Che bell’inganno sei anima mia. Anime salve, ma da cosa? E, soprattutto, da chi?

saranno scontri 
saranno cacce coi cani e coi cinghiali 
saranno rincorse morsi e affanni per mille anni 
mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia.

(F. De André, Anime salve)

“Nel quartiere San Lorenzo vieteremo il consumo di alcolici in strada dopo le 21, limiteremo anche la vendita da parte dei negozietti, intensificheremo ancora di più i controlli con l’aiuto della Polizia”.
Questa la risposta a caldo della sindaca di Roma Virginia Raggi alla triste vicenda che ha scosso il quartiere romano di San Lorenzo nella giornata del 19 ottobre. Desirée, sedici anni, violentata, drogata e uccisa, non è chiaro ancora in quale ordine, in quello che viene definito il fortino della droga del quartiere.

Proprio mercoledì verso l’ora di pranzo ha fatto discutere la visita del Ministro degli Interni Matteo Salvini, che ha cercato di avvicinarsi all’edificio dove è avvenuta la vicenda, tra molte contestazioni e alcune – poche in verità – manifestazioni di sostegno, tra le quali vale la pena citare il grido “Serve Benito, non basta Salvini!”, che ben rende l’idea dell’orientamento ideologico di tali sostenitori. Per sua parte, la conclusione del Ministro è stata che tornerà nel quartiere con la “ruspa”.

Ma ci chiediamo, che cosa vorrebbe distruggere Salvini, con la ruspa? Lo stabile occupato, covo di immigrati e criminali, o meglio di immigrati criminali, perché in questo caso gli italiani (criminali) vengono dopo e operano in altri contesti più ameni? Non per niente ci siamo svegliati ieri mattina con un post gongolante del ministro che annunciava il fermo di due senegalesi accusati dello stupro e dell’omicidio della giovane, come a suggerire che il problema sono sempre e innanzitutto loro, gli immigrati.
La soluzione è forse chiudere, come suggerisce la Raggi, i rivenditori di alcolici in prima serata e dichiarare il coprifuoco nelle strade del quartiere della movida studentesca, una destinazione d’uso certamente non connaturata a un quartiere storicamente popolare (e fortemente antifascista), che è il risultato di politiche neoliberiste pianificate che adesso stanno rivelando il loro portato di devastazione urbana e sociale fino a risultare ingestibili persino per chi le ha create?
Già, perché tutti questi minimarket e piccoli rivenditori di alcolici aperti tutta la notte sono figli del decreto di liberalizzazione delle licenze promosso da Bersani nel 2006, che ha fatto del mercato e del consumo le uniche leggi dominanti. E così, nel tempo, ha chiuso i battenti la maggioranza dei servizi diurni per il quartiere, lasciando spazio a esercizi commerciali e locali in cui si consuma di sera in sera la vita mondana di abitanti di passaggio, quegli studenti della Sapienza spesso fuorisede e che pagano affitti assolutamente fuori dal mercato (per eccesso, ovviamente), attori anch’essi inconsapevoli della metamorfosi di un quartiere dal quale i suoi storici abitanti vengono progressivamente espulsi.
Tutto questo si inserisce nel quadro dei progetti di gentrificazione e modifica delle destinazioni d’uso di intere sezioni urbane che a Milano conosciamo ormai bene. Progetti che, mentre qui da noi sono stati portati a termine qualcuno direbbe con successo (pensiamo alla trasformazione di quartieri come Brera, Ticinese, Isola o alla velocità con cui sta “emergendo” la nuova NoLo), a Roma, a San Lorenzo, hanno incontrato invece difficoltà maggiori. 
Se è infatti vero che il processo di espulsione e speculazione immobiliare è già in atto da tempo, dal momento che secondo Business Insider Italia dal 2006 al 2014 la popolazione residente è diminuita del 13,5% e il prezzo medio degli affitti negli ultimi due anni è salito di quasi un punto percentuale, questo tentativo di gentrification non ha prodotto però alcun tipo di rigenerazione urbana nemmeno secondo gli standard della contemporanea città borghese, smart e patinata. La piazza del mercato, potenziale punto d’incontro del quartiere, è piuttosto rinomata come epicentro dello spaccio, poiché sappiamo bene che a speculare non sono solo gli immobiliaristi laddove si punta a sostituire con una popolazione di consumatori di passaggio una comunità stabile e radicata (nonché storicamente ritenuta fastidiosa), ma anche la criminalità organizzata, che ottiene facilmente il monopolio laddove vi è carenza di servizi pubblici, sociali e comunitari.

Detto ciò, proviamo un certo imbarazzo, per usare un eufemismo, di fronte alla faciloneria con cui chi ci governa cerca di convincerci di come il problema siano innanzitutto i minimarket pakistani e più in generale gli immigrati e gli occupanti abusivi e solamente dopo i Casamonica (la stessa Raggi ha dichiarato i criteri che determineranno le priorità nelle operazioni di sgombero nella capitale: “si procede innanzitutto sulle situazioni a rischio crollo, sugli edifici pericolanti, sugli stabili con condizioni igienico-sanitarie degradate e su quelli per i quali è intervenuta una sentenza del tribunale”, tutti aspetti che notoriamente non interessano o tardano a interessare le proprietà delle grandi famiglie criminali) e non le politiche di esclusione sociale, di messa a valore e speculazione su intere sezioni urbane, nonché l’incapacità (vera o presunta) delle amministrazioni o i loro interessi non sempre trasparenti.
Di come, per salvarci, dobbiamo tornare a fare appello alla Sicurezza nazionale affidandoci all’abbraccio affettuoso della Polizia di Stato, da una parte, e, dall’altra, ai principi etico-morali di stampo squisitamente cattolico-conservatore. Basta che le donne stiano al loro posto nella casa baluardo del nucleo familiare tradizionale, e non in strada a fare vita mondana. Dobbiamo pentirci di aver riconosciuto i legami omosessuali, l’aborto, financo il divorzio. Sono queste perversioni che stanno portando il Popolo italiano alla deriva.

Ma ancora di più, proviamo imbarazzo per la facilità con cui questa retorica trova spazio nel tessuto sociale, soprattutto in quanto antagonisti, attivisti, parte dell’opposizione in teoria più radicale. Non stiamo riuscendo a comunicare, stiamo forse sbagliando il registro, i metodi, gli obiettivi se le persone trovano risposte apparentemente più soddisfacenti nella retorica populista, razzista, individualista e conservatrice piuttosto che nelle alternative che si cerca di proporre legate al sostegno reciproco, alla cooperazione e al sostegno sociale, alla difesa della libertà e dei diritti civili?

C’è chi pensa che qualche decina di anni fa un Salvini non sarebbe nemmeno potuto entrarci in un quartiere come San Lorenzo. E probabilmente, anzi quasi sicuramente, è così. E forse, in quegli stessi anni, le ultime elezioni gli italiani le avrebbero fatte finire diversamente.
Ma allo stesso modo, sembrava impossibile che gli italiani potessero sostenere il Fascismo. Eppure lo hanno fatto, per diversi motivi storici tra cui l’incapacità della sinistra a dare risposte efficaci e non retoriche ai problemi reali della gente. Ai tempi del Duce, ci si era inventati la Guerra d’Etiopia come simbolo del successo della politica di potenza del Fascismo: quello fascista sarebbe stato un Impero del popolo e del lavoro, secondo la propaganda di regime. Razzismo, guerra, repressione e accelerazione totalitaria furono le conseguenze.
Oggi, lo scopo sembra essere più o meno lo stesso, un’Italia degli italiani, la maggior parte ricchi (ma non tutti, perché come ci ricorda Peter Brown (1) il povero è una creazione del Potere per giustificare la sua retorica della carità e la sua stessa esistenza), ma tutti il più possibile bianchi, guidati da valori morali facili da controllare e ricattare, che derivino da un’etica da ricostruire attraverso il pentimento e la negazione dei diritti civili perversi che hanno portato alla corruzione delle anime e all’apertura all’invasione del diverso.
Se forse noi compagni siamo ancora parzialmente immuni e resistiamo alle strategie di distrazione di massa messa in campo da chi ci governa, cerchiamo di non perdere la lucidità mentale e d’azione, ma rimettiamo anche in discussione il chi siamo e il come lo comunichiamo, quali sono i valori che contrapponiamo all’esistente, quali le nostre priorità, i nostri obiettivi e le nostre strategie per tornare a rappresentare davvero un’alternativa, sociale ed etica prima che politica.

Alla richiesta di fare ritorno a San Lorenzo, Salvini ha risposto “Se il buon Dio lo permette io torno”. Sta a noi fare in modo che non sia il benvenuto.

S_M

(1) P. Brown, “Per la cruna di un ago”, Einaudi, 2014

SPECIALE “DIBATTITO SULLA METROPOLI”

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