6 gennaio ’21, un nuovo crollo del muro?

“Pensa che risate si stanno facendo a Pechino e a Mosca!”.

Non si può che aprire questo articolo con una delle tante battute che circolavano su WhatsApp la sera di due giorni fa mentre assistevamo attoniti all’assalto al Congresso da parte di migliaia di sostenitori di Donald Trump.

L’impossibile è dunque avvenuto.

L’attacco al cuore del potere di Washington, sognato per decenni da generazioni di rivoluzionari e terroristi in giro per i quattro angoli del globo, alla fine è stato messo in atto da una folla di “veri patrioti americani”. Siamo di fronte al totale capovolgimento degli schemi interpretativi utilizzati per decenni.

E ha poco senso concentrarsi sugli aspetti pittoreschi della vicenda tipo il vestiario degli assalitori o la loro credulità ad assurde tesi complottistiche. Trump rappresenta 75 milioni di elettori americani. Un pezzo consistente della società americana che, nonostante il disprezzo con cui viene additato da più parti, ha un’eccezionale capacità di dettare l’agenda politica.

Quello che è successo è un fatto di portata storica e anche se il sistema americano farà di tutto per mettere la polvere sotto il tappeto e ritornare al “business as usual” l’onda lunga di ciò che è successo in questo inizio 2021 si farà sentire.

C’era voluto l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 a risvegliare tanti dal sogno di una presunta “fine della storia” propagandato da Francis Fukushima nel suo libro del 1992.

La storia, quella con la S maiuscola si era presentata bussando alla porta in modo fragoroso. Da lì la risposta dell’amministrazione Bush con la famosa “war on terrorism” che avrebbe dato il via a un ventennio di guerre insanguinando l’Afghanistan e l’Iraq e destabilizzando intere regioni del mondo.

Ma se c’era un risultato geopolitico emerso con chiarezza negli ultimi 20 anni è che gli Stati Uniti non erano più in grado di condurre da soli il gioco sullo scacchiere internazionale.

Del resto, è già dagli anni Settanta che alcuni pensatori politici conservatori come Huntington pensano alla necessità di garantire il regolare (per quanto possibile) ritiro della potenza americana. E’ insomma dai tempi della guerra del Vietnam che si parla di “declino dell’Impero americano”. Poi c’è stato un momento di tregua negli anni Ottanta e Novanta dove il focus si è concentrato sugli effetti del crollo del socialismo reale. Ma dal 2001 la crisi è ripresa potentemente.

Ebbene, in queste righe tenteremo un paragone ardito, ma forse non troppo.

Tracciare un parallelismo tra il collasso del sistema di potere sovietico e quello americano.

Michail Gorbačëv fu nominato Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel 1985 con l’intento di rilanciare un sistema stagnante che evidenziava già notevoli segnali di declino.

Donald Trump che ovviamente, per visione e posizioni politiche, è quanto di più distante possa esserci dal socialismo reale è però stato eletto Presidente nel 2016 con uno slogan in qualche modo analogo a quelle che erano le intenzioni di chi, nell’apparato sovietico, scelse Gorbačëv ovvero: “Make America great again!”.

Gorbačëv, a differenza dei cinesi, non fu all’altezza di gestire le spinte confliggenti tra riforme politiche (leggi voglia di libertà) e riforme economiche (leggi voglia di consumare). Questo, oltre che a indebolire il Partito che, con il KGB e l’Armata Rossa era una delle poche strutture capaci di garantire la gestione ordinata dei progetti di riforma, fece esplodere le tensioni centrifughe sopite da decenni sia all’interno che all’esterno dell’Unione Sovietica. Da qui i conflitti interetnici e le scosse telluriche nel blocco dell’Est.

Donald Trump ha governato come uno schiacciasassi assolutamente indifferente a quelle che sono le tensioni latenti nella società americana. Tensioni latenti dalla nascita di questo paese si potrebbe dire. E che sono esplose in modo fragoroso nei quattro anni di mandato del miliardario di Manhattan. Tensioni di classe e di razza che non riescono più a essere recuperate dalla potenza del “sogno americano” che non riesce più a garantire l’ascensore sociale come faceva fino a qualche tempo fa.

A suonare la campana a morto per il sistema sovietico furono una guerra e una crisi interna inattesa. La guerra fu quella in Afghanistan (1979-1989) che oltre a essere un tritacarne fu anche un pozzo senza fondo di spese. La crisi fu invece quella del disastro nucleare di Chernobyl nell’aprile ’86 che, oltre a costringere i sovietici a sforzi economici drammatici simbolicamente indicò come il sistema girava ormai a vuoto.

Per gli Stati Uniti non c’è una guerra simbolo, ma i due decenni di guerre da cui Washington esce non certo vincente sono lì a parlar chiaro. La crisi inattesa è quella del Covid. Una crisi che ha svelato la fragilità del sistema sociale americano. Gli USA sono il paese al mondo col più alto numero di morti: 365.000. Il virus è totalmente fuori controllo e nella giornata di ieri (potere dei simboli!) c’è stato il record di morti giornaliero da inizio pandemia: 4.112. Il che vuol dire che c’è un cittadino americano che perde la vita ogni 20 secondi.

E arriviamo al parallelismo forse più ardito, ma che a nostro parere può avere un senso.

La caduta del Muro di Berlino fu, per chi conosce bene come si sviluppò la vicenda, un fatto abbastanza inatteso.

Durante una conferenza stampa indetta per parlare dell’intenzione delle autorità della Germania Est di consentire ai propri cittadini di spostarsi in modo controllato a Ovest con degli appositi lasciapassare, colto di sorpresa dalla domanda di un giornalista, Günter Schabowski,  Ministro della Propaganda della DDR, arrampicandosi sugli specchi diede la seguente risposta:

“Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente”.

Questa risposta diede il via libera al vero e proprio fiume umano di berlinesi dell’Est che si affollarono ai varchi del Muro per andare a farsi un giro all’Ovest e vedere com’era la vita nel sistema capitalista.

Da lì a tirare giù il muro a picconate il passo sarebbe stato brevissimo.

L’assalto a Capital Hill è stato altrettanto sorprendente e inaspettato, ma nonostante le differenze, mediaticamente e immaginificamente potentissimo a livello globale.

Non è nostra intenzione sottovalutare la società americana.

E’ un mondo vivo e dinamico (non imbalsamato come quello socialista degli anni Ottanta), pieno di contraddizioni e di conflitti. Si tratta di una società ancora capace di imporre al mondo modelli di vita, produttivi e di consumo. Vedi Amazon, Google, Facebook e Netflix giusto per fare degli esempi.

E’ a livello politico che non riescono ad arrivare più le risposte alle mille esigenze contrastanti e contrapposte che si vivono negli Stati Uniti.

E un sistema che non è più capace di rispondere ai propri cittadini ha dei grossi problemi a livello internazionale.

Staremo a vedere se questo 6 gennaio 2021 sarà un evento segnante. Uno di quelli di cui si mette la foto nel libro di storia delle medie.

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