“Il coraggio del futuro” – Il piano di Confindustria così innovativo da essere vecchio di 30 anni

Mentre la pandemia sconvolge il mondo Confindustria propone le solite ricette stantie.

Non sembra averlo capito o l’ha capito benissimo e cerca di alzare barricate.

Stiamo parlando degli effetti prodotti nel mondo dalla pandemia del 2020 e del nuovo Presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Sì, perché mentre in tutte le società il virus ha causato un aumento della richiesta di protezione e welfare (in una parola “più Stato”) il leader dei nostri industriali continua a tuonare contro il “Sussidistan” salvo poi essere liquidato con battute pungenti del tipo:  “Quando li prendono gli altri si chiamano sussidi. Quando li prendi tu, contributi alla competitività…” e a riproporre come un disco rotto il solito modello neoliberista già condannato dalla storia (non erano bastate le crisi del 2008 e seguenti, ci è voluto in virus per far capire che l’attuale modello economico non regge…) e vecchio di 30 anni.

Se si ha il coraggio e il pelo sullo stomaco di leggere per intero il pretenziosissimo libro “Il coraggio del futuro – Italia 2030-2050” presentato da Confindustria durante la sua assise annuale, si ha l’impressione di essere catapultati mani e pieni negli anni Novanta. Gli anni dell’innamoramento generalizzato verso il mercato dopo il crollo del Muro di Berlino. Una fase in cui gli stessi politici di “sinistra” decantavano quanto fosse bella la flessibilità (leggi precarietà) e la competizione più sfrenata. I vari Clinton, Blair ma anche Amato, Prodi e D’Alema proseguivano e implementavano le politiche messe in cantiere negli anni Ottanta dalla destra di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Come a dire: quando gli allievi superano i maestri!

Ebbene. Sono passati più di due decenni da quel periodo sciagurato e il mondo è molto cambiato. Prima travolto dal disastro finanziari del 2008, poi dalla crisi dei debiti e infine dalla grande pandemia. Ma Bonomi e soci sembrano non averlo capito. Oppure, l’hanno capito benissimo e cercano di imporre la loro linea arretrata e conservatrice neanche fossero i capitalisti americani prima del New Deal di Roosevelt.

Ma vediamo nel dettaglio quali sono i “desiderata” di viale dell’Astronomia.

Mercato del lavoro

Oltre al consueto mantra contro il reddito di cittadinanza e il salario minimo, gli industriali auspicano, tanto per cambiare, che i licenziamenti vengano resi più facili e che sia lo Stato a farsi carico dei disoccupati occupandosi della loro riqualificazione. In una fase storica in cui le nuove tecnologie stanno facendo piazza pulita di tante vecchie professioni senza proporne di nuove che riescano a compensare la perdita di posti di lavoro, secondo Confindustria il licenziamento non deve essere percepito come un trauma. Certamente! Ditelo a un operaio di 55 anni che per una vita ha prodotto componentistica per macchine di precisione che deve riconvertirsi senza ansie nella gig economy, magari iniziando a pedalare per distribuire pasti e cene… Lo ha capito anche Calenda, ma Bonomi sembra non arrivarci.

Lavoratori

I lavoratori devono essere, guarda un po’, flessibili e partecipativi. Si esaltano i contratti a termine e in somministrazione come terreni dove verificare le competenze del lavoratore. E non si ha neppure la decenza e l’onestà intellettuale di ammettere che queste forma contrattuali non servono a “testare” il lavoratore in attesa di un’assunzione definitiva, ma semplicemente ad abbassare i costi e a utilizzare manodopera nei momenti di picco salvo poi lasciarla a casa quando non serve più. Cose già viste e riviste insomma. Si stigmatizza l’antagonismo tra capitale e lavoro e ovviamente non si vuol sentir parlare di presenza dei lavoratori nelle strutture dirigenziali delle aziende.

Scuola e sanità

La scuola non deve formare cittadini senzienti bensì lavoratori. Anche qui, niente di nuovo. Per quanto riguarda la sanità riportiamo per intero il giro di parole che serve a nascondere l’obiettivo reale: sanità valutata da criteri produttivi, incentivazione di welfare e sanità privata. E anche qui, tutto identico agli ultimi 30 anni. Non ci credete? Ecco il testo di Confindustria: “Occorre valutare le prestazioni, non solo in base al costo, ma anche al rendimento, quindi ai risultati generati, che nel caso della sanità sono di natura clinica, scientifica, sociale, ma anche economica”. Più chiaro di così!

Welfare

Per quanto riguarda il welfare, si assiste a uno scenario che sta emergendo con chiarezza già nella tornata di rinnovi dei contratti nazionali di diverse categorie. Confindustria non vuole in nessun modo concedere aumenti salariali se non per un minimo recupero dell’inflazione. Invece che aumenti di stipendio, gli industriali sono pronti a implementare pacchetti di welfare aziendale (più convenienti perché defiscalizzati) imitando lo scricchiolante modello americano.

Evasione fiscale

In un paese devastato da una gigantesca evasione fiscale endemica e di massa, Confindustria pensa bene di chiedere meno controlli e pene più leggere. “Enrichissez-vous!” a discapito della collettività insomma, così come avrebbe detto François Guizot nella Francia del 1840.

Potremmo continuare l’analisi, ma ci sembra che gli orizzonti siano molto chiari.

Mentre la Germania, il Paese egemone in Europa e da sempre guardiano dei dogmi ordoliberisti, ha iniziato a maturare un cauto cambio di paradigma (come si è visto nella battaglia per il “Recovery Fund”) più orientato alla spesa e meno alla tutela costi quel che costi dei famosi conti, la Confindustria italiana resta inchiodata a un neoliberismo che, seppur ridipinto in chiave tecnologica, puzza di stantio.

Insomma, come ha dichiarato il sociologo Marco Revelli in un’acuta intervista al Fatto Quotidiano: “Dietro al chiagni e fotti del presidente di Confindustria c’è la totale mancanza di una visione strategica”.

Mentre la frazione più dinamica e intelligente del capitalismo globale riflette sul Green New Deal, gli imprenditori italiani si attardano nella difesa dei loro privilegi con la solita vecchia ricetta. Potendo fare una previsione, diremmo che la Lega di Salvini, ultimamente un po’ in stato confusionale e dimostratasi assolutamente non culturalmente all’altezza – come tanti altri del campo sovranista – a gestire l’emergenza, sposerà la linea di Confindustria per cercare di recuperare una “credibilità centrista”.

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