Chat razziste, odio e depistaggi: una riflessione sull’inchiesta del Domani sul caso Ramy

Grazie a un’inchiesta del giornale Domani stanno emergendo chat e scambi tra guardie riguardo all’omicidio di Ramy. Lo chiamano “delinquente”, si augurano che anche “l’altro”, Fares, scompaia. Dicono esplicitamente – come già si sapeva – di aver “brutalizzato” un testimone. Si imparanoiano perché un’altra persona aveva visto tutto. E poi: “queste zecche di merda” – le stesse espressioni che conosciamo da Genova 2001, quando uccisero Carlo – riferite a chi ha solidarizzato con Ramy, nello specifico a Torino. Ovvero gli stessi su cui, a Torino, è stato impostato un piano di scontro totale da parte del governo. E poi ancora: “speriamo ci scappi il morto, possibilmente un ne*ro”. Tra questi, gli stessi che girano tutte le trasmissioni televisive che stanno normalizzando un linguaggio classista e razzista, rafforzando la marginalizzazione e legittimando ogni misura – prima di tutto contro le nostre categorie già escluse e senza proprietà, sfruttate e private di diritti basilari – e poi contro chi si auto-organizza.

Che sperassero che tutto rimanesse confinato a quella notte, lo abbiamo sempre detto. E invece hanno trovato un intero quartiere, la gioventù multietnica e proletaria di Corvetto, a bloccare tutto per tre giorni. Per verità. Per giustizia. Per il loro fratello. Per il nostro Ramy. Autonomamente. Senza nessun tipo di sostegno esterno. Perché nessuno, in Corvetto e tra la nostra gente, si è mai impegnato davvero. Salvo quando c’è interesse strumentale, da qualsiasi lato provenga. Che questa sia la considerazione che hanno di noi lo sappiamo da sempre.

E chiunque avrebbe potuto saperlo ben prima di Ramy, se solo avesse ascoltato direttamente la nostra gente o gli artisti 2Gen. Il problema non sono solo le persone che lo hanno ucciso, o le guardie in sé. Ma tutto il contesto intriso di razzismo classista che permea strutture e menti. Abbiamo visto, per giorni, un’unica versione ripetuta ovunque. Una versione resa possibile dal terreno di razzismo classista normalizzato preparato proprio mentre le 2Gen stavano rompendo barriere ed emergendo. Ma che la risposta di chi detiene il potere sia questa, non è una novità, anche se fa sempre rabbia. Ma che quella versione l’abbiamo vista accettare da tanti, troppi, rimane intollerabile. Anche da chi si dice costantemente critico verso i media, verso il potere, “ac*b” ma solo per estetica. Battaglie a difesa di qualunque causa, finché non si esce dal perimetro dentro il quale noi non siamo accettati. Solidarietà e rabbia che, quando si tratta di un giovane figlio del proletariato migrante cresciuto a Milano, improvvisamente non valgono più. Lì arrivano i “se”, i “ma”, la colpevolizzazione, il “se l’è cercata”. Ripetendo qualsiasi menzogna sentita da media, fascisti o da chi ha tentato di insabbiare questa vicenda. Abbiamo visto la memoria infangata. Quando nei perimetri della “civiltà” la memoria è sempre stata onorata a prescindere da origini, fedi, classi, idee. Abbiamo visto il disinteresse. La neutralità. Oppure le altre priorità. Lo ribadiamo: in un sistema strutturalmente e relazionalmente classista e razzista, tutto ciò è complicità.

Ma abbiamo visto anche chi si è schierato. Chi ne ha parlato. Chi ha solidarizzato. Chi si è esposto. A Milano, in tutta Italia ma anche in Francia, Germania, Belgio. Chi è sceso in piazza. Striscioni, scritte e murales ovunque. Chi ha suonato per Ramy. Non sono riusciti a soffocare tutto in quel 24-N. Non quelle rivolte. Non quell’aggregazione. Non quei momenti di rabbia. E nemmeno, poi, la costruzione e il ricordo. Fu una promessa: dai muri e dalle strade di Corvetto a ovunque. In ogni quartiere e tra le 2Gen (e non) d’Italia il nome di RAMY evoca brividi. Perché ci hanno tolto un fratello. Solo perché giovane. Figlio di migranti. Di quartiere. Proletario. Le barriere che ci escludono e marginalizzano le scavalchiamo.

Ramy vive per sempre con noi
Nel ricordo e nella lotta

Immigrital

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