Fortress Europe e flussi migratori

 

ImageIl Mediterraneo è un cimitero a cielo aperto. La destra sociale europea continua imperterrita la sua crociata contro l’immigrazione e nei paesi dell’Est Europa si erigono ai confini mura di filo spinato. Questo è lo scenario in cui diversi comitati, associazioni e collettivi si relazionano con i flussi dei migranti che, dopo aver attraversato la periferia europea, sono diretti al centro della Fortress Europe. Venerdì 4 Dicembre in Università Bicocca abbiamo discusso insieme il perché contestiamo il trattato di Dublino e l’approccio emergenziale con cui ancora si affronta un fenomeno ormai consolidato negli anni. Insieme all’esperienza diretta del Collettivo Askavusa-Lampedusa, NAGA, il comitato NOBorders Ventimiglia e Over the Fortess abbiamo cercato di dare voce a una narrazione diversa da quella portata dai media mainstream.

Lampedusa

Lampedusa, meta di arrivo di migliaia e migliaia di migranti nel nostro Paese, è ancora oggi un’isola che vive nello stato d’emergenza.
Dal 2013 infatti, l’isola ha visto un triplicarsi della densità dei flussi migratori che vedeva – e vede ancora oggi – investiti siriani, eritrei, egiziani, somali, malesi, nigeriano e afghani. È proprio della situazione di Lampedusa che ci ha raccontato Lorenzo del Collettivo Askavusa, in siciliano “piedi scalzi” nato nel 2009 proprio lì dalla voglia di alcuni/e abitanti dell’isola di affrontare la questione della migrazione partendo dalle cause che la generano e le conseguenze che ne derivano in maniera collettiva e dal basso, con una visione d’insieme più ampia di quella locale. Lorenzo ha raccontato di come questo stato d’emergenza stia man mano divenendo sempre più un tentativo di rendere dipendente l’isola dallo Stato; molte persone, infatti, lucrano su questo fenomeno e ciò genera conseguenze catastrofiche sull’economia stessa del luogo.

Un susseguirsi di operazioni

A livello istituzionale, furono intraprese diverse azioni per affrontare il problema proprio da quella tragica data del 3 Ottobre 2013 che vide morire in mare ben 366 persone e 20 dispersi/e a causa di un naufragio di un barcone carico di 544 eritrei in viaggio verso l’Italia; il primo sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri fu l’“Eurosur” attuato attraverso droni e con l’obiettivo di rafforzare il Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere, e perciò di massimizzare l’interazione tra gli stati membri per la raccolta dati, l’analisi dei rischi e l’identificazione dei gruppi di migranti, limitando il numero dei cittadini di paesi terzi che entrano illegalmente nel territorio dell’Ue, rafforzando la sicurezza e le logiche di controllo europee. Dal 18 Ottobre 2013 gli venne affiancata l’operazione “Mare Nostrum” che consisteva nel potenziamento del dispositivo di controllo dei flussi migratori già attivo nell’ambito della missione “Constant Vigilance”, e vede impegnate sei unità navali d’altura con una decina tra aerei, droni ed elicotteri; il dispositivo militare costituirà una sorta di anello esterno del dispositivo nazionale di individuazione e soccorso che avrà la possibilità di spingersi fino a ridosso delle acque territoriali dei Paesi del Nord Africa.                                                                                                                                               Il primo Novembre 2014 fu la volta dell’operazione “Triton” che nacque con l’obiettivo di pattugliare le acque italiane per una distanza di 30miglia dalla costa; la sua funzione non è né di salvataggio né di ricerca ma solo di assistenza per gli stati membri nell’adempiere ai propri obblighi d’accoglienza nei limiti legislativi.
Infine venne l’operazione “Mos Maiorum” un’operazione poliziesca europea capitanata dall’Italia e denunciata dalla rete di monitoraggio degli Stati e libertà civili in Europa, Statewatch come una terribile maxi-retata nei confronti degli immigrati: ben 19.000 furono gli/le arrestati/e illegittimi/e a causa di questa operazione. Con il dichiarato obiettivo di “indebolire le capacità del crimine organizzato nel facilitare l’immigrazione illegale verso l’Unione Europea“, questa operazione non servì ad altro se non a schedare ed arrestare masse di immigrati/e innocenti diretti verso il nostro Stato usando per giunta metodi coercitivi e fisicamente invasivi.

Il Trattato di Dublino

Le risposte dei/delle migranti sono di rabbia e insoddisfazione: più volte infatti è successo che a Lampedusa nei diversi CIE, avvenissero rivolte di protesta per le condizioni di controllo e di vita a cui sono quotidianamente sottoposti, talvolta sfociate anche in incendi e atti più radicali. Dall’ambiente alienante e carcerario dei centri d’accoglienza alle restrizioni poste dagli accordi di Dublino, la vita da migrante si configura come un vero e proprio circolo vizioso ad ostacoli teso a mantenere la sua immobilità per anni e anni, senza lavoro, senza documenti, senza la possibilità di ri-iniziare la propria vita come e dove meglio si crede.
É proprio della situazione legale dei/delle migranti di cui ci ha parlato invece Riccardo dell’associazione NAGA, Onlus che da più di vent’anni opera per promuovere e tutelare i diritti di tutti i cittadini stranieri; nata come laboratorio medico, ora è una vera e propria rete legale che lavora in Italia per la sensibilizzazione di informazioni verso tutt* i migranti, rifugiati e clandestini.
Riccardo ci ha spiegato di come il trattato di Dublino firmato il 15 Giugno del 1990 fra Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, preveda per i cittadini extracomunitari che fuggono da Paesi di origine perché in guerra o perseguitati per motivi di natura politica o religiosa la possibilità di fare richiesta di asilo solo nel primo Paese membro dell’Ue in cui arrivano. Non si possono fare più domande contemporaneamente, se non si rispetta questa premessa, il profugo viene rimandato al Paese di approdo. La doppia domanda viene rilevata perché il profugo viene registrato, con tanto di schedatura delle impronte digitali, e i suoi dati vengono inseriti in un database europeo (Eurodac) che consente un controllo incrociato.

Le leggi in Italia

La legislazione italiana non è assolutamente in grado di affrontare questo flusso migratorio con le leggi ad oggi esistenti; sono due infatti le leggi che si occupano della questione: una che riguarda la migrazione economica e che prevede il rilascio di documenti di soggiorno solo nel caso in cui si abbia già un datore di lavoro nel momento in cui si arriva in Italia. Questa legge è estremamente difficile da praticare nella realtà, prima di tutto per le difficoltà che si possono incontrare nella ricerca di un lavoro a distanza e secondariamente per la mobilità stessa che prevede; il nullaosta rilasciato dall’Italia, viene mandato nella capitale del Paese della persona richiedente e quest’ultima deve recarsi all’ambasciata e prendere il documento prima di poter venire in Italia. Tutto questo percorso oltre ad essere dispendioso a livello di tempo è ingente anche a livello monetario.
La seconda legge riguardante la questione si occupa della migrazione forzata , ovvero quando si chiede asilo per situazioni di persecuzione politica o religiosa; questo provvedimento è però pensato a misura d’uomo e non a livelli massificati , quindi su dinamiche individuali anche per la dimostrazione del proprio stato di pericolo.
Altri decreti che riguardavano la migrazione sono i decreti flusso; l’ultimo di questa tipologia fu emanato nel 2008 e consistevano in una sorta di escamotage esecutivo che permettesse di mettere a regola le persone già venute in Italia; da quell’anno ora si hanno solo i permessi per lavori stagionali che prevedono perciò una messa a regola dei migranti ma solo nel periodo in cui lavorano e con minime possibilità di un rinnovo successivo. In ogni caso la legislazione italiana tende a trattare il migrante come un potenziale nemico dello Stato: dalle impronte alle informazioni più intime, in ogni momento il migrante deve dare prova della sua affidabilità attraverso controlli e analisi del suo stato di vita. Tuttavia i suoi meccanismi sono inefficaci; il percorso ad ostacoli che va a delineare non è assolutamente funzionale per la gestione e il controllo dei flussi migratori, anzi, agevola la volontà di scapparne. La Bossi-Fini del 2002, ad esempio, pur avendo dei criteri molto più restrittivi della precedente Turco-Napolitano(1998), non ha assolutamente ridotto i flussi migratori nonostante le speranze iniziali.

Percezione e realtà

Nella realtà, infatti, nessun Paese può dire di riuscire a controllare i diversi flussi che lo attraversano; la politica del controllo e dell’ordine attuata dai diversi stati non sono altro che meccanismi culturali tesi al mantenimento della politica del terrore e della paura, con la quale gli stessi stati riescono a mantenere il controllo sulla popolazione.
La stessa clandestinità viene a configurarsi come un meccanismo di profitto: l’Italia, nonostante il senso comune pensi ben altro, è un Paese a Saldo Migratorio (SM) negativo cioè la nostra emigrazione è molto più alta dell’immigrazione che riceviamo. La clandestinità è in diminuzione, tuttavia dal 2013 le Questure sotto ordine del Ministero degli Interni, vanno a controllare i diversi status dei migranti attraverso i contributi IMPS che versano, cercando di scovare chi, malauguratamente, sta perdendo o ha perso di recente il lavoro per potergli togliere tempestivamente il permesso di soggiorno. Nessuna legge lo prevede eppure questa azione coordinata in tutto lo Stato sembra essere ormai all’ordine del giorno e tesa a mantenere una certa densità di clandestinità nel nostro Paese che non si abbassi sotto una certa soglia.

L’esperienza di Ventimiglia

Dopo aver trattato il lato legislativo, è stato il momento di Jacopo del Comitato NoBorders il quale ci ha raccontato delle origini e degli sviluppi della situazione di Ventimiglia.
Proprio questo confine fra Italia e Francia dallo scorso Giugno è divenuto un palcoscenico mediatico, tema mainstream per i mass media. In occasione del G7, la Francia ha infatti approfittato dell’incontro per chiudere le frontiere con l’Italia impedendo il passaggio di ulteriori profughi nel proprio stato. Per giustificare il blocco, la Francia si avvale dell’ accordo bilaterale con l’Italia, il trattato di Chambéry, siglato nel 1997 , che dà la possibilità di respingere reciprocamente gli immigrati irregolari che provengono dal territorio dell’altro paese. Per protestare contro queste politiche ingiuste, che tra l’altro sono in opposizione con gli accordi di Schengen (1999) – quelli che hanno di fatto abolito le frontiere interne all’Unione Europea e impediscono controlli 24 ore su 24 dei transitanti – i/le migranti insieme all’aiuto di attivisti e associazioni si sono organizzati in un presidio permanente, la Bolla. Dopo il tentativo italiano di sgombero dei confini avvenuto il 16 Giugno, scappati sugli scogli, i/le migranti sono riusciti ad autorganizzarsi e non lasciare la resistenza e la rivendicazione dei propri diritti. Molti di loro, infatti, non vogliono altro che ricongiungersi con le proprie famiglie già nel Paese o entrarvi perché consapevoli che in Italia per loro non c’è posto ne futuro. La Bolla viene a delinearsi come un luogo di resistenza, un supporto materiale per chi migra,un posto d’informazione dove le leggi europee non possono penetrarvi; questo spazio vive grazie alla solidarietà internazionale di chi vuole aiutare e sostenere queste persone, di chi capisce le loro situazioni e ancora non ha perso quell’empatia necessaria a comprendere certi stati di vita.

Le politiche coercitive attuate dai Paesi europei non finiscono però con la chiusura degli stati e delle rispettive frontiere; quella che si sta delineando è una vera e propria caccia all’uomo: polizia e forze dell’ordine quotidianamente fermano su treni e mezzi di trasporto diretti oltre confine o nelle prossimità di questi, chiunque sembri possedere lineamenti e fattezze straniere. È così che anche persone che possiedono da anni il permesso di soggiorno oppure nate in Italia, vengono fermate e fatte scendere da treni e bus, sottoposte a controlli e fermi di ore ed ore in mezzo al nulla, umiliate e trattate come criminali ricercati. Questa non è fantascienza ma è ciò che succede nel nostro Paese da mesi e mesi; confini come quello con la Slovenia o con la Francia, treni che partono dalla nostra Milano o da altre città sono regolarmente sottoposti al setaccio delle forze dell’ ordine.

La staffetta #‎Overthefortress

Infine è venuto il momento di Samanta che ci ha raccontato della staffetta ‪#‎Overthefortress‬ che sta seguendo da fine estate l’evolversi della migrazione nell’Europa dell’Est, dove non si arresta il flusso costante di migliaia di persone che percorrono la Rotta dei Balcani. In questi ultimi mesi la cosiddetta “crisi dei rifugiati” ha messo in luce, da una parte, i peggiori istinti nazionalisti e dall’altra l’irresponsabilità politica dell’Europa che persiste in una logica repressiva dei flussi e assiste impassibile, alle tragedie del mare. Lo scopo della staffetta è stato quello di documentare e raccontare quanto sta accadendo in quelle zone, toccare con mano la situazione, stringere relazioni e dare un supporto minimo ma fondamentale ai migranti in viaggio.
Samanta ha raccontato come in ogni valico attraverso la Slovenia-Croazia-Ungheria-Serbia-GreciaTurchia-Siria che hanno attraversato e in ogni campo d’accoglienza improvvisato visitato, abbia visto ripetersi modalità di gestione dispotiche ed inadeguate, l’assenza cinica di un piano operativo organizzato e con personale qualificato che limitasse al minino le situazioni difficili. Persone costrette ad attese interminabili sotto il sole e la pioggia senza nessun tipo di informazione, la sospensione dei diritti e della possibilità di muoversi liberamente. Ha raccontato di come sia stata possibile in Ungheria la costruzione di un’altra barriera che con i gas lacrimogeni e i proiettili di gomma sparati su donne e bambini che stavano oltrepassando la frontiera, e come questo le abbia fatto comprendere fino in fondo cosa significa rendere concreto un pensiero politico populista e xenofobo come quello del premier ungherese Orban. Insieme ad altri/e compagni/e e attivisti ha documentato la disperazione di famiglie divise, la sofferenza delle donne in gravidanza, la paura di essere bloccati e la fatica di dover partire all’improvviso., ascoltato tante voci unirsi e chiedere “l’apertura del confine” per poter passare, scorto sguardi profondi e coraggiosi che preludevano la forzatura di un blocco e stretto mani energiche pronte a difendersi.
Ha raccontato la sofferenza e l’ indignazione provata in quelle situazioni, ma anche l’emozione per la determinazione ed il coraggio di coloro che migrano, di coloro che mettono il proprio corpo in pericolo per poter sperare di vivere o di sopravvivere e che, nonostante tutte le difficoltà, i rallentamenti e gli ostacoli non possono venire fermati. #Overthefortress è sia un hashtag e uno slogan che, se ripreso da tanti, se reso virale, può divenire potenza ed esportare un concetto di solidarietà nuovo, fatto da tanti e diversi.

Conclusioni

Insomma in una società in cui ci viene detto che la questione migratoria è una questione complessa, che le morti in mare potrebbero essere evitate facendo la guerra agli scafisti, ancora nei vertici ordinari e straordinari che si sono susseguiti nei mesi di Settembre e Ottobre, i capi di governo dell’UE discutono un nuovo piano europeo che si fonda sulla militarizzazione delle frontiere esterne ed interne, sull’appalto del blocco dei flussi alla Turchia e sull’espulsione di massa dei cosiddetti migranti economici nel tentativo di mantenere una logica di controllo fondata sulla paura dell’Altro, del diverso stigmatizzato come criminale e abusivo.

Abbiamo organizzato questo incontro perché avendo come studenti preso parte al meccanismo di solidarietà attiva verso migranti e immigrati abbiamo voluto aprire una breccia nella nostra università per dar vita a una narrazione differente da quella dei talk show televisivi e media mainstream. Non esistono per noi migranti di serie A o migranti di serie B. Ci rifiutiamo di pensare che un’alternativa agli stati nazione non esista e per questo contestiamo l’esistenza di frontiere e nazioni. Per sostituire alle paranoie securitarie, alla competizione, alle diseguaglianze una società che abbia come priorità il benessere collettivo e un potere non accentrato nelle mani dei soliti (pochi) noti.

Marta & Collettivo Bicocca

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