Coronavirus – Fare o non fare?

Il problema dell’essere umano è il capitalismo. Il mondo da psicosi da coronavirus è la sua esplicitazione.

La necessità primaria di ridurre il numero d’infezioni, che il virus sconosciuto al nostro corpo dovrebbe generare, serve per evitare morti ma soprattutto per non portare al collasso il sistema sanitario nazionale. Dopo anni di narrazione sul privato, la sua mitizzazione a fronte del racconto di un servizio pubblico scadente e lento ci troviamo con un privato praticamente assente, e il tutto che ricade sulle esigue risorse del pubblico. La privatizzazione dei servizi è un mantra neo-liberista, quindi uno degli orrori del capitalismo. Negli USA fare un tampone costa più di 1.000 dollari, come alcuni articoli hanno recentemente raccontato, se nel paese di Trump non ci saranno molti casi d’infezione non è tanto perché il virus non è arrivato ma perché nessuno spenderà di suo per capire se è febbre normale o altro.

La salute, così come la sicurezza e le garanzie sui posti di lavoro, di studio, e di vita dovrebbero essere un bene comune, un qualcosa che vive di spirito collettivo e sociale. Per questo davanti al rischio di un’epidemia, mi scusino tutte e tutti ma anche i medici meno allarmisti dicono che si tratta di un virus nuovo che ha forme più violente dell’influenza e che quindi è un qualcosa da tenere sotto controllo e da non sottovalutare, è necessario che ci siano delle risposte e delle azioni che salvaguardino la collettività. Certamente queste non ci sono state, o se ci sono state sono state fatte in maniera parziale, senza una complessa spiegazione e dentro una bolla comunicativa drammatizzante che ha generato psicosi e polarizzazione di percezione tra l’allarmismo più sfrenato e la sottovalutazione più spiccia.

Le ordinanze di semi-chiusura, oltre a inserirsi in una cultura lavorista – l’Italia è fondata sul lavoro e non sui diritti sul lavoro – sacrificano i momenti di aggregazione e di cultura ma garantiscono le forme di produzione e speculazione limitando, quindi, solo parzialmente il contatto tra persone e quindi il possibile passaggio del virus. Le ordinanze dicono che i dipendenti e le dipendenti di attività chiuse (vedi le scuole per esempio) sono da considerarsi in malattia. Ma se un lavoratore o una lavoratrice non gode del diritto alla malattia? Se non si può lavorare da casa? Ma andiamo oltre…la cultura lavorista del nostro paese continua a non percepire come “lavoro” il settore dell’intrattenimento. Quindi se si chiudono locali, concerti, cinema e teatri si chiede lo sforzo collettivo di rinunciare all’aggregazione (che è una richiesta molto onerosa socialmente parlando) ma quasi ci si dimentica che si parla di un settore dove lavorano migliaia di persone, quasi sempre in termini di occasionalità e precarietà e quindi esclusi da ogni ammortizzatore.  Si ammazza una fetta di mercato, si educano le persone a stare a casa, si crea l’idea che socialità e cultura siano beni accessori, non ci si occupa del futuro di chi ci lavora. Ecco, tutto questo è fatto, quantomeno, male, ed è fatto e costruito dentro una visione capitalista e lavorista della società, una visione molto arretrata. Visione alla quale sarebbe urgente opporre altro, tipo la necessità di un vero reddito incondizionato di base, oltre ad un welfare state, sganciati dal contratto di lavoro.

Il problema è il capitalismo, e la crisi da coronavirus lo sta mettendo in mostra. Con il governatore della Lombardia Fontana che un giorno grida all’emergenza, il giorno dopo il decreto di blocco parziale della regione e dopo le proteste di Confindustria torna sui suoi passi parlando di “poco più di influenza” e poi il terzo giorno, con una colpo di genio, riapre i bar dopo le 18.00 ma solo quelli che fanno servizio al tavolo e dentro il limite di coperti che i tavoli consente (per poi mettersi in auto-quarantena in serata – ndr.).

Tutto questo risponde ad interessi economici certo, non certo all’idea di valorizzazione della salute come bene comune. Ma la “partita bar” ci mostra anche come l’ottica capitalista sia assolutamente entrata nella testa di ognuno e ognuna di noi. L’idea di privarsi di momenti ludici e sociali individuali è stato vissuto come grande problema e non come elemento necessario a garantire la salute altrui. Certo la parzialità e la stupidità dei dispositivi messi in campo hanno amplificato i dubbi, perché legittimamente una persona dice: “Se posso uscire di casa, andare a fare colazione al bar poi andare a lavorare, poi mangiare al ristorante, poi tornare al lavoro e quindi finire il turno, perché non posso andare al concerto, al cinema o a giocare a calcetto?”. Legittimo dubbio. E legittimo quindi mettere in discussione la veridicità della “crisi”. Ma è altrettanto vero che, forse per la prima volta da quando sono nato, sono stati fermati il calcio e altri sport, sono state messe in dubbio le sfilate di moda, e i grandi eventi si sono spostati di data. Insomma nell’emergenza alcuni poteri forti sono stati “toccati”, ma gli stessi poteri forti nelle ore a seguire hanno imposto l’alleggerimento delle norme di contenimento del virus, e chiesto di screditare le ordinanze e il clima creato. Se ci fosse stata la chiusura totale delle regioni focolaio, e fossero state date le giuste garanzie a tutti i lavoratori e lavoratrici avremmo accettato il dispositivo nel nome del bene comune, e della salute di tutte e tutti? Oppure il discorso sarebbe caduto, e si sarebbe spostato, sullo stato d’emergenza? Dubitare di chi comanda è sempre fonte d’intelligenza, e il pensiero critico è certo elemento primario per la costruzione di alternative. Ma se a governare fosse il complesso mondo di compagni e compagne cosa avrebbe fatto? Come avremmo reagito davanti al rischio di una progressiva crescita di ammalati? Come avremmo cercato di garantire la salute e allo stesso tempo tutti i diritti necessari? Insomma, che il capitalismo sia il male, e che chi governa lo fa senza intaccare gli ingranaggi del mostro lo sappiamo. Ma cosa avremmo messo in campo noi? Perché, certamente la politica non può essere il regno della tecnica, nemmeno sanitaria, ma la politica non può fare a meno del sapere tecnico e scientifico per capire i fenomeni.

Certo possiamo anche pensare, e decretare, che il nuovo coronavirus sia stato creato in laboratorio ed è uno strumento creato a tavolino per stressare le maglie del diritto internazionale e locale, portare l’asticella della limitazione dei diritti all’estremo, cancellare le forme d’opposizione sociale, e proprio per questo in Italia il virus arriva a pochi giorni dalla due giorni nazionale di Non Una Di Meno (uno dei pochi movimenti reali esistenti oggi nel nostro paese e nel mondo). Oppure no. Possiamo pensare che i virus e le pandemie sono una parte della storia dell’uomo, e che in qualche modo queste devono essere affrontate. Wu Ming su Giap! scrive e analizza molto bene come i nuovi virus siano usati dal potere.

Il testo di Wu Ming con grande intelligenza e capacità critica snocciola questioni importanti e non banali. La chiusura del pezzo “Era necessario forare la membrana di un’informazione ossessionante, porre all’ordine del giorno i problemi di fondo rimossi. Bisognava tornare a vivere e comunicare e lottare, oltre la visione di Burioni che sburioneggiava e di Giovanna Botteri che ansimava, da attrice di filodrammatica, dietro la mascherina. Mentre riflettevamo su tutto questo il sindaco Merola aveva dichiarato: “Bisogna applicare l’ordinanza e non perdere tempo a discutere”” è magistrale, e come tutto l’articolo racconta come il potere agisce oggi anche nell’affrontare parzialmente i temi per non “toccare” il la riproduzione di se stesso, ma non dice cosa si sarebbe dovuto fare adesso, ora che il virus rischia di espandersi, colpire i più deboli.  La discussione è l’elemento di opposizione al potere, come scrivevo prima, saper osservare con criticità e critica ciò che viene disposto è fondamentale per costruire l’alternativa.  Per questo, davanti ad una anomala e insolita novità, gli schemi logici e politici vanno in tilt, le certezze vacillano, si naviga nel buio, si cerca la luce, e l’osservazione del reale necessità sforzi d’immaginazione freschi, la critica deve essere commisurata e si deve sapere rispondere alla domanda che pose Lenin, “Che fare”? esattamente come se dovessimo essere noi a dover dare una risposta e trovare una soluzione. Mi pare che rivendicare il diritto di sciopero e di riunione e quindi confermare la due giorni di Non Una di Meno, anche e soprattutto vedendo la gestione ondivaga delle ordinanze, sia certamente una priorità, anche per capire se davvero c’è un progetto di limitazione dei diritti costituzionali. Però oggi forse serve uno sforzo per uscire dagli standard d’analisi. Non ripetere gli schemi classici, anche della critica. Forse, poi, avrà ragione chi dice e scrive che attorno al coronavirus si sta giocando una partita da stato d’eccezione, ma se la cosa fosse più complessa e interroga anche noi e i nostri orizzonti?

Andrea Cegna

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