Palestina: un giorno di ordinario Apartheid

Gerusalemme. Rivedere questa città è sempre un grande onore e un estremo privilegio.
Con il progetto di scambio e attività culturali del Gaza Freestyle, 70 attivisti e attiviste provenienti da tutta Italia sono potuti partire a inizio giugno per andare nella Striscia di Gaza.

Grazie al rosso passaporto italiano, siamo potuti atterrare all’iper controllato aeroporto di Tel Aviv e abbiamo potuto raggiungere Gerusalemme prendendo un pullman.
Se fossimo stati semplici turisti, nulla ci sarebbe sembrato strano nel tragitto in pullman dall’aeroporto di Tel Aviv, dove siamo atterrati, a Gerusalemme.
Sui lati dell’autostrada, c’era una bandiera per ogni palo, molte distese verdeggianti e casette basse e bianche agglomerate su colline in lontananza. Gerusalemme sembrava un un grande cantiere, con centinaia di gru intorno a noi e all’orizzonte, e operai arabi con pettorine gialle e arancioni che lavoravano rapidi sotto un sole cocente.
Siamo scesi dal pullman perché il mezzo non riusciva a proseguire la corsa a causa del traffico intenso, quindi siamo andati verso i treni. Volevamo raggiungere la zona della Porta di Damasco dove alcuni amici ci aspettavano, lontani da quell’inquietante frenesia israeliana.
Se fossimo turisti, e se non avessimo già visitato Gerusalemme in passato, non ci saremmo accorti di nulla.

Dal 1980 israele ha dichiarato Gerusalemme sua capitale. Un gesto che non è stato riconosciuto dalla comunità internazionale e da nessuno fino al 2017, quando Trump decise di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme riconoscendo la città come capitale di israele. Oggi a Gerusalemme, ville e insediamenti illegali spuntano come funghi, in barba alla condanna internazionale e alle diverse risoluzioni delle Nazioni Unite che ribadiscono l’illegalità dell’occupazione israeliana della Cisgiordania.
Più del 40% degli abitanti di Gerusalemme oggi sono israeliani che vivono in insediamenti irregolari o in abitazioni appartenenti a precedenti proprietari palestinesi cacciati in 75 anni di violenta occupazione.

Così in meno di due ore da quando avevamo lasciato l’aeroporto di Tel Aviv, eravamo passati da una parte della città in cui si costruivano freneticamente nuovi insediamenti illegali e nuove aree israeliane con bar, locali e hotel lussuosi – alla parte di città in cui il tempo si era fermato e la presenza dei palestinesi persisteva solo a costo di grandi sacrifici.
Abbiamo trascinato i nostri borsoni carichi di materiale per le nostre attività a Gaza – che sarebbero dovute iniziare l’indomani – fino all’ostello in cui abbiamo prenotato per passare la notte. Per un palestinese nato a Betlemme, sarebbe stato letteralmente impossibile arrivare con così tanta facilità fino a lì. Gerusalemme è off limit per tutti i palestinesi che vivono fuori dalla città.
L’ingresso del nostro ostello era incastrato tra un fruttivendolo e un pescivendolo, di fianco a un costoso ristorante street food palestinese e una serie di bancarelle che vendevano pane, menta o spezie. Attraversando la strada, superato il primo gabbiotto con i soldati israeliani armati al suo interno, si arrivava di fronte alla Porta di Damasco.
In quell’area, tutti i giorni e tutte le sere, si sedevano giovani palestinesi per bere il thè e chiacchierare. Era come se presidiassero l’ingresso alla Porta di Damasco, che una volta imboccato porta in diversi luoghi sacri per tutte e tre le religioni monoteiste. Da lì si entra anche per andare ad Al Aqsa, la moschea tristemente conosciuta come teatro di scontri, attacchi violenti e arresti indiscriminati ai danni dei palestinesi.
La presenza dei soldati israeliani rompeva la potente atmosfera creata da quel luogo, ma quando abbiamo passato la Porta non ci guardavano neanche. Erano in quattro ed erano impegnati a fissare i giovani palestinesi che stavano iniziando a sedersi sui gradoni di pietra che circondano la Porta.
Una volta entrata, il mio ricordo della Città Vecchia – rumorosa, allegra, incasinata e con mille odori – si era scontrato con la realtà: un silenzio anomalo viaggiava insieme a noi per i vicoli stretti che portavano al Muro del Pianto, sulle nostre teste quasi tutti i balconi e le finestre avevano una bandiera israeliana e i commercianti alle bancarelle parlavano tra di loro con un tono leggero, normale. Solo un panettiere aveva provato a farci entrare nella propria bottega, nessun altro nonostante fossimo visibilmente un piccolo gruppo straniero.
Inutile evidenziare l’arroganza dei soldati israeliani al check point prima di accedere al Muro del Pianto, un altro luogo interessante da visitare per cercare di comprendere meglio la schizofrenia di questa città.
Siamo uscite dalla città vecchia da dove eravamo entrate, tornando alla Porta di Damasco dove la presenza dei giovani sugli scalini era nel frattempo aumentata. D’altronde si avvicinava la sera, e nonostante la repressione israeliana quel luogo rimaneva un luogo di ritrovo e incontro.

Con il desiderio di andare a visitare le tende di Sheikh Jarrah, messe a disposizione per le persone solidali che andavano a trovare le famiglie del quartiere che l’anno scorso ha fatto parlare di se per l’indomita resistenza dei suoi abitati contro gli sfratti israeliani, avevamo chiesto indicazioni a una ragazza, Noor, che aveva deciso di accompagnarci.
Una giovane donna piccola di statura e di costituzione, in apparenza adolescente ma in realtà era una laureanda in medicina. Dai suoi occhiali spessi vedevo meglio i suoi occhi grossi e curiosi, anche divertiti. Camminammo con lei per un po’, facendoci domande a vicenda sulle nostre vite. Finchè non arrivammo al quartiere, dove spiccava un gazebo verde di fronte a una delle case di Sheikh Jarrah. Tre donne avevano iniziato a guardarci aspettandosi o un saluto o chissà cos’altro, così salutammo quasi come se conoscessimo già. In meno di 5 minuti eravamo tutti e 8, compresa Noor, seduti in cerchio su delle sedie di plastica, con un thè o un caffè in mano preparato dalla proprietaria della casa, e con alcuni membri della famiglia. Era come se ci stesse aspettando, e per due ore la famiglia – che rimarrà anonima in questo racconto – ci parlò delle violenze subite dai coloni e dalle forze israeliane.
Ci mostrarono dei video girati in notturna di 40 coloni israeliani che tre notti prima avevano attaccato la sua casa con lancio di pietre e massi. L’attacco era durato due ore, e la famiglia – composta da madre, figlia e 4 giovani, di cui tre minori e uno maggiorenne – si era nascosta negli angoli della casa più lontani dalle finestre colpite. Avevamo filmato l’attacco e avevano provato anche a chiamare la polizia, che arrivata dopo più di un’ora e mezza di lanci, aveva arrestato l’unico uomo della famiglia palestinese.
La sua colpa era quella di aver ri-lanciato un sasso che lo aveva colpito, quindi la polizia israeliana aveva fatto irruzione e si era portata via il giovane.

Secondo un report di Yesh Din, un’organizzazione umanitaria che lavora per sensibilizzare la popolazione israeliana sul tema delle violenze contro i palestinesi, nel 2021 i casi di violenza dei coloni contro i palestinesi sono aumentati del 45% rispetto all’anno prima. Lo sforzo da parte dei coloni è calcolato per espandere il controllo israeliano al di là delle aree di giurisdizione, grazie alla passività delle autorità israeliane.
Non è un segreto il progetto israeliano di 11mila nuove unità abitative a Gerusalemme, e da qui possiamo dedurre sia perchè Gerusalemme ci sembrava un cantiere a cielo aperto sia perchè sono aumentati gli attacchi dei coloni.

Il senso di impotenza di questa e di tante altre famiglie palestinesi, era così forte ma cosi inaccettabile che entrando nella loro casa abbiamo potuto vedere che i sassi e i massi lanciati dai coloni tre giorni prima, erano ancora li.
“Stiamo continuando a chiamare l’esercito di occupazione per chiedergli di venire a vedere quanti sassi ci hanno lanciato, vogliamo che venga fatta una perizia per far uscire mio nipote dal carcere”, ci ha detto la donna più anziana. La madre dell’arrestato ha poi aggiunto: “Vedete, non c’è nessuno a cui ci possiamo affidare. Non c’è nessuna autorità da chiamare se hai paura e ti stanno attaccando. I palestinesi quando sono vivi sono dei bugiardi, quando sono morti è meglio e quando vengono assassinati per strada sono dei terroristi”.
Non ci sono molte parole per rispondere a ciò. Dietro le spalle di queste donne, sui muri della loro casa, avevano scritto qui resteremo con la bomboletta nera. Il sole appena tramontato e le storie di violenza subite da quella famiglia che ci aveva accolti, avevano fatto venire freddo a tutti e pensavamo fosse giunto il momento di andare.
Anche noi eravamo impotenti di fronte a così tanta violenza di uno Stato occupante contro delle persone che non avevano nessun tipo di protezione giuridica e politica nella propria terra…

Sin dal 1967, dopo la guerra dei 6 giorni, diverse risoluzioni delle Nazioni Unite – la 446, la 452, la 465, la 471 e la 476 – ribadiscono in maniera inequivocabile l’illegalità dell’occupazione israeliana della Palestina.
Specialmente con la risoluzione 446 del 1979, l’ONU ha confermato che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non hanno alcuna validità giuridica e rappresentano un serio ostacolo per la pace.
Di fronte a questa premessa, una Commissione ONU è partita per condurre indagini nei Territori Occupati, compresa Gerusalemme Est, su tutte le presunte violazioni di diritto internazionale umanitario che hanno preceduto e seguito il 13 aprile 2021, cioè in concomitanza con l’attacco di Al Aqsa. Ad accettare l’arrivo della Commissione ONU sono stati la Palestina, la Giordania e l’Egitto. Chi non ha dimostrato volontà a cooperare è israele, che si è ripetutamente rifiutato di consentire l’accesso della commissione nei suoi territori e nei Territori Occupati. Le continue risoluzioni ONU rimaste prive di efficacia permettono il mantenimento di una situazione esplosiva a Gerusalemme, che colpisce la popolazione palestinese nel basilare diritto all’esistenza e alla dignità umana.

Mentre ci stavamo abbracciando con la famiglia di Sheikh Jarrah per salutarci, comparve un ragazzo con gli occhi stanchi e il sorriso in faccia. Prima che capissimo chi fosse, il ragazzo si era fiondato verso sua madre che aveva avuto il tempo di fare un verso sorpreso prima che suo figlio le prendesse la testa con due mani e le baciasse la fronte tre volte.
Era il giovane arrestato durante l’attacco dei coloni, appena rilasciato e appena tornato a casa.
Ci unimmo all’allegria del momento, solo allora scoprimmo che un altro figlio della signora era in carcere da tre mesi per un “reato” simile. Il reato di resistere e autodifendersi.
E cosi li lasciammo, di nuovo insieme e ancora in pericolo.

Tornando verso l’ostello salutammo Noor, la nostra dolce cicerone. Passammo da un bancarella di libri in arabo per bambini al cocktail bar israeliano, fino a passare da aree militarizzate in mezzo ai quartieri, tra un ristorante falafel e complessi residenziali con case tutte uguali.
Nell’ostello, proprietari e amici palestinesi ci aspettavano per avvisarci che il mezzo per l’Erez Crossing, l’ingresso nord della Striscia di Gaza, sarebbe arrivato davanti alla Porta di Damasco alle sette della mattina successiva.
Il due giugno, il giorno dopo il nostro assaggio della violenza subita dai palestinesi a Gerusalemme, siamo partiti per Gaza e il progetto Gaza Freestyle ha dato inizio alla Nona Carovana di scambio culturale tra Italia e palestinesi di Gaza.

Sempre secondo la Commissione ONU, nonostante israele non sia più presente a Gaza dal 2005, nei fatti continua a detenere il possesso dello spazio aereo, delle acque territoriali, dei passaggi di confine, delle infrastrutture civili, tra cui la rete elettrica e della gestione del censo palestinese. A detta dell’ONU, pertanto, israele sarebbe tenuta a rispettare gli obblighi di una potenza occupante, obblighi che sono stabiliti dalla Quarta Convenzione di Ginevra. E’ tutta carta straccia.

Tutta la malvagità di un potere in mano a uno stato che pretende di nascere sulla distruzione e l’eliminazione etnica di un altro popolo, si esprime all’ennesima potenza nella Striscia di Gaza.
Ma neanche la violenza dell’occupazione può silenziare le voci di quelle due milioni di persone recluse in 360 km quadrati di terra, e noi abbiamo avuto il privilegio di conoscerne molte.
Dal 2014, come Gaza Freestyle in collaborazione con il Centro italiano di scambio culturale Vittorio Arrigoni, portiamo a Gaza le arti e lo sport di strada come il circo, il calcio, lo skate, la musica, il writing.
Abbiamo iniziato un percorso di discussione e confronto con le associazioni femminili del luogo, e con loro è stato costruito il primo Forum delle Donne a Gaza City questo giugno.
Un percorso che si nutre di fiducia, continuità e soprattutto scambio sincero tra i giovani di culture e luoghi lontani, ma non troppo.
Il mare di Gaza è il mar Mediterraneo, lo stesso che bagna le coste italiane e da cui la Freedom Flotilla comparve nel 2008 con a bordo decine di internazionalisti che portavano aiuti umanitari per la popolazione.
Sarà anche questa eredità che ci mantiene costantemente legati e vicini alla popolazione palestinese, con cui condividiamo il mare e il desiderio che anche questa occupazione finisca.

 

Per una Palestina libera a partire dal diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Nassi La Rage 

* foto di Paolo Trainito, Gruppo Media GFF, Giugno 2022

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