Missili dei pasdaran e battaglia mediatica. La risposta dell’Iran

Attacco notturno alle basi Usa in Iraq: «Un gesto di autodifesa» 80 morti secondo le Guardie rivoluzionarie, zero per Washington.

Nelle prime ore di mercoledì il presidente statunitense Donald Trump ha vissuto il suo peggior incubo: i pasdaran hanno lanciato, probabilmente dal territorio iraniano, una dozzina di missili balistici Qiam-1 e Fateh 313, con un raggio d’azione rispettivamente di 750 e 500 chilometri, contro le basi americane e della coalizione di Ain al-Asad (nella provincia di al-Anbar, a 160 chilometri da Baghdad) e di Erbil (nel Kurdistan iracheno).

I missili dell’operazione «Soleimani martire» hanno colpito all’una e venti di notte ora locale, qualche minuto prima della sepoltura del generale Soleimani nella sua città natale Kerman e nel momento esatto in cui, lo scorso 3 gennaio, i militari statunitensi avevano lanciato il drone uccidendolo.
I missili dei pasdaran sono la spina nel fianco di Trump, che ha mandato a monte l’accordo nucleare del 2015 tra l’Iran e i 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania) perché quel documento non pone limiti al programma balistico.

Si tratta dell’attacco più grave da parte iraniana agli Usa dopo la presa degli ostaggi nell’ambasciata a Teheran il 4 novembre 1979. Se la leadership iraniana rischia tanto per vendicare Soleimani, è per salvare la faccia di fronte alla propria opinione pubblica. Se non avesse agito prontamente, ne sarebbe uscita perdente con i milioni di iraniani che in questi giorni hanno commemorato il capo delle forze speciali al-Qods assassinato per volere di Trump.

La guerra tra Washington e Teheran si combatte da quarant’anni nell’arena economica, perché le sanzioni economiche risalgono alla presa degli ostaggi nel 1979. Anche il conflitto militare va avanti da parecchio tempo: a più riprese gli iraniani e i loro alleati sciiti sono stati uccisi in operazioni militari in Libano, Siria, Iraq e Yemen.

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Le esequie del generale Qassem Soleimani a Kerman, sua città natale foto Afp

Una nota positiva, in questa situazione allarmante: il confronto militare tra Iran e US si sta limitando al campo di battaglia iracheno. In altri termini, i pasdaran avrebbero potuto attaccare la quinta flotta americana ormeggiata in Bahrein, oppure obiettivi statunitensi in Arabia Saudita, oppure avrebbero potuto chiudere lo Stretto di Hormuz. Se non lo hanno fatto, è per evitare di essere accusati di voler destabilizzare la regione.

La guerra è pure mediatica, a colpi di tweet e di dichiarazioni. Poco dopo il lancio di missili, il ministro degli Esteri Zarif ha twittato: «È un gesto di autodifesa in base all’art 51 della Carta dell’Onu, non cerchiamo un’escalation e nemmeno la guerra, ma ci difendiamo dalle aggressioni». Il leader supremo Khamenei ha detto: «La risposta iraniana agli Usa è solo uno schiaffo, gli americani se ne devono andare dalla regione». Rivolgendosi a Washington, il presidente Rohani ha dichiarato: «Avete tagliato la mano di Soleimani ma noi taglieremo il vostro piede nella regione».

La guerra mediatica talvolta impedisce di capire che cosa stia succedendo. Ieri, per esempio, i media iraniani citavano le Guardie rivoluzionarie secondo cui nessun missile iraniano sarebbe stato intercettato dagli americani, ci sarebbero stati 80 morti e una base sarebbe stata completamente distrutta. Nel discorso dalla Casa Bianca, Trump ha negato che ci siano state vittime americane o irachene nell’attacco. È plausibile, alla luce del fatto che gli iraniani avevano informato gli iracheni dell’attacco imminente: volevano vendicare Soleimani, ma erano consapevoli che il rimpatrio delle salme avvolte nella bandiera a stelle e strisce avrebbe scatenato l’inferno.

La dinamica dei missili che non fanno vittime ricorda l’attacco americano dell’aprile 2017 alla base aerea siriana di al-Shayrat: l’obiettivo era punire le forze governative per l’ipotetico uso di armi chimiche a Khana Sheykoun. Erano stati lanciati i missili, provocando pochi danni e vittime perché il Pentagono aveva avvisato i russi che, a loro volta, avevano allertato il regime di Assad.

Dalla Casa Bianca, dopo aver detto peste e corna del generale Soleimani. definito «il peggior terrorista al mondo che ha commesso le peggiori atrocità», Trump ha precisato di non voler «fare ricorso alla forza militare». Rivolto al popolo iraniano, ha poi dichiarato: «Dobbiamo raggiungere un accordo che vi permetta di crescere e prosperare». Gli Stati Uniti, assicura, «sono pronti alla pace, con tutti quelli che la desiderano».

Certo è che la pace, per Trump, passa attraverso un nuovo accordo che impedisca un qualsivoglia programma nucleare, senza limiti temporali, e vieti anche i missili: un particolare su cui i pasdaran non hanno alcuna intenzione – e interesse – a cedere. Anche perché durante la guerra scatenata da Saddam Hussein nel 1980, approfittando della presunta debolezza iraniana dopo la rivoluzione, nessuno era disposto a vendere missili a Teheran. Ancora una volta, la Storia ci aiuta a comprendere l’attualità.

di Farian Sabahi

da il Manifesto del 9 gennaio 2019

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