Partigian* in ogni strada – Libero

Sono migliaia le storie che in questi anni ho sentito raccontare, di cui ho letto, di cui ho raccolto magari solo degli stralci. Migliaia di vite, di uomini e di donne giustiziati o sopravvissuti. Di persone che hanno avuto il coraggio di combattere il nazifascismo.  Di persone che hanno scelto la libertà per riconquistare la libertà stessa. Forse per questo, e perché viveva in Casoretto, che ho scelto di parlare di Libero, perché nel suo nome portava la sostanza del proprio esistere.

A suo ricordo rimangono una lapide in via Casoretto 40, una statua in piazza Loreto, della toponomastica sparsa in alcuni comuni italiani e una lapide nel Campo 64 del Cimitero Maggiore, il Campo della Gloria.

Libero.

Libero Temolo nasce ad Arzignano, in provincia di Vicenza,  il 31 ottobre 1906. Si trasferisce a Milano con i suoi genitori e 10 tra fratelli e sorelle.

Il padre, fornaio, è da sempre noto per le sue idee socialiste che trasmette ai figli.

Libero trova lavoro come assicuratore ma poi finisce in fabbrica, alla Pirelli, come tanti suoi compagni.

E proprio nel contesto della fabbrica Libero riprende contatti con l’organizzazione comunista clandestina e si impegna nell’organizzazione delle Squadre di Azione Patriottica. A causa di una probabile delazione, nell’aprile del 1944, viene arrestato e portato a San Vittore, dove viene detenuto per mesi senza imputazione ne’ processo.

La mattina del 10 agosto gli viene consegnata una tuta da operaio, con il suo nome nel taschino, e viene caricato su un camion con altri 14 detenuti:  si vocifera che verranno trasferiti in Germania.

Ma né Libero, né Eraldo Soncini, né Gian Antonio Bravin, né Giulio Casiraghi, né Renzo del Riccio, né Andrea Esposito, né Domenico Fiorani, né Umberto Fogagnolo, né Tullio Galimberti, né Vittorio Gasparini, né Emidio Mastrodomenico, né Angelo Poletti, né Salvatore Principato, né Andrea Ragni, né Vitale Vertemati stanno andando in Germania. E lo capiscono subito.

Sì, perché li stanno portando in piazzale Loreto.

Pochi giorni prima, in viale Abruzzi, proprio nelle adiacenze di Piazza Loreto,  un camion tedesco parcheggiato viene colpito da una granata. Nessun tedesco muore, solo l’autista resta leggermente ferito, ma muoiono 6 passanti e 11 ne rimangono feriti. Theodor Emil Saevecke, comandante della polizia nazista di sicurezza a Milano, decide che la rappresaglia dovrà essere immediata e durissima. E pensa che giustiziare 15 detenuti, sospettati a vario titolo di far parte della Resistenza,  sia la risposta adeguata. Saevecke non può immaginare che quello che sta per fare rimarrà in eterno scolpito nell’immaginario della popolazione di Milano. E non può immaginare che lo stesso spazio in cui giaceranno quei corpi, trucidati e oltraggiati anche dopo la morte, sarà lo spazio utilizzato dalla Milano liberata per appendere i corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi giustiziati nei giorni successivi al 25 aprile.

Ma torniamo a Libero, che ancor prima di arrivare in piazza, conscio di quello che sta per succedere, scrive poche righe, disordinate, confuse, semplici, ma dense di tutto quello che lo descrive come uomo:

 

TEMOLO
LIBERO

coraggio
e fede sempre
fede

ai miei
adorati sposa e figlio e
fratelli, coraggio coraggio
ricordatevi che io vi ho sempre
amato
abbracci vostro Libero

raccomando
Sergio educatelo
baci a te, Olga
e Sergio e
fratelli

Questa breve lettera verrà trovata nella sua tuta, accartocciata, come il suo corpo.

Libero parla di coraggio e di fede, sempre. Le sue ultime parole sono d’amore per i propri familiari, proprio come farebbe ognuno di noi. Si raccomanda che il figlio possa essere educato, restituendoci la dignità dell’uomo, quell’uomo che mi sono sempre figurato in un camion, terrorizzato, ma saldo nella propria fede, con le gambe che toccano quelle di Eraldo Soncini, operaio come lui in Pirelli, per restituirsi un po’ di calore e di coraggio in quel momento.

E come ultimo gesto in vita Libero sceglie di rendere omaggio al proprio nome e, saltando giù dal camion, prende a correre, mentre Eraldo corre dall’altra parte,  verso via Palestrina.

Lo giustiziano così, Libero, alle spalle, e lo riportano con gli altri, ammucchiandone il corpo.

Eraldo verrà giustiziato pochi minuti dopo nell’atrio di un palazzo in cui aveva provato a rifugiarsi.

Forse la retorica a volta ci sovrasta, ma sia in quel nome che in quell’ultimo, disperato, gesto, io ho sempre identificato l’ineguagliabile senso della Resistenza. La continua e pressante ricerca della libertà.

Se un uomo nasce e vive Libero non può che morire Libero, e nessuno può privarlo di questa condizione necessaria per ogni essere umano.

Robi

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