Storie di fasci che pisciano sui muri e di cagne che non hanno paura

Questo è il contributo portato all’assemblea cittadina dell’8 aprile in Statale dalle Sberle, la collettiva DeGenerAzione e le Ardite.
È una riflessione scritta collettivamente da realtà transfemministe e dello sport popolare della città che sottolinea la logica patriarcale, paternalistica e gerarchica del paradigma della remigrazione e di come utilizzi strumentalmente i corpi femminili per politiche razziste e securitarie.

“Prendiamo parola a nome di diverse realtà transfemministe che da circa un anno, proprio a partire dalla contestazione al remigration summit dell’anno scorso, si stanno alleando per capire come praticare un femminismo antifascista.
Stasera siamo qui per ribadirlo: non esiste femminismo senza antifascismo e, viceversa, non può esserci un antifascismo che non sia transfemminista.
Non è uno slogan, è una realtà politica. Perché ogni volta che l’estrema destra cresce, vengono messi in discussione i diritti delle donne e delle soggettività non conformi.
Lo vediamo in tutta Europa: governi e movimenti reazionari stanno limitando l’accesso all’aborto, attaccando l’educazione sessuale e affettiva, restringendo gli spazi di autodeterminazione, attaccando le soggettività trans e non binarie che non si riconoscono nell’unico corpo tradizionalmente accettato come maschile o femminile o nel modello riproduttivo normativo.
E lo vediamo anche qui, in Italia: un diritto formalmente garantito come l’interruzione volontaria di gravidanza sta diventando sempre più difficile da esercitare. Nel nostro paese oltre il 60% dei ginecologi è obiettore di coscienza, con punte ancora più alte in alcune regioni. Questo significa che un diritto esiste sulla carta, ma spesso non nella realtà. In Lombardia il tasso di obiezione è attorno al 50–53%, con ospedali che arrivano oltre il 70% e persino al 100% .
Il 36% delle persone deve aspettare più di 15 giorni per accedere a un aborto.
Quando protestiamo contro il ddl bongiorno, che mina fortemente il concetto di consenso nel riconoscimento dello stupro, dando la responsabilità di dimostrare il dissenso alla persona che ha affrontato la violenza -riportando la legislatura quasi ai tempi del delitto d’onore- abbiamo ben presente di quale partito fa parte la senatrice Bongiorno: la Lega.
Tra le più colpite da questa erosione dei diritti sono le donne migranti, razzializzate e precarie, che vivono sulla propria pelle l’intreccio tra sessismo, razzismo e disuguaglianze economiche—perché l’accesso reale alla salute, alla libertà e all’autodeterminazione non è uguale per tuttə,perché i confini attraversano anche i corpi.
Ce lo ricordano anche tutte le sorelle trans e le soggettività non normate: quando non sono zittitx e attaccatx dai nuovi fascismi, vengono strumentalizzatx dal neoliberismo che usa i corpi dissidenti e sussume la lotta trans per il bene di un capitalismo sfrenato. Di fatto, corpi mai protagonisti, corpi o invisibili o schiacciati.
E mentre succede questo, ci raccontano che bisogna difendere “le donne” dai migranti.
Il 18 aprile, Matteo Salvini e chi lo sostiene scenderanno in piazza per difendere un’idea di Occidente fondata sulla paura, sulla chiusura, sulla cosiddetta “remigration”. Ci raccontano che i migranti sarebbero una minaccia. Una minaccia alla famiglia, alla sicurezza, al futuro. Ma questa narrazione ha un nome preciso: si chiama femonazionalismo, una strategia politica per cui i diritti delle donne vengono strumentalizzati per giustificare politiche razziste e xenofobe. È quando chi ha sempre ostacolato l’autodeterminazione delle donne improvvisamente si erge a loro difensore, ma solo per attaccare altri corpi, altre vite, altre storie.
È quando i diritti delle donne vengono usati come arma contro altre persone.
È quando chi limita l’accesso all’aborto, chi ostacola la libertà delle donne, si presenta come loro difensore — ma solo per giustificare politiche razziste e xenofobe.

Ma non c’è nessuna difesa delle donne in tutto questo.
Non c’è difesa quando i consultori vengono svuotati.
Non c’è difesa quando l’accesso all’aborto diventa un percorso a ostacoli.
Non c’è difesa quando mancano dati trasparenti e informazioni, rendendo il diritto sempre più difficile da esercitare.
E allo stesso modo, non c’è sicurezza quando le persone migranti vengono trattate come corpi da respingere, da rinchiudere, da cancellare.
Quello che vediamo è un disegno unico.
Un disegno che attraversa tutta Europa e che ha un obiettivo preciso:
controllare i corpi, stabilire chi ha diritto di esistere e chi no.
E noi siamo esattamente ciò che questo progetto teme.
Siamo corpi fuori norma.
Siamo relazioni che sfuggono al controllo.
Siamo alleanze che attraversano confini.
Siamo transfemministe, antifasciste, queer, migranti, solidali.
E sappiamo che le nostre lotte sono intrecciate.
Perché l’antifascismo è anche questo:
difendere i corpi dissidenti, difendere le vite che non rientrano nella norma, difendere la possibilità di scegliere.

ci vorrebbero angeli del focolare
ci avranno cagne e frocie nelle strade.”

di DeGenerAzione, Sberle, Ardite

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