«Governo non risponde». Scioperi confermati

Oggi le 8 ore di protesta unitaria dei metalmeccanici in Lombardia e Lazio. Nessun esito dal dialogo con i ministri Gualtieri e Patuanelli, ripreso in serata. Per ora le attività «indispensabili» rimangono 80. Le richieste di Cgil, Cisl e Uil: ridurre i settori, togliere le deroghe, fermare produzione di armi.

L’elenco degli 80 settori «indispensabili» non si riduce. Scioperi di oggi dunque confermati: si parte con i metalmeccanici di Lombardia e Lazio.
Una lunga giornata di trattativa a distanza fra governo e sindacati – senza Confindustria, vera artefice domenica dell’elenco monstre – non ha sortito alcun effetto. Nemmeno il confronto serale ripreso alle 21 e 15 con il solo ministro Patuanelli. «Clima e confronto positivo, ma nessuna decisione», sintetizzano i partecipanti.

CGIL, CISL e UIL chiedevano di ridurre fortemente gli 80 settori lasciati aperti dal Dpcm di domenica. Due ore di dialogo – dalle 11 alle 13 – a distanza con i ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli. Che hanno riconosciuto alcune «incongruenze» nell’elenco. Ma non si sono presi la responsabilità di chiudere alcunché, spiegando che solo il Presidente del Consiglio aveva mandato di poterlo fare.
Nel primo pomeriggio i sindacati hanno messo a punto le loro richieste al governo. Riassumibili in tre punti: modifica e riduzione dei codici Ateco dei settori che possono continuare a produrre; modifica del famigerato comma d del Dpcm («Restano sempre consentite anche le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all’allegato 1 (…) previa comunicazione al Prefetto della provincia») che prevede una sostanziale deroga a qualunque impresa. Cgil, Cisl e Uil attendevano quindi una risposta dal governo.

Nel pomeriggio però il Consiglio dei Ministri non ha affrontato il tema. Nella conferenza stampa successiva Conte si è limitato a rispondere ad una domanda spiegando che «definire cosa è servizio essenziale e quali filiere possono produrre è complicatissimo, so che i sindacati non sono soddisfatti, ci potranno essere aggiustamenti», senza spiegare però né quando né come. A chi poi gli chiedeva se poteva essere presa in considerazione la possibilità addirittura di «precettare» i lavoratori, Conte ha risposto: «Confido che non succederà, il paese non se lo può permettere».

Durante il confronto della mattina il segretario della Cgil Maurizio Landini aveva spiegato che «il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dà al Ministro dello Sviluppo Economico, in accordo con il Ministro dell’Economia, il compito di modificare l’allegato che stabilisce le attività essenziali e non; e per questo abbiamo richiesto l’incontro». Per il segretario della Cgil «con atteggiamento costruttivo vogliamo esaminare cosa togliere e cosa specificare dall’elenco: nessuno di noi vuole un provvedimento di chiusura per un tempo infinito ma abbiamo la necessità di restringere l’attività e l’esposizione delle persone per il tempo indispensabile. L’obiettivo di fermare il coronavirus, non il paese».

Landini ha poi denunciato le conseguenze del famigerato comma d: «Aver introdotto nel decreto la deroga a livello territoriale per le aziende la cui attività è agganciata a quelle consentite, previa informazione prefettizia, ha scatenato una malsana rincorsa: solo a Brescia e solo nella giornata di ieri sarebbero arrivate oltre 600 richieste. A Milano sempre ieri più di mille». Allo stesso modo «aver sostenuto che tutte le attività aerospaziali e militari sono strategiche mi pare un messaggio sbagliato. Per di più si tratta in maggioranza di imprese pubbliche». Landini ha poi chiuso il suo intervento con un esempio: «Noi pretendiamo che a Bergamo la produzione di bombole di ossigeno continui e anzi si rafforzi, ma non la produzione di tubi».

Sulla stessa linea la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan: «Faccio la sindacalista da 40 anni e non ho mai chiesto di chiudere una fabbrica. Ma qua c’è di mezzo la vita delle persone», spiega Furlan, richiamando all’unità e alla necessità di mettere da parte liti e polemiche.

«Tutti vogliono stiracchiare il Codice Ateco, noi vogliamo il codice del buon senso – sintetizza il segretario generale Uil Carmelo Barbagallo –  prima viene la salute, poi i problemi economici».
Dunque questa mattina sciopero unitario Fim-Fiom-Uilm dei metalmeccanici in Lombardia e Lazio.

«I metalmeccanici della Lombardia sciopereranno perché dobbiamo salvare vite umane. Il maggior numero di persone possibile deve stare a casa: è quello che ci stanno dicendo tutti. E allora devono andare a lavorare esclusivamente le persone addette ai servizi veramente essenziali – spiega Roberta Turi, segretaria generale della Fiom di Milano – Nell’elenco fornito nell’ultimo Dpcm in realtà c’è di tutto: a Milano ci sono aziende che producono cosmetici, motorini per asciugacapelli o aspirapolveri. Bisogna restringerne il numero perché solo così riusciremo a salvare vite e a ricominciare al più presto a produrre e far girare l’economia».

Quanto allo sciopero annunciato dagli esercenti di distributori di carburanti, il governo è invece intervenuto. La ministra dei Trasporti Paola De Micheli e quello dello Sviluppo Stefano Patuanelli hanno promosso intese tra concessionari e benzinai.

«I gestori potranno concordare con i concessionari autostradali periodi di apertura alternata. Dovranno essere, in ogni caso assicurati, i rifornimenti in modalità self-service», specifica una nota.
Intanto, Abi (l’associazione bancaria italiana) e i sindacati di categoria Fabi, First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca, Unisin – che avevano minacciato uno sciopero – hanno raggiunto un accordo: si andrà in banca solo per appuntamento, vengono acquistate mascherine per i dipendenti e adottate altre misure per far rispettare la distanza di almeno un metro.

di Massimo Franchi

da il Manifesto del 25 marzo 2020


«Operai infetti in Avio e Leonardo. Bloccare le linee»

Gli iscritti Cgil ieri si sono fermati per otto ore: «L’Aerospazio non è essenziale al paese».

Sciopero di otto ore indetto dalla sola Fiom ieri per le aziende dell’Aerospazio e Difesa, dopo l’agitazione che c’era già stata lunedì con Fim e Uilm. Le proteste sono partite perché le aziende del settore non vogliono fermare la produzione. Per rientrare tra le imprese strategiche utilizzano le maglie larghe del punto H inserito nel decreto del Presidente del Consiglio del 22 marzo: «Sono consentite le attività dell’industria dell’Aerospazio e della Difesa, nonché le altre attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale, previa autorizzazione del Prefetto della provincia ove sono ubicate le attività produttive».

In Avio Areo lavorano 4.500 dipendenti nelle sedi di Rivalta di Torino, Brindisi, Pomigliano d’Arco (in provincia di Napoli) e Cameri (in provincia di Novara). A Rivalta un lavoratore è risultato positivo al Covid-19, due a Pomigliano. «Il settore ha ripreso le produzioni lunedì – spiega Claudio Gonzato, coordinatore dell’Aerospazio per la Fiom Cgil nazionale – Avio ha attivato la procedura ma non mi risulta che abbia già l’autorizzazione dei prefetti. Hanno potuto richiamare i lavoratori subito perché hanno utilizzato il capoverso 4 dell’articolo 1 del Dpcm per il quale le aziende che devono terminare delle attività in corso possono lavorare fino al 25 marzo. Ma Avio ha intenzione di proseguire e quindi non ottempera al decreto del premier Giuseppe Conte».

La Fiom chiede invece una stretta sulle produzioni non essenziali: «Avio realizza motori per velivoli – prosegue Gonzato -, un comparto fermo perché è ferma la committenza. Queste linee vanno bloccate, le attività si potranno riprendere quando sarà finita la fase di espansione dell’epidemia. Poi si recupererà con responsabilità quello che si è perso. Vanno garantite le produzioni essenziali non il profitto d’impresa. Le attività essenziali del settore sono la manutenzione e la revisione dei velivoli che servono alla pubblica utilità e alle forze armate per la gestione della fase epidemiologica. Le altre possono essere rinviate. E comunque si può proseguire solo a condizione che vengano salvaguardate la salute e la sicurezza dei lavoratori».

CGIL, CISL e UIL avevano chiesto che «prima dell’avvio delle attività nell’Aerospazio si provvedesse in sede aziendale alla verifica delle nuove disposizioni ministeriali relative alla natura delle attività essenziali, delle autorizzazioni prefettizie e se ricorressero le condizioni di sicurezza definite nel Protocollo condiviso dalle parti sociali del 14 marzo». Sull’ultimo punto Gonzato conclude: «I dispositivi di protezione individuale reperiti da Avio non bastano per tutti».

Tra gli operai a Pomigliano c’è il timore di infettarsi: «Nello stabilimento partenopeo lavorano in 1.500 – spiega Rosario Rappa, segretario generale Fiom Napoli – ma tra malattie, smart working e scioperi adesso sono in media 400. Un gruppo è appena tornato dalla quarantena. Le distanze sono rispettate e ci sono le mascherine perché non ci sono il resto degli operai. Ma il tema vero sono le tante microaziende non sindacalizzate dell’indotto. In quei siti chi farà rispettare le regole a tutela dei dipendenti?».

Nel sito Leonardo di Pomigliano un operaio è risultato positivo al Covid-19 e un altro è in attesa di conferma: «Nel caso del colosso controllato dal Ministero dell’Economia – prosegue Rappa – l’indotto in tutta Italia conta circa 100mila addetti. Nell’hinterland partenopeo Leonardo realizza aerostrutture, una produzione che può essere fermata. Quando si dichiarano gli scioperi si tutelano i settori di pubblica utilità, comparti che non includono Leonardo né Avio. Il Dpcm avrebbe dovuto applicare lo stesso criterio».

di Adriana Pollice

da il Manifesto del 25 marzo 2020

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