Step 2_1 giorno alla Mayday 2017! – Il decreto Minniti e la (in)sicurezza decorosa

“Chi dice che rinuncia alla libertà per la sicurezza è un cattivo maestro. Sicurezza è libertà. Non c’è nessun posto sicuro se non è garantita la libertà di frequentarlo. Non c’è nessuna libertà se non viene garantita la sicurezza del libero andare” (Marco Minniti, intervista a Repubblica, 18 marzo 2017)

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Il binomio “sicurezza = libertà” non è nuova al dibattito politico. Il fatto che a pronunciare queste parole sia però un ministro di un ormai sbiaditissimo centro-sinistra rende l’idea di quanto esso non sia più un mantra delle destre populiste, ma una ridefinizione delle agende politiche neoliberiste di questo paese. I decreti Minniti, approvati dal Governo e dalla Camera ricevendo un consenso trasversale nello spettro parlamentare, sono l’ennesima conferma di un’ideologia del decoro che ha piantato le sue radici nel popolo delle spugnette e che continua ad affermare una sostanziale equiparazione fra sicurezza e decoro. Un’operazione, questa, che ridefinisce necessariamente anche il concetto di pericolosità: a mettere a rischio i cittadini “perbene” non sono più soltanto individui che mettono in pericolo la loro incolumità, ma anche tutti coloro che minano l’equilibrio e il senso di vivibilità percepita. Per sicurezza infatti si intende “il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati, l’eliminazione dei
fattori di marginalità e di esclusione sociale” (art.4). A finire nel mirino del decreto sono quindi i “fattori di marginalità e di esclusione sociale”, i poveri, gli emarginati, i migranti, le forme di dissenso che non sono più le vittime di un sistema non in grado di garantire il benessere collettivo, ma i loro responsabili.

Il decoro urbano e l’emergenza migranti, ovvero come nascondere l’emergenza sotto il tappeto dell’ordine
La linea di Minniti, “il ministro di ferro che ha ingabbiato i violenti” (come l’ha definito Il Giornale), si è concretizzata attraverso due decreti concepiti insieme al ministro della giustizia Orlando nel febbraio di quest’anno: uno chiamato “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale” e l’altro denominato “Disposizioni urgenti in materia della sicurezza delle città”.

Migranti
L’accelerazione dei procedimenti, siano essi il riconoscimento della protezione internazionale o il rimpatrio coatto, è l’obiettivo dichiarato di questo decreto, che ha incassato però le critiche di tutti i rappresentanti della società civile e delle associazioni di giuristi. Il decreto è strutturato principalmente attorno a cinque punti critici: la velocizzazione delle pratiche di rimpatrio, e il loro conseguente aumento, la creazione di Centri di permanenza per il rimpatrio, l’equiparazione degli educatori e responsabili a pubblici ufficiali, l’istituzione di sezioni specializzate e la negazione del grado d’appello per ottenere il diritto di asilo. Ventisei (inizialmente 14) sezioni specializzate sparse per la penisola e formate da magistrati con una preparazione specifica nel campo del fenomeno migratorio e in particolare alla protezione internazionale sarebbero dedicate alle richieste d’asilo e ai rimpatri. Una norma discriminatoria e illegittima, e che oltretutto rischia di allungare infinitamente i tempi delle pratiche, perché diminuisce il numero di giudici che possono occuparsi di un fenomeno in evidente aumento. Per garantire l’esecuzione delle espulsioni vengono stanziati 19 milioni di euro, e il decreto introduce l’ennesima non-novità: i Cpr ( centri di permanenza per il rimpatrio) centri più piccoli rispetto ai Cie e diffusi sui territori che sostituiscono i Cie senza sostanziali cambiamenti, mantenendone il carattere detentivo e punitivo. Se questo non bastasse ad evidenziare la discriminazione e la negazione dei diritti dei migranti, il ministro-sceriffo riesce a superarsi: il punto più controverso di questo decreto è infatti l’eliminazione del terzo grado, quello dell’appello, per i richiedenti asilo. Apparentemente chi distrugge e devasta i nostri territori con speculazioni e frodi milionarie ha diritto a più gradi per garantirsi l’immunità rispetto a chi fugge da dittature e guerre ed è “colpevole” di cercare una possibilità di vita più dignitosa senza essere all’altezza dell’opulenza occidentale. Minniti è anche riuscito a scavalcare da destra il già noto Pacchetto Sicurezza di Maroni, inserendo una norma che prevede che gli operator sociali svolgano funzione di pubblici ufficiali. Gli educatori stanno organizzandosi in assemblee sempre più sparse sul territorio per esprimere il loro dissenso verso questa norma che li vedrebbe di fatto trasformati in spie e gendarmi. Minniti insomma non insegue la destra sui temi securitari, la sorpassa.

Decoro urbano
Più a destra della destra, più populista dei populisti, il ministro-sceriffo non si ferma alla gestione del “problema migranti” ma definisce il suo piano di bonifica anche e soprattutto per quello che riguarda la lotta al degrado. Sicurezza è vivibilità, vivibilità è decoro: questa è la strada, “l’unica percorribile, perché in grado di declinare le politiche della sicurezza in chiave moderna, democratica e inclusiva” come la definisce lui stesso. Le aree d’intervento del decreto sulla sicurezza delle città infatti sono le più varie: innanzitutto, si inaspriscono le pene per coloro che deturpano e imbrattano le cose altrui, distinguendo peraltro delle zone di maggior valore dove il reato è più grave. E questo non si limita ai writers, obiettivo della crociata di spugnetti e benpensanti da ormai due anni, ma si apre a mendicanti (purché “l’accattonaggio avvenga con metodi vessatori” o “simulando infermità”), spacciatori (o presunti tali), venditori ambulanti, prostitute, ma anche persone trovate in stato di ebbrezza, parcheggiatori abusivi e “impresentabili vari”…Le zone del centro insomma, hanno maggior valore e devono essere frequentate da gente “più civile”, che a sua volta deve essere circondata da un ambiente decoroso, mentre nelle periferie, dove vivono i poveri e gli emarginati, il degrado è meno grave. L’importante insomma, è che i ricchi non si debbano trovare nella spiacevole situazione di accorgersi che esistono dei poveri.
I grandi protagonisti di questa caccia all’emarginato diventano i Sindaci, che dispongono di maggiori poteri dell’identificazione di questi “deturpatori dell’ordine” (e che raccolgono, peraltro, i proventi delle multe che distribuiranno, trovando un nuovo modo per fare cassa) e che potranno adottare “ordinanze extra ordinem qualora vi sia urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio o pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti” (Centro Studi della Camera), come decidere di vietare la somministrazione e la vendita e addirittura determinare la chiusura di locali che turbino la quiete dei cittadini civili. I sindaci vedono inoltre introdotto un nuovo – e già celebre – strumento di repressione,il Daspo Urbano: “Contestualmente alla rilevazione della condotta illecita, al trasgressore viene ordinato (…) l’allontanamento dal luogo in cui e’ stato commesso il fatto”, per un lasso di tempo fino a 48 ore, o fino a due anni in caso di reiterazione. Il sindaco può anche disporre un allontanamento da uno a cinque anni (anche con obbligo di firma) per chi vende o cede sostanze stupefacenti, anche se minorenne. Neanche la destra più populista avrebbe saputo organizzare un impianto repressivo tanto efficiente.

Decoro dappertutto, giustizia da nessuna parte
Una massima di mussoliniana memoria recitava “La libertà senza ordine e senza disciplina significa dissoluzione e catastrofe”. La struttura composita prevista dai due decreti ha un principio fondante ben chiaro: se il decoro è fondamentale per il benessere e la sicurezza, gli emarginati non sono cittadini, ma una minaccia da cancellare sistematicamente. Bisogna nasconderli nelle aree già degradate, multarli quando si rendono visibili, e – quando possibile – espellerli ed allontanarli. Il nostro ministro di ferro però ha pensato a tutto, e sa bene come garantire quell’ordine e quella disciplina: in particolare, dispone per i suoi sindaci e le sue forze “dell’ordine” (definizione accurata, evidentemente) quattro strumenti. Il primo sono i “servizi e interventi di prossimità”, come i poliziotti di quartiere e un aumento delle pattuglie sui territori di maggiore rilievo, oltre che facilitazioni nell’acquisto di impianti di videosorveglianza e telecamere per le strade della città. Il secondo è il concetto chiave di sicurezza integrata, ovvero un impianto securitario che vede collaborare lo stato, i comuni, e anche tutte quelle reti territoriali di volontari come Retake, il popolo delle spugnette eccetera, che già hanno salvato la città svariate volte staccando adesivi dai pali della luce. Questa norma, ben più che essere un invito alla cooperazione, potrebbe spalancare le porte ad una privatizzazione del settore decoro urbano, iniziata con le deleghe a grandi imprese per la valorizzazione del territorio e che potrebbe continuare addirittura con un subappalto della gestione della sicurezza così come intesa dal decreto. Per il terzo preoccupante strumento (anch’esso come il daspo ereditato dalle sperimentazioni repressive negli stadi) Minniti pensa anche a reprimere ogni forma di dissenso, e lo fa inserendo la “flagranza di reato differita” ovvero la possibilità di fermare o arrestare persone sulla base di videoregistrazioni, mezzo ideale quando si parla di manifestazioni di piazza. E il quarto strumento? È, finalmente l’introduzione dei codici identificativi per la Polizia. Fate fatica a crederlo? E avete ragione… infatti la norma, inizialmente introdotta, scompare magicamente dai decreti prima della loro votazione.
“Il mantra è questo: libertà di espressione, democrazia, ma nessuna violenza ammessa, perché quella limita la libertà dell’altro”, dice Minniti al Messaggero. Alla luce dei contenuti dei suoi decreti, ci pare di capire che il senso di questa frase sia che la società va divisa fra coloro che “ce l’hanno fatta”, e che quindi meritano libertà d’espressione, democrazia, sicurezza e decoro nelle loro esistenze ordinate e vivibili da trascorrersi in aree di valore; e “gli esclusi”, che limitano la libertà degli altri di continuare ad ignorare le loro vite indecorose, periferiche, fatte di miseria e di lunghi viaggi da posti lontani.
Ma noi, gli indecorosi, i precari, i deboli, i poveri, i migranti, gli esclusi non abbiamo intenzione di farci cancellare da questo grottesco rendering di una città “perbene”. Noi che siamo l’anima di questa città, che ne riempiamo gli spazi e le arterie, continueremo a resistere e a lottare per una città che non guardi al decoro, ma alla dignità di chi vive le nostre città tutti i giorni, ben consapevoli che le strade sicure le fanno gli uomini e le donne che l’attraversano.

mayday 2017_orgoglio della classe precaria.
ore 15_piazza 24 maggio.

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