Cremona 2015 non è ancora finita

Ancora una volta, purtroppo, ci troviamo a dover affrontare le conseguenze dell’utilizzo disinvolto da parte degli organi dello Stato dell’ormai famigerato articolo 419 del Codice Penale ovvero: devastazione e saccheggio.

Ne abbiamo parlato negli ultimi mesi affrontando la vicenda di Vincenzo, arrestato in Francia su mandato di cattura europeo per le condanne relative i fatti del G8 di Genova nel 2001 e di corso Buenos Aires 2006 e recentemente scarcerato su decisione della magistratura francese. Anche per Vincenzo, il reato contestato era devastazione e saccheggio.

Ne parliamo oggi dopo aver ricevuto l’intensa lettera di Matteo, uno degli antifascisti condannati in via definitiva per il corteo di Cremona del gennaio 2015 seguito al tentato omicidio di Emilio da parte di alcuni militanti di CasaPound.

Ai fatti di Cremona seguirono due distinti procedimenti penali. Uno, arrivato già in Cassazione nel settembre 2018, ha visto tre condanne definitive (tra cui quella di Matteo) a 3 anni e 8 mesi per devastazione e una di 2 anni 1 mese e 10 giorni per resistenza. Il secondo, da quel che sappiamo, ancora fermo alla sentenza di primo grado in cui il Gup aveva invece derubricato per due imputati il reato contestato da devastazione e saccheggio a resistenza e danneggiamento (con pene notevolmente inferiori) e mandato assolto un terzo imputato.

Riproponiamo quindi lo Speciale di MiM sull’utilizzo e il senso dell’articolo 419 del Codice Penale pubblicato subito dopo gli arresti seguiti ai fatti del Primo Maggio NoExpo 2015 a Milano.

E’ evidente che, nonostante questo reato abbia iniziato a essere ri-utilizzato da circa 20 anni, i movimenti non sono ancora riusciti a mettere in piedi una risposta organica e articolata a questa vera e propria “Spada di Damocle” che pende sulle teste di chi pratica il conflitto sociale col rischio concreto e quotidiano di lasciare soli i pochi capri espiatori che, di volta in volta, vengono trascinati nelle aule di tribunale di mezza Italia rischiando tra gli 8 e i 15 anni di galera.

Qui la lettera:

Ciao a tutte e tutti,
sono Matteo, uno degli arrestati per la grande giornata antifascista del 24 gennaio 2015 a Cremona. Il 10 dicembre nel Palazzaccio di Giustizia di Brescia, ancora una volta, si terrà una triste e grigia udienza, presieduta da altrettanti tristi e grigi togati, che determinerà il mio prossimo futuro: come scontare, cioè, la pena divenuta oramai definitiva ad anni 3 e mesi 8 per il reato numero 419 del codice penale – alias l’ignobile devastazione e saccheggio.

A più di quattro anni da quel 24 gennaio, Cremona 2015 ancora non è finita.

In tantissimi di sicuro ricorderete i giorni di rancore, frustrazione e dispiacere che precedettero quella dirompente manifestazione e le notizie che giungevano dalla città dei violini, nella quale un compagno era stato massacrato durante un vile agguato fascista.

Quella volta il limite si era ampiamente superato, Emilio lottava fra la vita e la morte.

Ricorderete come in quella giornata, in migliaia, generosamente e coraggiosamente, decisero in prima persona e con i propri corpi di riempire le strade della città e di rispondere con determinazione alla vile aggressione operata da Casapound.

Arrivammo a Cremona per ribadire con fermezza che episodi di quel tipo non fossero più tollerabili e che fosse necessario, e sempre più urgente, opporsi con tenacia alla presenza di sedi fasciste, a Cremona ed altrove.

E quel meraviglioso sabato lo dimostrò ampiamente.

Il freddo pungente, l’odore acre dei lacrimogeni, l’assetto da guerra che ci accolse, non fermarono un corteo numeroso e determinato, che cercò in tutti i modi di raggiungere la sede cittadina dei seminatori di odio.

Attraversammo le strade della città, carichi di ira e di apprensione nel sapere un compagno quasi in fin di vita per mano dei camerati del terzo millennio e di quelle istituzioni che ancora una volta si erano distinte per la loro ambiguità e il loro atteggiamento da Giano Bifronte; da un lato, con la solita disgustosa retorica politichese, condannavano fermamente l’inaccettabile episodio di violenza, dall’altro, nel tempo e in passato, molto, troppo, avevano fatto per contribuire allo sdoganamento e alla legittimazione nei territori di Casapound e di altri rigurgiti nostalgici.

Era davvero troppo tardi per rimanere calmi.

Il fiume in piena quel pomeriggio dilagò rompendo qualsiasi tipo di argine.

La volontà giudiziaria riguardo i fatti di Cremona, fu quella di fare in fretta, di concludere quanto prima. Il ricorso ad una tipologia di reato come quella dell’art.419 – che evoca scenari apocalittici di manzoniana memoria, propri di una guerra civile – e le conseguenti condanne, evidenziarono una totale complicità dello stato nell’avallare istanze neofasciste e xenofobe.
Ciò si rese ancor più evidente nel corso delle molteplici udienze, nei vari gradi di giudizio, incentrate sul tentativo di equiparare un’aggressione di matrice politica ben precisa ad una rissa e ad uno scontro tra bande. In tali sedi, inoltre, si è sostenuto, più e più volte, che fascismo ed antifascismo sono categorie storiche ampiamente superate, alla faccia di chi, proprio da chi si definisce fascista, era stato ridotto in fin di vita.

Come spesso accade in questi casi, si “colpì nel mucchio”, riesumando quel “reato dormiente” – almeno sino alla fine degli anni ’90 – di devastazione e saccheggio, ereditato dal fascistissimo Codice Rocco del 1930 e mai riformato, già utilizzato per i fatti di Genova 2001, Milano 2006, Roma 2011, (successivamente anche a Milano in occasione di Expo 2015).

L’articolo 419 c.p. prevede pene detentive che vanno dagli 8 ai 15 anni e mira a colpire individui e movimenti nella loro fase aggregativa, in contesti di mobilitazione di piazza. Si tratta di un capo d’accusa utilizzato, ancora una volta, come efficace strumento di contrasto della conflittualità sociale poiché mira a dispensare condanne pesantissime e a ‘devastare’ movimenti o grandi giornate di opposizione diretta.

Nella fattispecie cremonese, la tesi accusatoria affondò i suoi presupposti non concentrandosi sui “gravi comportamenti delittuosi e i molteplici danni” che scaturirono dalla rivolta antifascista, bensì affermando e sottolineando il fatto che la quiete, la pace e la ‘stasi sociale’ era stata turbata e messa in pericolo, individuando essa stessa, quindi, come condizione “normale” ed imprescindibile della società, da preservare con il massimo impegno e rigore.
La volontà, dunque espressa quel sabato, di ribadire con determinazione e fermezza che agguati nostalgici avallati da ambigui comportamenti istituzionali non erano più accettabili e tollerabili, si scontrò con l’inammissibile interruzione della “normalità”, della “pace sociale” e del “decoro urbano” della piccola provincia lombarda.

Senza dilungarmi troppo su come la terminologia che costituisce questo tipo di reato da un punto di vista semantico sia stata totalmente avulsa, storpiata e distorta dal potere costituito e dall’apparato giudiziario (cosa si intende per devastazione? cosa si intende per saccheggio? la precarietà di futuro e di vita a cui ci costringono può essere definita normale mentre il danneggiamento di 3 istituti bancari devastazione?!?!).
Credo sia bensì necessario cercare quanto prima di riflettere, discutere e confrontarci per tutelarci e difenderci da questo tipo di dispositivo giudiziario, oramai ampiamente sdoganato.

Di frequente – a partire dall’uso strumentale ed improprio di tale reato per le contestazioni di Genova 2001- le giornate di grande mobilitazione che hanno visto la partecipazione di numerosissimi compagni e che sono sfociate in dure e dirette pratiche di opposizione, hanno subìto questo tipo di repressione e la conseguente mannaia della sovra-determinazione giuridica.

La peculiare caratteristica del reato e le sue pene così elevate, sembrano particolarmente adatte a colpire situazioni di conflittualità di piazza molto diverse tra loro e spesso si è rivelato quanto mai difficile e complicato costruire percorsi di vicinanza e solidarietà ampi e duraturi nei confronti degli imputati e delle imputate.
I lunghi tempi processuali, le possibili gravità delle condanne, l’etichettamento diffamatorio da parte di organi statali e dell’opinione pubblica, le varie e variegate scelte processuali nell’affrontare processi in cui spesso sono solo e soltanto i giudici a decidere se una particolare situazione corrisponda o no alla fattispecie dell’articolo seguendo criteri fumosi e alquanto contraddittori, hanno contribuito ad un disgregamento di percorsi solidali e di lotta orientati a contrastare tale dispositivo.

Non ho risposte e quantomeno risoluzioni adatte.

Qualche anno fa, quando correvano simultaneamente nelle procure di Roma, Milano e Cremona tre accuse di devastazione, si cercò insieme a tanti compagni e tante compagne generosi, fra cui l’infaticabile e inarrestabile Peppino, di mettere insieme e di far partire un percorso legato strettamente al reato di devastazione e saccheggio.

Credo sia necessario riprendere questo percorso.

Io, insieme a tanti compagni e solidali abbiamo una grande voglia di metterci in gioco e capire come e con quali mezzi si possa smontare tale reato, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista giudiziario/processuale, magari anche partendo dalla mia esperienza.

Intanto, abbiamo deciso assieme all’Associazione Bianca Guidetti Serra – che da anni si occupa di fornire sostegno legale e di affrontare tematiche come il carcere e la repressione dei movimenti sociali– di creare un fondo comune per sostenere le realtà che si oppongono a questo reato.

Vi abbraccio forte e ringrazio chiunque stia spendendo ogni singola energia in vista della prossima tappa giudiziaria.

Matteo

Info: articolo419lecce@libero.it

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.