C’è vita oltre la Dad, la parola agli studenti

A metà mattina il cortile d’ingresso del liceo si riempie di studenti usciti dalla scuola. Qualcuno porta un tavolino, qualcun altro un piccolo impianto audio, in almeno 300 siedono a terra, altri si mettono in piedi ai lati, altri ancora ascoltano affacciati alle finestre delle aule. «Il preside ha vietato l’ingresso agli esterni che avevamo invitato a parlare nelle lezioni autogestite» spiega una ragazza.

Tra gli ospiti della giornata ci sono lo psicoterapeuta Carlo Trionfi, gli attivisti di Fridays For Future Milano, l’ex candidato sindaco alle ultime elezioni Gabriele Mariani di Milano in Comune. Le cose sembrano mettersi male, gli studenti sentono ostilità da parte della dirigenza della scuola e si chiedono perché il preside Andrea Di Mario abbia scelto di ostacolare le attività autogestite. Solo qualche anno fa la reazione degli studenti sarebbe stata diversa, oggi invece i post millennial del Carducci risolvono la cosa in tutta tranquillità: «Se gli esterni non possono entrare, usciamo noi».

La prima lezione autogestita la spostano così nel cortile e gli ospiti esterni parlano rigorosamente un passo fuori dal cancello d’ingresso. Prende il microfono lo psicoterapeuta Trionfi, poi lo psicologo della scuola, ed è significativo che la seconda giornata d’occupazione qui al liceo classico Carducci di Milano si sia aperta parlando delle emozioni, delle paure, delle inquietudini che questa generazione, a cui è toccata in sorte la pandemia negli anni di massima vitalità, sta vivendo. È qualcosa che hanno indagato anche prima di decidere di occupare, ci racconta Chiara, 18 anni. «Abbiamo fatto girare un questionario tra le classi per sondare quale fosse il benessere emotivo e psicologico tra gli studenti. Hanno risposto circa metà degli studenti e i risultati sono stati molto allarmanti sotto tutti i fronti». Irene, 14 anni, al suo primo anno di liceo, li definisce «scioccanti».

Il 76% degli studenti ha avuto attacchi di panico in relazione a una interrogazione e in diversi non stanno reggendo la pressione del rientro dopo quasi due anni di Dad. «Ma la tendenza è generale e precedente alla pandemia» aggiunge ancora Chiara. «Le scuole iper valutano la prestazione e questo genera ansia tra gli studenti. La pandemia ha peggiorato tutto perché prima almeno esisteva un rapporto con i compagni e i docenti che la Dad ha demolito parecchio. Vedere in classe i compagni, parlare con i professori, aiutava. In questi due anni questa cosa è mancata». Nei giorni scorsi i giornali hanno parlato di «generazione Dad», definizione che sta stretta a Samuele, 16 anni. «Siamo la generazione che ha subito la Dad, ma non ci piace questa definizione, siamo studenti che si interessano al futuro della scuola».

Per rimediare goffamente alle manganellate date in testa a chi protestava, nei giorni scorsi tra politici e opinionisti ha ricominciato a scorrere a fiumi la retorica dell’ascolto. Anche il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha scritto in una lettera che «bisogna ascoltare gli studenti», salvo poi convocare al ministero quelli che non stanno protestando contro la sua riforma della maturità. «Non ci basta essere ascoltati – dice Chiara – vogliamo essere responsabilizzati, la nostra generazione ha bisogno di essere messa nelle condizioni di poter agire e prendersi la responsabilità di quello che fa». Chiara respinge l’approccio troppo paternalista che sente appiccicato alla sua generazione. «Si sfocia sempre nel poverini, dobbiamo aiutarli, dobbiamo sostenerli. Questa cosa è vera in parte perché noi vogliamo farcela da soli, ma spesso gli adulti ci vedono come dei bambini e questo non ci aiuta».

Mentre parliamo arriva la notizia che anche un’altra scuola di Milano, il liceo scientifico Vittorio Veneto, è stata occupata dagli studenti. In altre ci sono state proteste, come al Russel dove gli studenti hanno chiesto interventi di manutenzione urgente perché il forte vento dell’altro ieri ha danneggiato la struttura: «Sono crollate alcune lastre dal muro esterno della scuola, le finestre traballavano, si sono aperti dei controsoffitti, vogliamo un rientro a scuola sicuro». Al Boccioni invece c’è stato un corteo interno di protesta perché non funzionava il riscaldamento. Anche questa è scuola, lo stato in cui è messa la scuola, e non da oggi. Ma studenti e studentesse non ci stanno più.

di Roberto Maggioni

da il Manifesto del 9 febbraio 2022

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