Perquisizioni in pandemia: storie di Montanelli e vernice

Ripensandoci, avrei dovuto intuire subito che a suonare insistentemente il citofono alle sette di mattina poteva essere solo la Polizia.
Eppure la sensazione che non sono riuscito a togliermi di dosso era lo stupore, la sorpresa per quanto stava succedendo.
Poi è arrivato lo spavento, il panico quasi, per mia madre. Naturalmente è stata svegliata anche lei dal citofono. Uso quelli che sembrano i pochi secondi che la Digos impiega a fare i tre piani di scale che portano alla mia porta per provare a rassicurarla, in maniera affrettata, maldestra, ma sincera.

“Va tutto bene, non spaventarti, non ho fatto niente”.

La porta si apre, e il fatto che mia madre sia visibilmente la persona più onesta e genuina che si possa incontrare non impedisce alla Digos di squadrarla come se avesse orchestrato in prima persona il sequestro Moro.

Entrano in quattro. Altri quattro sono fuori. Uno di loro è senza dubbio il più agguerrito. Mi presenta il mandato di perquisizione. Lo leggo a scatti, come si possono leggere quattro pagine in lingua giudiziaria con quattro ore di sonno alle spalle quando a svegliarti è stata la questura.
LUMe, perquisizione dimora, articolo articolo, indagini, Digos. Ok ok, capito.

La verità è che per capire appieno il perché di questo lunedì mattina frizzante ho impiegato non meno di due ore abbondanti, e ammetto che anche ora ho non pochi dubbi.

Mi vengono chieste un po’ le solite cose: chi sono i tuoi complici, perché hai un avvocato, pandoro o panettone, perché perdove. L’unica domanda a cui rispondo con tranquillità è la più classica: “Sei uno studente, giusto? cosa studi?”.

Rispondo serenamente anche perché so benissimo che sanno già la risposta.

“Filosofia”.

“E’ molto bravo!” interviene mia madre con spensieratezza.
Grazie mamma, ma non penso che la lode in storia della filosofia moderna possa aprire una breccia nel cuore dello Stato.
E difatti stando agli sguardi della Digos, oltre che aver ideato il rapimento di Moro mia madre viene squadrata anche come una di quelle persone che con noncuranza fa squillare il cellulare ad un funerale.

Dopo un’altra ventina di domande a raffica inizia la perquisizione vera e propria. Ancora non ho capito cosa stanno cercando.
Quello che però capisco subito è che mi stanno portando via il telefono con dentro la mia vita degli ultimi cinque anni e il pc dove sto scrivendo la tesi. Il mio cervello collega dalla tesi e mi ricorda che ho un esame fra una settimana, e che questa mattina dovevo studiare, merda.
Mentre guardo camera mia venire ribaltata come un guanto spero che il mio relatore sia comprensivo.

A quel punto arriva mio padre, che alle sette di mattina finisce di lavorare. Lui è più ruvido di mia madre, ma si vede che è comunque molto spaventato. Rimane in silenzio; è più che pallido.
Quando entra in casa mi rendo conto che siamo ormai sette persone in una casa con una metratura a doppia cifra. Mi viene da chiedermi cosa direbbe Conte. Mi viene da chiedermi se in Polizia fanno i tamponi. Mi viene da chiedermi se davvero valesse la pena di ribaltare casa di uno studente senza precedenti durante una pandemia globale senza precedenti.

Guidata penso dal sentimento di rispetto per gli ospiti (anche quelli che si autoinvitano) mia madre prova a buttare un pezzo di carta straccia rimasta sul tavolo da ieri sera, che però le viene preso di mano da uno dei poliziotti. Scopro quindi di avere una madre brigatista, irriverente ai funerali e che per di più vuole distogliere dalla loro pista le forze dell’ordine, inquinando delle cogenti prove.

“Io non so se mi posso fidare di lei, signora”.

Camera mia, bagno, camera di mia madre, sala, solaio, cortile. Il cortile è stata la parte peggiore, perché ho dovuto lasciare i miei genitori da soli in casa con tre agenti poco dopo che gli era stato comunicato che avrei dovuto seguirli in Questura, dove sarei stato trattenuto per un po’.
Mia madre, ancora poco calma, più tardi mi confesserà che la prima cosa che le è venuta in mente in quel momento era Stefano Cucchi. Valle a dare torto. Ci ho pensato anche io, naturalmente. La storia di Stefano la sappiamo tutti a memoria noi pericolosi sovversivi terroristi di sinistra, che ogni giorno non facciamo altro se non provare a lottare per un mondo diverso da quello che ha ucciso Stefano.
La verità è che era un paragone istintivo, esagerato, immotivato. Più che a “Sulla mia pelle” la mia breve vacanza in Questura somiglia a un misto sessanta e quaranta tra “I soliti sospetti” e “Un giorno in Pretura”.

Comunque, risaliamo dal cortile. Torniamo in casa, mi cambio velocemente con la porta del bagno aperta per rimanere a vista, saluto i miei. Li rassicuro dicendo che tornerò presto, cosa di cui in realtà non sono per niente certo.
Sulla porta chiedo loro di avvisare la mia ragazza.
La Digos poco dopo ne approfitta per farmi sapere nemmeno troppo velatamente che sanno benissimo chi è, e che hanno condotto delle indagini sia su di lei, che con LUMe non ha niente a che fare, che su suo fratello, liceale ancora minorenne. Per un secondo, di nuovo il panico, la rabbia, la furia. Poi mi calmo. Mi ripeto che se lo dicono è perché non è importante, vogliono solo farmi innervosire. Non so perché, ma sorrido.
Vengo fatto salire in macchina. Indovinate voi il modello.

Il viaggio verso la Questura sembra infinito. Ho sonno. Vorrei tornare a casa dai miei per abbracciarli come raramente faccio. Vorrei una cazzo di sigaretta.

Nel caso ve lo stiate chiedendo, la Digos ascolta Radio Deejay. Chissà se passano Massimo Pericolo su Radio Deejay.
Intanto le domande continuano, si fanno sempre più disparate, più bizzarre, più subdole. Metto in chiaro che non ho intenzione di fare nomi o coinvolgere miei compagni nell’indagine, e che preferisco non rispondere ad altre domande in mancanza del mio avvocato. Lo ripeto una, due, tre, sei volte.

“Ho capito. Quindi vuoi pagarla solo tu tutta questa storia?”.
Questa volta non rispondo nemmeno.

“Guarda che come siamo entrati in casa tua, entriamo anche da tutti gli altri”.

In Questura è tutto lento, noioso, grigio. L’unica cosa che rompe la monotonia è il momento in cui vengo identificato e mi vengono prese le impronte digitali. Arrivo ad una porta mogia, che ha sopra un foglio A4 con il logo del Ministero dell’Interno e la scritta

POLIZIA SCIENTIFICA – AMMESSE MAX PERSONE 3 CON MASCHERINA

Entro. Siamo una decina. Non so perché, ma non sono nemmeno lontanamente sorpreso. Chissà la gente in questa stanza cosa ne pensa del Dpcm che proibisce gli spritz dopo le 18.

Vengo messo ad aspettare Godot in una stanza degli uffici Digos, con uno degli agenti, forse il più mite, che mi sorveglia.
Ogni tanto passa l’agente agguerrito, che fa capolino e mi fa ancora domande a macchinetta, sulla mia vita, sul mio collettivo, sui miei genitori. Immagino mi voglia prendere per sfinimento. Per fortuna ormai non devo sempre ripetere la formula dell’avvocato, spesso mi basta alzare le sopracciglia, fingendomi dispiaciuto di non poter rispondere, e lui si ritrae, tornando a trafficare con le pratiche e con gli apparecchi elettronici che mi hanno requisito.
Penso a tutte le cose che potrebbero guardare, cercare, trovare, cose private, cose che non hanno magari niente a che fare con i reati di cui vengo accusato (che ancora non so quali siano, ma di cui ho imparato a memoria i corrispondenti numeri nel codice penale, scritti sul mandato di perquisizione).

Fugacemente mi torna in mente che di recente ho rinominato l’hotspot del mio cellulare, che cambia anche il nome del dispositivo, ovvero il nome che viene visualizzato quando lo si collega ad un computer. Mi chiedo ingenuamente se il digossino, trafficando con l’apparecchio, se ne sarebbe accorto.

“Allora M., mi ripeti il numero di telefono della sim di “Digos batmobile”?”.

Se n’è accorto. Nessun rimorso, rivendico tutto.

Continuano le domande, continuano i silenzi, firmo due tre fogli, esco. È quasi mezzogiorno e sono emotivamente stremato. Chiamo mia madre da un bar fingendo che mi abbiano rubato il telefono (“Signore, guardi che se vuole qui dietro c’è la Questura! può andare a fare denuncia!”. “Davvero? grazie mille, andrò sicuramente!”) e torno verso casa.
Prima però compro un pacchetto di tabacco. In contanti, naturalmente. La carta non si può usare, lo sanno tutti.

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