Il primo tempo del fascismo americano

«It Can’t Happen Here» («Da noi non può succedere»), scriveva Sinclair Lewis nel 1935. E invece è successo: il 6 gennaio 2021 un aspirante dittatore, eletto nel 2016 tra manipolazioni e interferenze straniere, ha cercato di impadronirsi del Congresso per impedire la ratifica della vittoria elettorale del candidato democratico Joe Biden.

«Quello che abbiamo visto a Washington è il moderno fascismo: disprezzo e volontà di distruggere la democrazia e lo stato di diritto, mobilitazione della violenza, propaganda dell’odio per dividere la società, e definizione razzista del popolo» ha detto lo studioso tedesco Michael Wildt. Come si è arrivati a questo punto?

Fino al 2015, il movimento fascistoide e violento era costituito da una galassia di gruppi, chiese, comitati di cittadini che non obbedivano a un’organizzazione centralizzata e mancavano di un leader che li guidasse. Si ispiravano a principi comuni (una visione autoritaria della politica, una visione fondamentalista della religione, l’ostilità nei confronti del governo federale, la passione per le armi) ma costituivano una forza politica marginale nonostante gli agganci dentro il partito repubblicano. Ciò che mancava a questo movimento era un duce che non si era ancora presentato sulla scena.

Donald Trump colse il momento in cui il paese era angosciato, la diffidenza e il disprezzo nei confronti della classe politica al massimo storico. Una recessione grave come quella del 2008 e un leader più credibile di mezze calzette come Pat Robertson o Pat Buchanan riuscirono facilmente a spazzare via i candidati dell’establishment repubblicano e poi a trascinare milioni di americani alle urne con la promessa di un muro e di una caccia agli immigrati, della guerra commerciale contro la Cina e della nomina di giudici «patriottici» alla Corte Suprema.

Le manifestazioni di intolleranza esistevano già, la violenza della polizia contro gli afroamericani esisteva già, la voglia di rivincita dopo otto anni di presidenza Obama esisteva già: era solo questione di trasformare in sistematico e organizzato dalla Casa Bianca ciò che fino ad allora era stato sporadico e localizzato. Tutto questo non sarebbe stato sufficiente, senza il barocco e antidemocratico sistema elettorale per la presidenza, che permise a Trump di prevalere nonostante avesse ottenuto su scala nazionale 3 milioni di voti in meno di Hillary Clinton.

Ora l’Fbi si occupa con zelo della parte clandestina del trumpismo: gli invasori del Congresso che hanno ucciso un poliziotto e poi si sono fatti dei selfie all’interno. Ma quelli su cui occorrerebbe indagare sono i deputati repubblicani che, secondo le prime indagini, avrebbero fatto fare una visita guidata dell’edificio ai miliziani in vista dell’azione. Il 6 gennaio non sarebbe mai potuto accadere senza l’estrema destra «rispettabile»: l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell, le decine di deputati repubblicani che hanno contestato i risultati elettorali senza alcuna base nei fatti. La manovalanza finirà in galera ma l’ideologia del trumpismo è stata ed è condivisa da metà di Camera e Senato.

Oggi in America esistono gruppi armati come i Proud Boys o le milizie del Michigan che si riconoscono in un programma politico molto simile a quello del partito repubblicano, che nel 2016 controllava non solo il Congresso ma anche la presidenza. In questi anni Trump e i repubblicani non hanno affatto rotto con l’estrema destra, al contrario hanno incorporato parti sostanziali dell’agenda di quest’ultima nella propria azione politica.

Non è Trump ad essere l’anomalia: negli ultimi anni i rapporti tra destra «legale» e destra «illegale» negli Stati Uniti erano diventati simili a quelli che esistevano tra il braccio politico e quello militare di un movimento di liberazione – e di altra natura politica -, per esempio tra il Sinn Fein irlandese e l’Ira. Le due ali sono distinte, possono avere occasionali divergenze, ma hanno un identico obiettivo politico: prendere il potere e mantenerlo a qualsiasi costo. Ogni movimento sovversivo che operi in una democrazia è costretto ad avere una struttura di questo tipo altrimenti il consenso che in certi momenti le azioni violente raccolgono non riesce mai a consolidarsi e ad allargarsi. La menzogna delle «elezioni truccate» era stata diffusa da Donald Trump mesi prima che si andasse effettivamente alle urne.

Ora a Washington si cerca di rassicurare il mondo sostenendo che le tradizioni democratiche sono così antiche e consolidate che i terroristi verranno puniti e tutto tornerà nella normalità con la presidenza Biden. Ma non va sottovalutato il fatto che gli squadristi di Trump e gran parte dei politici repubblicani hanno in comune l’odio per l’America progressista, metropolitana e multirazziale rappresentata (ancora male) dalla presidenza Obama.

di Fabrizio Tonello 

da il Manifesto del 19 gennaio 2021

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