza segnalata dalla nascita non solo della rivista “Avanguardia Operaia”, ma anche del “Quotidiano dei Lavoratori”. Dall’organizzazione dei festival al contributo fondamentale dato dai militanti di AO alla nascita delle prime radio libere, tra cui Canale 96 a Milano e Radio Città Futura a Roma. Altro terreno d’intervento, ormai dimenticato ma ai tempi importantissimo, fu quello all’interno delle Forze Armate per impedire a tutti i costi un loro scivolamento a destra.

La fine (e altri inizi)

L’inizio della fine arriva con il racconto della sconfitta elettorale alle politiche del ’76, con la lista unitaria di Democrazia Proletaria che prende solo mezzo milione di voti, a dimostrazione che la capacità di condizionare la società italiana e imporle dei temi (e questo è un titolo di merito) era molto superiore alla rappresentanza elettorale dei gruppi dell’estrema-sinistra. Le elezioni del 1976 sono un punto di svolta per tantissime persone: la nuova sinistra si dimostra elettoralmente ininfluente, la DC resta il primo partito e il PCI attiva il compromesso storico chiudendo la porta a tutto ciò che sta alla sua sinistra.

Ci pensa poi la potenza del movimento del ’77, di fatto egemonizzato quasi ovunque dall’Autonomia, a distruggere completamente l’immagine dei gruppi e tra questi Avanguardia Operaia.

E’ la sconfitta di chi ha dato anni della sua vita in modo totalizzante e vede tramontare un progetto politico stretto tra riflusso, eroina e lotta armata. Da lì alla scissione di AO ci vorrà poco: la minoranza nel PDUP che poi rientrerà nel PCI, e la maggioranza che darà vita a Democrazia Proletaria.

La conclusione potrebbe essere amara, ma a nostro parere non è così. L’estrema-sinistra di quel decennio, e con essa Avanguardia Operaia pur con tutti i suoi limiti, errori e difetti, è stata capace di fare da sponda per far emergere dei bisogni che altrimenti non avrebbero avuto ascolto e soddisfazione. Si può dire che la società italiana sia e sia stata quasi sempre un’immensa palude e che i cambiamenti avvengono solo a strappo, quando qualcuno getta un sasso nello stagno. Ecco, negli anni Settanta non fu gettato un sasso, ma un masso così pesante da provocare delle vere e proprie onde. Onde potenti capaci di portare un cambiamento reale.

A poco più di un anno dall’inizio della pandemia, in una fase che sembra averci nuovamente riprecipitato nella consueta palude italiaca, ci piace chiudere con una citazione piena di speranza e ottimismo:

“Abbiamo fatto cose che mai avremmo immaginato di fare e soprattutto abbiamo tirato fuori capacità che non credevamo di avere. Questa è la cosa più significativa di quegli anni: osare e a volte ottenere qualcosa”.

 

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