[DallaRete] Expo 2015, la grande fiera delle promesse non mantenute

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Progetti mai attuati, sogni rimasti sulla carta, giochi di strategie e trucchi. Il dna di Expo 2015.

Se è vero, come ha detto il 13 Marzo il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che a Expo «è in ballo l’idea stessa dell’Italia», allora ci si deve preoccupare. Anche perché non è vero che «farcela, magari in ritardo, fa parte del nostro dna». A meno che non si intendano, per dna italiano, la corruzione, i ritardi, i veti incrociati, i rapporti poco chiari con la malavita organizzata sono elementi indiscutibili. Poi si è vista la disorganizzazione, l’opacità, il trucco dei provvedimenti presi in emergenza, la distanza delle istituzioni dalla vita reale.

Se non bastasse, del dna italiano sono emersi anche (e qui ci si concentra) la tendenza all’ammuina, al fare finta, al gioco sporco. Chi pensa che i guai di Expo siano cominciati con i litigi sulle aree su cui far sorgere l’esposizione, dimentica che già nel momento in cui l’Italia, con Milano, presentava la sua candidatura, faceva il passo più lungo della gamba. Almeno: molte delle promesse con cui è riuscita a spuntare l’assegnazione non saranno mantenute. Quasi tutte, in verità.

 Molte cose sono cambiate dalla Victory Parade del 5 Ottobre 2008, quando l’allora sindaco di Milano Letizia Moratti, sfilava per le vie della città a bordo di un pullmino rosso, usato di solito per trasportare i turisti. Il corteo era composto da majorette, cannoni con coriandoli, striscioni. “Grazie Milano 2015” celebrava la vittoria per l’Expo. Per decisione del Bie (Bureau International del Expositions) si sarebbe tenuto a Milano, ed era una bella occasione.

Come ha fatto a vincere Milano

Con la vittoria di Expo 2015 Letizia Moratti teneva fede a uno dei punti indicati nel suo programma per la rielezione a sindaco di Milano nel 2006: la partecipazione della città a eventi internazionali importanti. La nota è solo accennata, Milano avrebbe partecipato a Universiadi, Olimpiadi 2020, Expo 2015. E si sarebbe presentata a come sede per organizzazioni internazionali. Il piano era un generico rilancio della città nel contesto mondiale. Dopo la vittoria alle elezioni, avvenuta nel Maggio 2006, al primo turno con la coalizione di centrodestra della Casa delle Libertà, il suo gruppo, guidato da Paolo Glisenti, si mette subito al lavoro e nell’estate elabora il tema, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, e la traccia di un documento quello che poi diventerà il dossier da presentare, nel 2007, al Bureau.

I tempi erano stretti. Secondo il regolamento del Bie, le città che volevano partecipare alla selezione avevano sei mesi di tempo a partire dalla prima candidatura, che era stata quella di Smirne, presentata nel Maggio 2006. Letizia Moratti strappa l’assenso del presidente del Consiglio di allora, Romano Prodi, in visita in Asia in quei giorni (è importante perché sgombra il campo da eventuali città italiane interessate, come Torino); trova l’appoggio del presidente della Regione Roberto Formigoni e dell’allora ministro del Commercio estero Emma Bonino. È quasi fatta. Il documento è pronto, il tema c’è. Mancano solo le fitte operazioni “politiche” per portare dalla propria parte i membri del Bie e vincere la gara.

Il cammino per la vittoria prevede una serie di scadenze piuttosto rigide. La domanda va presentata nove anni prima del 2015, il voto per scegliere il vincitore avviene sette anni prima (nel 2008, in questo caso) e poi cinque anni prima (il 2010) la città assegnataria deve presentare un dossier ufficiale di tutte i progetti in programma. Seguono ispezioni ed esami.

A ognuna di queste scadenze, come spiega Alessia Gallioni nel libro Dossier Expo, Milano arrivava con il fiato sospeso. Dubbi sui soldi, sulle aree dell’esposizione, sul progetto. Per battere Smirne devono fare bella impressione ai sei ispettori del Bie, che nell’Ottobre 2007 “scendono” a Milano e trovano una città pulitissima (almeno in certe aree) e controllatissima. Mettono in campo progetti con archistar, come Daniel Liebeskind, coinvolgono personaggi di statura mondiale come l’ex candidato alla Casa Bianca Al Gore, organizzano concerti con un occhio al mondo africano (quello che avrebbe portato più voti) con Youssou N’Dour. Preparano una visita al Cenacolo guidata da Vittorio Sgarbi, una cena preparata da Carlo Cracco. E poi serate all’Opera. È il momento del bluff, Milano cala tutte le sue carte, aiutata dal lavoro di Massimo D’Alema sui Paesi caraibici e l’impegno di Romano Prodi con l’allora primo ministro turco Abdullah Gül.

Segue la controffensiva da parte dell’Italia sui Paesi giudicanti, incontri con le delegazioni più incerte (si è puntato molto sui Paesi africani, vero anello della bilancia), promesse di ogni genere (Alliance for Africa, organismo voluto e guidato da nasce all’inizio del 2008, a pochi mesi dal voto, e promette milioni ai Paesi africani per promuoverne lo sviluppo alimentare), con una squadra in campo agguerritissima. Si segnala la presenza di Luana Codignoni Noè, che dopo 40 anni in Eni porta tutte al servizio del progetto Expo la sua expertise. Come si documenta qui, svolgeva un ruolo di public relation con i capi di Stato dei Paesi africani e le rispettive consorti. Lo ripete, stavolta, per convincere le delegazioni dell’Africa a votare per l’Italia nella corsa contro Smirne.

A tutto questo si aggiungono promesse di gemellaggi, programmi “per la coltivazione delle dune”, asili nido per le donne lavoratrici in Togo, programmi di formazione sul cibo in Senegal. Per fare qualche esempio. «Ero sicura che avremmo vinto», dirà poi Letizia Moratti. «Milano si è aggiudicata 85 voti. Ne prevedevamo 120, ma una flessione era da contare». Milano vincerà, sbaragliando Smirne, l’unica altra candidata. Che, va ricordato, non è la capitale della Turchia (Ankara) e nemmeno la sua città più importante (Istanbul). Ma tant’è. Il corteo della Victory Parade può partire.

La Milano dei sogni

Il giudizio del Bie non è passato solo dall’accoglienza speciale riservata ai commissari da parte delle autorità cittadine, ma anche dai progetti illustrati nel “librone dei sogni”, il piano di trasformazione e di rilancio della città. Il dossier che la città deve presentare al comitato. Molte di queste iniziative sono il vero fulcro del bluff, le grandi opere che non partiranno mai, o che partiranno, ma ridimensionate. O che partiranno, ma non finiranno.

Si gioca sulla presenza di professionisti di fama mondiale come gli architetti Daniel Libeskind, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregoretti. Hanno lavorato a progetti architettonici partiti prima di Expo, o in parallelo, ma che, nel gioco delle tre carte dell’esposizione universale, vengono accorpati.

Si vedono anche progetti avveniristici di grande impatto come la Bibilioteca Europea, la Città dello Sport, la Città della Giustizia, il Cerba (il polo per la ricerca e la cura), la Città del Gusto e della Salute, tutto il progetto delle Vie d’Acqua e delle Vie di Terra.

A questo si aggiungono le grandi opere infrastrutturali, a partire dalle nuove linee della metropolitana: la 4, che collegherebbe Linate al sito dell’esposizione, composta da 21 stazioni e 15 chilometri; la 5, che va Bignami a San Siro; la 6 che collega Bisceglie a Castelbarco; più il prolungamento della 1 fino a Monza. Poi ritorna l’antico progetto dell’autostrada Pedemontana, che collega Lomazzo con Lentate sul Seveso; la Brebemi, che collega Brescia a Milano e poi la Tangenziale Est di Milano. E poi, dal 2009, si fa strada anche il progetto dell’Orto planetario, La città è lanciata nel futuro: con Expo tutto tornerà a correre e la cartolina è quella di un successo annunciato.

Cosa è successo

La puntata è stata alta, il bluff ha funzionato: il Bie ha accettato la candidatura di Milano, fidandosi delle carte che aveva messo sul tavolo. Quelle che aveva in mano, però, si sono rivelate di pochissimo valore. Da quando il progetto Expo è partito, i problemi si sono accumulati. Al centro della questione, in primo luogo, lo scontro per capire, come spiegano Gianni Barbacetto e Marco Maroni inExcelsior, il gran ballo dell’Expo, chi comanda dei poteri in questione. Il potere di Letizia Moratti, grande promotrice dell’Expo, viene eroso pian piano, e i suoi uomini al centro della macchina amministrativa vengono sostituiti. La società che cura Expo, cioè Expo 2015 Spa, nasce all’inizio di Dicembre 2008, cioè nove mesi dopo la vittoria. Il ritardo è dovuto proprio al braccio di ferro tra le varie componenti politiche (tutte della stessa area, il centrodestra), che chiedono voce in capitolo, e potere di scelta. A capo ci sarà Lucio Stanca, dopo che Paolo Glisenti, l’uomo che Letizia Moratti voleva come ad, riceverà il fuoco incrociato del centrodestra. Stanca, a sua volta, non riuscirà a mettere animo nelle varie anime del centrodestra e rinuncerà, dopo due anni. Nel 2010 arriva Beppe Sala e la macchina di Expo, con un ritardo incredibile, può cominciare a partire.

Il problema organizzativo rispecchia anche gli avvicendamenti della politica; a Romano Prodi, nel 2008, si sostituisce Silvio Berlusconi e il suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, si mostra molto freddo nei confronti di Expo. La stessa Letizia Moratti, nel 2011, non sarà confermata sindaco di Milano e al suo posto salirà una giunta di centrosinistra, guidata da Giuliano Pisapia – che aderirà all’Expo, definirà la questione dei terreni ma mostrerà, anche qui, poco entusiasmo per l’iniziativa. Il Palazzo della Regione diviene, nel corso degli anni, luogo di appuntamento per gli avvisi di garanzia, fino a quando lo stesso governatore Roberto Formigoni non viene sfiorato dalle vicende giudiziarie e si dimette (per paracadutarsi su Roma). Al suo posto salirà il leghista Roberto Maroni, che mantiene l’assetto ricevuto.

I ritardi accumulati impongono un ridimensionamento dei progetti e l’accantonamento di alcuni piani. L’adozione di procedure in stato di emergenza per l’assegnazione degli appalti riveleranno tutte le debolezze di Expo: tra, cui, in particolare, l’esposizione ai clan ’ndranghetisti, i criteri poco chiari, gli interventi della magistratura. I progetti, uno a uno, vengono depennati, ridimensionati, rimandati.

La Biblioteca Europea

Un progetto precedente a Expo che si proponeva di creare una “grande biblioteca pubblica” per un bacino di sette milioni di cittadini. La cosa è diminuita con il tempo, anche per la resistenza delle biblioteche cittadine. Uno dei grandi promotori della Biblioteca, l’ex ministro Antonio Padoa Schioppa, nell’Ottobre 2012, spiegava alla Stampa che «avrebbe dovuto realizzarsi con la Moratti, ma non è stato così». Il progetto iniziale si è ridotto «e non finirà in tempo per Expo». È rimasto solo l’ambito digitale, per 88 milioni di euro.

La Città dello Sport

L’ultima traccia l’ha lasciata nei discorsi del governatore lombardo Roberto Maroni, che nel Marzo 2014 chiedeva la nascita di un polo sportivo (compreso lo stadio) sui terreni di Rho-Pero. Aveva ottenuto anche l’assenso di Giovanni Malagò, il presidente del Coni. «Non serve uno scienziato per capire che serve anche una piscina olimpionica. E un palazzetto dello sport multidisciplinare». A un anno di distanza sembra che i terreni saranno destinati, invece, a una nuova Città Studi, anche se le coperture finanziarie sarebbero ancora tutte da trovare.

La Città della Giustizia

«A Porto di Mare, su un’area di 1 milione e 200 metri quadrati, entro il 2015 sorgerà la nuova cittadella della giustizia». Parole al vento. «Sarà un grande polo», continuava Letizia Moratti «per creare condizioni di maggiore efficienza ed efficacia per l’operato di magistrati e avvocati». Una sede unica che radunava tutti gli uffici sparsi per la città, tribunale e carcere. Secondo il progetto, depositato nel 2009, i lavori sarebbero dovuti partire nel 2010 e durare cinque anni. L’idea è tramontata quasi subito.

Il Cerba

Sta per Centro Europeo di Ricerca Biomedica Avanzata. Voluto, sostenuto dall’oncologo Umberto Veronesi, è finito al centro di un caso di speculazione edilizia. Per il professore era «uno dei più grandi progetti di inizio secolo», e raccoglie intorno a sé numerosi sostenitori. Il problema è che i terreni su avrebbe dovuto sorgere, nel Parco Sud, appartenevano alla Imco, la holding del gruppo Ligresti, che fallisce nel 2013. Tra le garanzie promesse alle banche per i prestiti assegnati figuravano proprio i terreni del Cerba, e sembrava che il progetto potesse continuare. Ma a Gennaio il Comune di Milano dà lo stop. Il Cerba salta ma le indagini per il crac di Ligresti continuano.

La Città del Gusto e della Salute

Un progetto di Sogemi, che consisteva in un «polo culturale/operativo allo scopo di affrontare, approfondire, divulgare, comunicare e coordinare attività scientifiche e di ricrca legate alla sicurezza e alla qualità alimentare». Avrebbe dovuto sorgere, secondo i piani del 2008, nell’ex macello tra via Lombroso e viale Molise, ma viene bocciato nel 2010. Sogemi fa un passo indietro, il suo presidente, Roberto Predolin, lascia il passo al successore, Luigi Predeval. «Avevo puntato tutto sulla città del Gusto e della Salute, un progetto che poi non si è fatto. Ma il sindaco [Letizia Moratti] l’aveva indicato come una delle priorità in vista dell’Expo». Adesso, per capirsi, nell’area c’è Macao.

Le Vie di Terra

Dovevano costituire il contrappunto urbano al progetto delle Vie d’Acqua. Come recita il documento del Comune, «attraversa i tessuti edilizi della Città unendo, tra loro, le parti storiche della Città con i grandi progetti di trasformazione urbana in corso». Cioè unisce la Darsena all’area Expo, ma «in una logica di mobilità dolce, lenta e sostenibile, per chi ama spostarsi a piedi e in bicicletta». Avrebbe compreso quattro itinerari diversi, a seconda dei percorsi che le persone avessero voluto fare. Tutto verde, ecologico, sostenibile. L’idea non sarà mai realizzata e sparirà dai programmi nel Settembre 2011, quando con un ennesimo taglio del budget, ci si libererà anche del progetto di Villaggio Expo.

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Le Vie d’Acqua

Queste, invece, vanno avanti. O meglio: sono ciò che resta del sogno morattiano di collegare Darsena e sito Expo creando una serie di canali che uniscono il canale Villoresi, che scorre a nord della città, tra il Ticino e l’Adda, fino al Naviglio Grande, attraversando tre parchi e poi di nuovo indietro, seguendo un percorso ad anello. Un progetto bellissimo, che nella stesura originale prevedeva molto verde ed era ricco di sentieri, fontane, lampioni per la notte. Aveva però, dei problemi. Il primo, non da poco, era di essere irrealizzabile per motivi tecnici: il territorio e le sue pendenze rendono impossibile, o comunque difficilissima, la creazione di una via d’acqua percorribile. Il progetto viene ridimensionato e le due vie diventano una sola, non più navigabile. Passa a ovest e viene affiancato da piste ciclabili. Dai 330 milioni si passa a 160, si prevede di attraversare tre parchi (Bosco in città, Trenno e Parco delle Cave). Le proteste dei cittadini spingono a un’ulteriore modifica dell’impianto, che passerà sottoterra per diversi tratti e si servira del bacino dell’Olona per completare il percorso. Il costo totale cresce, la ditta che si occupa dei lavori, la Maltauro, verrà commissariata in seguito agli arresti del 2014. Ma stavolta non ci si ferma.

Le metropolitane

La linea 4, la blu, avrebbe dovuto collegare la città da est a sud-ovest, cioè la stazione di San Cristoforo e l’aeroporto di Linate. Fermate: 21, per un totale di 15 chilometri. Il progetto risale al 2005, la giunta Moratti lo ha riproposto per Expo, prevedendo l’apertura per il 2015, che è slittata a più riprese in seguito a una serie di discussioni e di ritardi. Perfino la variante più ridotta, quella che comprendeva solo tre fermate (Linate, Quartiere Forlanini, Forlanini FS), garantita per l’Expo 2015, viene alla fine rimandata. Chi arriva a Milano in aereo non avrà una metropolitana che attraversa la città (la nuova scadenza è fissata per il 2022) ma un servizio di bus navetta.

La 5, la lilla, è in parte già completata. Collegherà San Siro a Bignami (cioè da nord a ovest). La prima tratta, tra Bignami e Zara, era prevista per il 2012. Slitterà di un anno. La seconda tratta, che collega Zara a Garibaldi, è stata inaugurata nel 2014. La terza tratta, quella conclusiva, sarà conclusa per l’Ottobre 2015. Quando Expo sarà finito.

La 6, invece, l’arancione, è prevista per gli anni ’20 del nuovo secolo. Eppure Letizia Moratti ne parlava come di un progetto possibile entro il 2015. Anche qui, nel grande mucchio delle promesse si sono infilate troppe cose.

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La Pedemontana, la Tem e la Brebemi

Il primo tratto della Pedemontana (cioè una parte della tratta A, che va da Lomazzo a Cassano Magnano), è stato inaugurato il 26 Gennaio 2015. Secondo il governatore Maroni, si è trattato di «Un sogno che diventava realtà». Il prezzo per passare dal sogno al concreto, però, è stato alto: 40 milioni al chilometro, paesaggi sconvolti (in particolare boschi e torrenti) e solo 18mila vetture al giorno. Un dato in linea non con un’autostrada, ma con una normale statale. Lo stesso vale per la Brebemi, cioè l’A 35, aperta nel 2014, cominciata nel 1996 e inserita nel mazzo di Expo. Anche qui, se i lavori sono finiti in tempo, il risultato è stato un flop. Avrebbe dovuto essere a costo zero per il pubblico, cioè finanziata solo da privati, ma non è stata così: i soci hanno messo 520 milioni su 800 (il costo totale), il resto lo hanno coperto Cassa Depositi e Prestiti, la Bei e alcune banche. È l’autostrada più cara d’Italia (12,40 per le auto e 43,10 euro per i tir) e ha una circolazione bassissima, che si aggira sui 18mila veicoli al giorno.

La tangenziale esterna di Milano, la Teem, ha aperto i cantieri nel 2012, ha aperto il tracciato il 23 Luglio del 2014, ma solo per la parte che collega Pozzuolo Martesana e Liscate. Costerà, per il 32 km di percorso, oltre tre miliardi. Non sarà conclusa che nel 2015, a Expo inoltrato. Ma per il completamento dei raccordi con le altre strutture (ad esempio la Brebemi), si dovrà aspettare il 2016, quando Expo sarà finito (ma non il Giubileo).

Infine, anche i progetti per l’area stessa di Expo hanno subito una serie di svolte, negli anni, che ne hanno ridimensionato in modo la portata. Il sogno iniziale di Letizia Moratti, che compariva nel progetto presentato al Bie, era molto tradizionale. Prevedeva vari padiglioni, destinati a ogni Paese partecipante, un colosso monumentale al centro che avrebbe dovuto competere con i giganti di CityLife. Troppo poco: il progetto cambia, e diventa il sogno, stavolta dell’architetto Stefano Boeri, di un Orto Planetario. L’idea di creare un immenso giardino, con serre in grado di riproporre i vari climi dei continenti del mondo, in cui ogni spazio si incontra lungo il cardo e il decumano e ogni Paese coltiva e propone le proprie eccellenze alimentari viene fatta a pezzi già nel 2011. Resterà solo il cardo e il decumano.

La Expo Tower, progetto mai ben chiarito, viene sostituita dall’Albero della Vita, affidato a Marco Balich. Vittorio Sgarbi lo definirà «una carnevalata». La procedura di assegnazione del progetto è stata oggetto di critiche dall’Autorità anti-corruzione, gli imbarazzi di Padiglione Italia sono stati superati con una gara di assegnazione cui ha partecipato una cordata di imprenditori bresciani, Orgoglio Brescia, che ha chiuso la questione. L’Albero della Vita si fa, e a Febbraio viene inaugurato. È ridimensionato, minore. Ma c’è. Expo può cominciare, anche se di pronto, intorno, c’è ancora poco.

Insomma, il bluff sembra chiaro. Con le carte che ha in mano, l’Expo 2015 sarà molto lontano dalle fantasmagorie che aveva in mente Letizia Moratti quando, nel 2006, parlava di un mondo irrealizzabile. Aveva una doppia coppia ma è riuscita, con l’aiuto di molti altri, a far credere a tutti che fosse un poker d’assi. Ora il tempo è andato a vedergli le carte, e si è scoperto che anche il gioco che si giocava era un’altra cosa. Non il poker, ma – ce lo si conceda – è più un rubamazzetto, un machiavelli o forse il classico gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Questo sì, del resto, è più nel nostro dna.

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