Israel e tutti gli altri: il sistema criminale della truppa Levante

«Andiamo a arrestare un negro in via Colombo». È il 27 marzo 2020, in una Piacenza spettrale che contava i morti nell’ordine delle decine al giorno per Covid-19, Peppe Montella, appuntato dei Carabinieri della Levante, vero e proprio comandante della stazione Carabinieri posta sotto sequestro, faceva il bello e il cattivo tempo nella sua area di spaccio. Quello di Israel Anyanku, nigeriano classe ’95, incensurato, è un arresto che dice tanto – se non tutto – rispetto alla caserma e ai carabinieri degli orrori di Piacenza.

E’ lui a esser ritratto nella foto-simbolo dell’inchiesta Odysseus. A terra, ammanettato, scalzo, con una chiazza di sangue sul selciato. Del suo fermo, Montella, intercettato, dirà: «Quando ho visto quel sangue a terra, ho detto: Mo l’abbiamo ucciso…». Con la compagna, Maria Luisa Cattaneo, il Carabiniere si vanta così del fermo: «Minchia amore, quello che è scappato l’abbiamo massacrato». A sera, una volta a casa, parla dell’arresto anche con il figlio minore. Parla di «un negro» che «è scappato» e che «è stato picchiato un po’ da tutti».

La verità è che Israel sarà arrestato appena uscito di casa per una cessione che nessuno ha visto, e per delle botte che ha preso, non dato. Oggi la vittima di questo incredibile abuso è invisibile tra gli invisibili, in Puglia, a Foggia, a raccogliere pomodori. E non è ancora stato ascoltato dagli inquirenti. «Ero a Piacenza da dicembre – spiega – ero venuto a trovare un mio amico e sono rimasto bloccato per il lockdown».

E’ stato attirato «in un tranello». Così l’ha definito il Gip Luca Milani nell’ordinanza che ha portato in carcere tutti i militari – meno uno – in servizio alla caserma Levante: carte false, omissioni, razzismo, violenze, droga e ricatti. C’è tutto questo nel primo arresto consegnato dalle intercettazioni dell’inchiesta Odysseus, raccontato da una nota stampa del comando dell’Arma come l’ennesimo «arresto per spaccio e violenza a pubblico ufficiale» della Levante nella zona multietnica della città emiliana. Sullo sfondo, fino ad oggi, rimaneva la vittima di quell’arresto ritenuto uno dei quattro arresti illegittimi dalla Procura.

Per arrestare Israel si mettono d’accordo il 26 marzo lo stesso Montella e Ghormy El Mehdi, un suo pusher e informatore dei carabinieri. Basta una voce di Ghormy per far muovere tutto il comando. Da queste fasi emerge come gli arresti venissero pianificati da Montella che addirittura cambia i turni di lavoro agli altri militari per avere la sua squadra al completo. «Ci devono stare tutti: Cappellano l’ho avvisato, Esposito l’ho avvisato, il piantone lo fa Minniti e Falanga arriva tardi». Escluso Minniti, tutti gli altri sono attualmente in carcere. Montella “apparecchia” così le operazioni con due obiettivi, secondo la Procura: permettere ai carabinieri e ai Giardino di recuperare droga da far vendere ai galoppini e togliere di mezzo eventuali concorrenti – o farli passare nella loro “batteria di spaccio”, come conferma Israel. Che rifiuta.

E in tutto questo, fanno fare bella figura ai superiori che stando alle carte mentono ai pm. È il caso del maresciallo Marco Orlando consapevole della perquisizione domiciliare “fantasma” dice al pm di turno che Israel è senza fissa dimora. Ed è sempre il comandante della Levante ad avvallare, insieme a Bezzeccheri, l’omissione della segnalazione alla Prefettura come assuntore di stupefacenti di Ghormy, sedicente compratore di 10 euro di marijuana da Israel.
«Tutti consapevoli e concordi nel programmare l’arresto da cui emergono nelle premesse elementi di falso ideologico e peculato», scrive il Gip sull’arresto. Nessuno ha dubbi, incertezze o alcunché da obiettare, neppure il comandante della stazione: segno che il modus operandi di Montella fatto di sequestri ai fini di spaccio, carte false e omissioni era più che consolidato.

Montella, Esposito, Falanga e Cappellano escono in borghese. Montella accompagna Ghormy per un pezzo di tragitto poi questi aspetta sotto casa Israel. La vittima emerge da un palazzone di via Colombo poco dopo le 12 del 27 marzo. Israel, va detto subito, non verrà trovato in possesso di droga né a casa né altrove. Solo 2 grammi di marijuana finiranno nel fascicolo, e sono quelli consegnati da Ghormy ai militari.

«Non indossavo la mascherina, dovevo andare dal fruttivendolo – ricorda Israel – e delle persone mi hanno chiamato battendo le mani, credevo per la mascherina, allora stavo tornando su a prenderla e a quel punto hanno iniziato a rincorrermi, e sono scappato». I carabinieri della Levante non erano in divisa, e una volta fermato Israel davanti all’Hotel Euro di via Colombo, a 150 metri da casa sua, sono arrivate una marea di botte. «Mi hanno buttato per terra e mi hanno colpito sul naso, e ancora e ancora mi hanno colpito, molte volte. Mi continuava a uscire sangue dal naso, non mi reggevo in piedi. Poi è arrivata una macchina dei Carabinieri, io non capivo: continuavano a chiedermi cosa avessi in tasca e io continuavo a rispondere: niente! E mi colpivano in faccia, con la manette. Una volta arrivato in caserma mi hanno spinto con le manette e mi hanno fatto cadere. Io continuavo a sanguinare. Da quel giorno non respiro più bene. Un medico? No, non ho visto nessun medico».

Ghormy, l’esca di Montella, è invitato ad aspettare in caserma, consapevole che con questi carabinieri lui non verrà nemmeno segnalato alla Prefettura. «Si deve almeno pulire, portatemi lo scottex in palestra», dice Montella quando arriva in via Caccialupo con Israel grondante di sangue. La palestra in cui altri sono stati torturati, secondo le accuse, perfino con la tecnica del waterboarding. Sorte che non capita a Israel, già “provato” dall’arresto che, si saprà in seguito, non verrà nemmeno convalidato dal Tribunale di Piacenza. Orlando riferisce al pm di turno, falsamente, che i militari erano rimasti feriti in seguito a una colluttazione ma che non sarebbero andati in ospedale per l’emergenza pandemia in corso. E dice anche che l’arrestato è un clochard che «bivacca in un casolare abbandonato». Cosa falsa, Orlando sa dal giorno prima che uscirà da casa, Israel. Invece riferisce sia al pm sia al maggiore Bezzeccheri questo dato falso per permettere a Montella di far la perquisizione fantasma. Ed è Orlando che, insieme a Bezzeccheri, si accordano per l’omissione della segnalazione di Ghormy alla Prefettura. «Che non segnalate, giustamente», dice Bezzeccheri su Ghormy, e Orlando conferma: «No, no, assolutamente».

Scientificamente Montella, Cappellano, Falanga e Spagnolo tornano in via Colombo e vanno a casa di Israel alla ricerca di droga che, se trovata, non finirà certo nel fascicolo essendo quella una perquisizione fantasma. «La casa ce l’hai? Beato te – dice a Israel l’appuntato Cappellano, intercettato – Ora diamo una controllata. Ma droga ne hai?». «Marijuana ne hai?», incalza Montella. I «no» di Israel non sono bastati. Così, fuori da ogni legge, i carabinieri entrano in casa. Non c’è nessuno. Mettono tutto a soqquadro: non trovano però droga o altro. Ai militari, a questo punto, viene un dubbio: «Sai qual è il cazzo Peppe? – dice Cappellano rivolgendosi a Montella – che quello che ci abita in casa vede che… vede casino in casa, gli sembra che gli hanno rubato in casa, viene e fa la denuncia». Montella lo tranquillizza: «Queste sono bestie, non fanno denuncia. Se viene da noi lo mandiamo via». Cappellano, non convinto, dice a Montella che può funzionare «se viene da noi» alla Levante, a fare denuncia. Ridendo, Montella, ascoltato dagli uomini delle Fiamme Gialle, risponde: «Abbiamo lasciato tutto in ordine, soprattutto in camera da letto: non si capiva niente».

Alla fine della giornata, Montella si vanta con la compagna per aver «massacrato» Israel. Mentre dalle carte emerge l’ultima, ennesima beffa del sistema-Levante. A fine giornata, il maresciallo Orlando veniva contattato dal colonnello Stefano Savo, non indagato, che chiede delucidazioni sull’arresto. «Avevamo notizie che questo spacciasse – dice Orlando – e quindi abbiamo proceduto». Il colonnello Savo risponde: «Quindi era costruita, so bene, uhm!». «No, proprio costruita no, comunque ci stavamo lavorando da qualche tempo avevamo questa notizia e effettivamente poi è stata riscontrata». La “notizia”, come la chiama il maresciallo Orlando, è fornita da uno spacciatore che ha partecipato anche alla riunione preparatoria del 26 marzo. La telefonata tra il colonnello e il maresciallo si conclude con i complimenti del primo per l’attività di contrasto allo spaccio. Arma e bagagli. Questo, pochi giorni fa, l’epilogo per i vertici dei carabinieri di Piacenza.

di Mattia Motta

da il Manifesto del 31 luglio 2020

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