«Non abbassiamo la testa». Gli studenti sfidano Erdogan

Mostra spavalda una bandiera arcobaleno stretta tra le mani a mo’ di sfida la ragazza che è riuscita ad arrampicarsi in cima al cancello di cemento all’entrata del campus. Sotto, uno stretto cordone di poliziotti in assetto antisommossa blocca l’entrata dell’Università del Bosforo di Istanbul, sotto assedio per impedire agli studenti solidali arrivati da altri atenei di protestare contro i fermi degli scorsi giorni.

Da oltre un mese studentesse e studenti – assieme ai docenti – presidiano senza sosta l’ufficio del neo rettore per chiedere le dimissioni di Melih Bulu, militante dell’Akp (il Partito Giustizia e Sviluppo al governo) nominato a capo della più prestigiosa università del Paese da Erdogan scavalcando senato accademico, studenti e professori.

È la prima volta che a capo dell’Università del Bosforo siede un rettore esterno all’ateneo e Bulu, a un mese dalla nomina, non è ancora stato in grado di trovare un singolo docente disponibile a fargli da vice. Una manifestazione di dissenso che – come di consuetudine – il governo ha tentato di estirpare sul nascere: pochi giorni dopo i primi presidi al rettorato, con uno spettacolare blitz notturno nelle case, agenti antisommossa muniti di caschi e scudi hanno arrestato decine di studenti trascinandoli via in manette.

Questa prima ondata di arresti non ha fatto che animare ancora di più il movimento che si è esteso ad altre università e città del paese e sta catalizzando l’insofferenza diffusa verso nomine imposte dall’alto di fedelissimi di Erdogan ai vertici di università, istituzioni, ma anche dei comuni dove la sinistra filo-curda dell’Hdp, il Partito democratico dei popoli, aveva vinto le elezioni per poi vedersi commissariare decine e decine di municipalità dal governo.

«Non consideriamo questi giovani, membri di organizzazioni terroriste, in linea con i valori nazionali e morali della nostra nazione», ha dichiarato ieri Erdogan durante il congresso del suo partito a Igdır, nell’est della Turchia, evocando le imponenti manifestazioni contro il suo governo nel 2013 seguite alla repressione delle proteste per la difesa del parco Gezi a Istanbul: «Non faremo accadere né accadranno di nuovo i fatti di Gezi».

Il movimento, nonostante i quotidiani arresti durante le manifestazioni, non si placa e raccoglie la solidarietà del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu e di quello di Ankara, entrambi membri dell’opposizione, ma anche quella dall’ex Ministro degli Esteri e capo negoziatore con l’Unione europea Ali Babacan, enfant prodige del partito di Erdogan che nel 2019 ha fondato – come altri ex personaggi di spicco dell’Akp – un suo partito in polemica con la deriva autoritaria del presidente.

Ma si fa sempre più martellante la campagna di delegittimazione contro gli studenti da parte degli esponenti dell’esecutivo e dei principali media, diventanti uno dopo l’altro pro-governativi dopo il tentato colpo di stato del 2016, una campagna tesa a creare nell’opinione pubblica consenso verso la repressione del movimento.

È stato un disegno con la antica divinità mesopotamica Shameran che copre la Pietra Nera, meta del pellegrinaggio dei musulmani alla Mecca, con ai lati le bandiere della comunità Lgbtqi+ a fare da pretesto per attaccare gli studenti. «Sono stati arrestati i quattro pervertiti Lgbt che hanno mancato di rispetto alla Mecca all’Università del Bosforo», ha twittato il ministro degli Interni Süleyman Soylu, falco dell’Akp e cinghia di trasmissione del Mhp, il Movimento di azione nazionalista di ultra destra, alleato imprescindibile di Erdogan in parlamento.

Una presa di posizione che ha dato il via a una campagna d’odio contro gli studenti Lgbtqi+ che stanno partecipando in gran numero alle manifestazioni di questi giorni e hanno organizzato dentro il campus un marcia dell’orgoglio contro la nomina del nuovo rettore.

«Quelli che spalleggiano gli agenti stranieri, i tiranni e le forze oscure non sono nostri figli, ma serpenti velenosi a cui va schiacciata la testa», minaccia il leader ultranazionalista del Mhp, Devlet Bahçel.

Ma il movimento degli studenti non perde la speranza. A un poliziotto che spintonava un manifestante urlandogli di chinare lo sguardo gli studenti hanno risposto via social con un hashtag divenuto lo slogan delle proteste: «La testa non l’abbasseremo mai».

di Francesca Hoffman

da il Manifesto del 5 febbraio 2020

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