«La banda» della caserma Levante, Montella alle corde: le carte lo inchiodano. Prime ammissioni

«È molto provato», così l’avvocato Emanuele Solari descrive il suo assistito Giuseppe Montella, l’appuntato considerato dai pm al vertice del sistema criminale messo in piedi dal 2017 nella stazione dei Carabinieri Levante di Piacenza. Una persona che, scrive il Fip nell’ordinanza, era convinta di poter tenere «qualunque tipo di comportamento, vivendo al di sopra della legge e di ogni regola civile». Ieri sono proseguiti gli interrogatori di garanzia dei militari dell’Arma arrestati mercoledì. Il Gip ha sentito lo stesso Montella, Salvatore Cappellano e Giacomo Falanga. I tre, si legge nell’ordinanza, erano soliti ricompensare gli spacciatori che fornivano informazioni utili al sodalizio con la droga tenuta in caserma in un contenitore, chiamato «scatola della terapia». I pm scrivono: «Lecito domandarsi come sia stato possibile che nessuno si sia posto dei dubbi, ad esempio sul tenore di vita dell’appuntato Montella, palesemente superiore alle condizioni del suo grado. Grave che nessuno, per vicinanza o per grado, abbia voluto controllare le fonti delle sue disponibilità economiche o le modalità con cui conseguiva i risultati operativi. Si badi, è un delinquente in senso etimologico e giuridico».

Montella ha risposto alle domande del Gip per oltre tre ore. «Non c’è alcuna regia, ci sono fatti che vanno spiegati – ha poi dichiarato il suo legale -. Si può sbagliare per ingenuità, per vanità, per tante cose. Certe condotte possono avere rilevanza penale, altre no e chi ha sbagliato pagherà. C’è stata una collaborazione completa, anche in merito ai rapporti con i superiori». L’avvocato (che è stato candidato sindaco di Piacenza per Forza Nuova) definisce «notizie destituite di fondamento» le presunte feste con le escort e i conti correnti aperti a nome del suo cliente. La descrizione dell’atteggiamento da leader di Montella è stata confermata, a gennaio, dal pusher ventiseienne di origini marocchine che passava le informazioni ai carabinieri infedeli. I due si conoscevano fin dal 2010 perché l’appuntato era stato preparatore atletico di una squadra di calcio di cui aveva fatto parte l’informatore: «Principalmente parlavo con Montella – ha raccontato – il quale mi diceva che comunque tutti gli altri carabinieri della stazione erano “sotto la sua cappella”, compreso il comandante Orlando. Alcune volte ho parlato anche con Falanga».
Il ragazzo è l’autore degli audiomessaggi inviati al maggiore Rocco Papaleo, colui che ha poi denunciato i colleghi (ma anche su di lui gli inquirenti hanno dei dubbi). In cambio delle soffiate per eseguire gli arresti, utili per liberare il campo dalla concorrenza e per ingraziarsi i vertici dell’Arma, lo spacciatore veniva pagato da Montella con droga o denaro. «Non l’ho più visto da quando mi ha picchiato in caserma – ha messo a verbale – mentre mi ha mandato un messaggio su Facebook dove mi diceva di smetterla di dire cose sul suo conto perché mi conveniva».

Il pusher ha spiegato che l’offerta di collaborare gli era stata fatta già nel 2016: «Montella in modo molto esplicito mi ha detto che se avessi avuto qualche operazione “cotto e mangiato”, senza svolgere indagini lunghe, una parte del denaro e dello stupefacente pari al 10% poteva essermi data come compenso. Nel caso di eventuali controlli potevo fare il suo nome e anche chiamarlo personalmente». Nelle carte dell’inchiesta le parole dello stesso appuntato: «Devo prendere una panetta (di hashish ndr) e faccio gli ovuli. Minchia, li vendiamo subito. Ogni ovulo lo vendo a 100, 120 euro. Se gli faccio vedere gli ovuli quello impazzisce – prosegue Montella riferendosi a uno dei suoi galoppini -. Gli dico: “Io li ho pagati cari, se li vuoi stanno a tot”». Dopo un sequestro di marijuana con Falanga e Cappellano, dice ai due: «Una busta deve sparire. Le cose solo noi tre ce le dobbiamo fare».

I pm definiscono «confidenziale» il rapporto tra l’ormai ex-comandante dei Carabinieri di Piacenza, il maggiore Stefano Bezzeccheri, e Montella: il primo spingeva il secondo a conseguire più risultati possibile per contrastare i successi dei colleghi di Bobbio e di Rivergaro. Bezzeccheri, Montella e il comandante della Levante, il maresciallo maggiore Marco Orlando, «sono concordi nel programmare un’attività che inevitabilmente reca in sé elementi di falso ideologico e peculato – scrive il gip -. Nessuno ha dubbi o alcunché da obiettare, segno inequivoco di un modus operandi ormai consolidato a prassi ordinaria».

Cappellano si è avvalso della facoltà di non rispondere, il gip lo ha definito «l’elemento più violento della banda». Ha invece respinto le accuse Falanga: la foto con i soldi accanto a due spacciatori? «Una vincita al gratta e vinci 5 anni fa». E ancora: il pusher nigeriano pestato? «Nessuna violenza, una spacconata di Montella. È caduto durante l’inseguimento» (ma Montella nelle intercettazioni: «Quando ho visto tutto quel sangue per terra ho detto “lo abbiamo ammazzato”»). L’avvocato di Falanga ha poi aggiunto: «Ha un tenore di vita normalissimo e nessun collegamento alla droga». Capitolo presunte torture a uno spacciatore egiziano: nelle intercettazioni Falanga dice dei colleghi Montella e Cappellano «devono fare il poliziotto buono e quello cattivo», il legale spiega «è una battuta». E infine: «Falanga è estraneo a violenze e alle ipotesi di spaccio. Ha partecipato alle operazioni ma non sapeva cosa c’era a monte».

di Adriana Pollice

da il Manifesto del 26 luglio

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