Viaggio per l’Europa che lotta – quarta tappa: Precarious United/Belgio

 

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Abbiamo fatto un giro intorno al continente per incontrare chi attraversa le lotte sociali e raccogliere il loro punto di vista sull’Europa.
Abbiamo posto volutamente le stesse domande a tutt*, salvo poi ovviamente spaziare nella conversazione a seconda degli interlocutori lungo le tracce delle rispettive narrazioni.
La nostra curiosità è semplice e basilare: laddove il capitale esprime il proprio dominio sui territori e sulle nazioni senza incontrare grandi barriere, chi pratica resistenza e opposizione come concepisce il proprio campo di battaglia? Che percezione ha del terreno della propria azione politica? Che visione mette in campo delle relazioni di potere espresse dagli organi di governo europei? Che linguaggi utilizza? Quali culture esprime?
La nostra curiosità non si è fermata ed è andata a investigare un passo oltre: esiste un lessico comune anche laddove i territori esprimono contraddizioni e specificità tutte locali?
La scelta di chi intervistare è molto personale: non ha una strategia precisa se non quella di andare a chiedere a* compagn*, ci piace chiamarl* così, che abbiamo incontrato lungo il nostro cammino nel corso degli ultimi anni.
Alla fine di questo “viaggio” chiederemo un parere su quello che è emerso a un esperto sul tema, un compagno: Alex Foti. Pioniere di tanti movimenti e navigatore esperto delle culture che attraversano le frontiere.
La prima tappa ci ha portato in Germania

poi siamo andati a Londra

la terza tappa è stata l’Irlanda

ora intervistiamo MARC MONACO di PRECARIOUS UNITED – ALLIANCE D19-20. Per precisione dobbiamo dire che l’intervista è stata fatta prima delle elezioni europee. Ma il risultato non cambia. buona lettura!

Precarious United (of Europe) nasce il 1° Aprile 2009 con la partecipazione dei resti della rete EuroMayDay (con le sue azioni contro l’eurocrazia a Bruxelles, 2006 e Aquisgrana, 2008) alle grandi proteste di fronte alla Banca d’Inghilterra e poi alle manifestazioni del movimento per la giustizia climatica a Copenhagen nel dicembre dello stesso anno. 
Quelli/e di Precarious United hanno per la prima volta gridato “fuck austerity!” alla manifestazione dei sindacati europei del Settembre 2010 insieme al no border camp e poi partecipato al movimento Blockupy del 2012. Fanno parte del gruppo attivisti dei centri sociali di Liegi e Bruxelles e mediattivisti italiani e di altri paesi europei che amano le proteste transnazionali (anche a Tunisi, Cairo, Istanbul). Nel Dicembre ha partecipato al blocco della Commissione Europea che ha visto studenti, sindacalisti e agricoltori paralizzare il Quartiere Europeo della capitale belga. 
Precarious Utd unisce passione per l’azione di piazza al lavoro sulla teoria del precariato europeo, che fra i primi il gruppo elaborato.

A fine Maggio ci sono le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Innanzitutto ritenete il Parlamento di Bruxelles un istituzione degna di interesse (a prescindere dalla partecipazione o meno alle elezioni) e se si, quale tipo di attenzione ritenete si dovrebbe avere verso la politica istituzionale a livello europeo.

L’Europa è molte cose: molteplici storie, rapporti istituzionali e di potere complessi. Ma diciamo dal punto di vista dei movimenti, dobbiamo pensare l’Europa come un territorio del futuro, pensato e nato dalle lotte globali e che ne incarna le aspirazioni concretamente.

Al di là delle considerazioni sull’UE, le ricadute a livello nazionale delle politiche di austerity decise ai vertici sono evidenti. Potreste descrivere in che modo nel vostro paese o territorio?

Il Parlamento europeo rappresenta abbastanza bene quello che dovrebbe essere, dal mio punto di vista, la strategia dei movimenti. Il Parlamento europeo è, da una parte, un’istanza che è destinata a dare legittimità democratica al potere della commissione, una delle teste della Trojka, ma anche l’unica istituzione non nazionale dove la commissione può essere contestata e rimessa in causa senza dover passare attraverso argomentazioni nazionalistiche. In più, i parlamenti nazionali sono molto più docili ai diktat della Trojka. La competizione organizzata tra i differenti stati europei è un fattore essenziale della precarizzazione dei cittadini europei. I movimenti che si danno un’assise europea e contestano le istituzioni europee, riconoscono e costruiscono il problema a un livello europeo e non nazionale. Questo permette di creare un corto circuito tra la Trojka e il suo punto di ancoraggio principale, vale a dire gli stati nazionali.

L’Europa condiziona le decisioni del vostro governo in materia di diritti?

Principalmente i tagli sono sulla sicurezza sociale in generale e la cultura: l’assistenza sanitaria e le sovvenzioni alle istituzioni culturali sono state le vere vittime dell’austerità in Belgio. Ma l’austerità significa anche soppressione dei diritti dei lavoratori, come per esempio l’eliminazione dei sussidi di disoccupazione per alcune categorie di lavoratori. Oggi le politiche di austerità si accompagnano a una seconda fase di riforme che nel linguaggio neo-liberale si chiamano competitività, ma nel nostro precarietà. In questa seconda fase sono i salari diretti e indiretti dei lavoratori che sono minacciati.

Considerate l’Europa uno spazio di azione strategico per i movimenti di opposizione al neoliberismo o, tutto sommato, la dimensione nazionale rimane determinante?

Per quanto riguarda la sovranità economica degli stati europei, essa è legata alla loro potenza politica e militare. E come si può osservare, nel corso del XX secolo, non ha cessato di diminuire. Anche a causa della decolonizzazione, che non è una brutta cosa. La globalizzazione dell’economia è una risposta occidentale alla vittoria delle lotte anticoloniali. In questo quadro l’Europa è diventato un progetto ambiguo. Io direi che la costituzione dell’Europa è diventata un problema: da una parte per le classi dominanti e globalizzate, l’Europa è un framework che promuove businness a livello globale e protegge i loro interessi contro le forze democratiche interne. Bisogna costruirla in questo senso. Vi è per esempio la concezione della moneta unica che rappresenta l’euro, ma anche le frontiere militarizzate di Frontex, una forma di colonialismo che passa dalla distruzione delle specificità locali all’interno dello spazio europeo. Dall’altra parte per le classi precarie e migranti (i miei genitori sono immigrati), l’Europa ha sempre rappresentato la possibilità di far saltare i confini soffocanti delle identità nazionali (una nuova America). Concretamente si può far riferimento per esempio alla difesa dei diritti LGTB, che le istituzioni europee hanno sempre portato in prima linea, la difesa dei diritti dei Rom a circolare su questo spazio. Erasmus, vale a dire la possibilità per gli studenti meno abbienti di ricevere una borsa, una quota di iscrizione per aprirsi a una lingua e a un universo diversi dai propri. Insomma, abbiamo constatato che in confronto alle élites, la nostra visione dell’Europa è molto in ritardo.

In questo caso che tipo di azioni considerate efficaci?

Noi vogliamo, come diceva l’Euromayday, una Europa libera, aperta e democratica. Tutto il contrario delle tendenze attuali. Ma allearsi con gli euroscettici sarebbe un suicidio politico. Sono razzisti e nostalgici. Noi dobbiamo costruire il welfare europeo e fondare una democrazia europea, abbiamo bisogno di rompere il muro e l’alleanza delle élites europee e costringere le componenti più progressiste ad allearsi con noi. È evidente che per questo dobbiamo pensare e realizzare un percorso comune in tutto il continente. Le reti di Agora99 e Blockupy rappresentano già un inizio di questo percorso. Oggi D19-20 a Bruxelles è un’iniziativa che si inscrive in questa dinamica. Bisogna estendere questo percorso in modo che diventi una alternativa politica conosciuta dall’opinione pubblica: contro l’Europa della Trojka, blocchiamo i loro luoghi di potere, contro gli euroscettici, noi esponiamo le nostre pratiche democratiche e transnazionali. Pensiamo che sul territorio noi abbiamo già delle municipalità come Notre-dames-des-landes e la Val Susa. Si può fare!

 

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