[DallaRete] Francia e Belgio in lotta contro le leggi neo-liberiste sul lavoro

Riportiamo due articoli del Manifesto sulle dure lotte in corso in Francia e Belgio contro le nuove leggi sul lavoro  di stampo neo-liberista.

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Loi Travail: Valls mostra i muscoli (contro la Cgt) – di Anna Maria Merlo

Francia. Oggi ottava giornata di manifestazioni e scioperi. Valls attacca la Cgt: “non fa la legge nel paese”. Tentativo di spaccare l’intesa Cgt-Fo. Nel Ps c’è chi tenta una mediazione. Ricorso alle riserve strategiche di carburanti, per evitare la penuria.

Per il momento, alla vigilia di una nuova giornata di manifestazioni (l’ottava) e di scioperi oggi in tutto il paese, il primo ministro mostra i muscoli. Manuel Valls all’Assemblea tuona: “non è la Cgt che detta legge in questo paese”. Valls ha scelto il confronto diretto con la Cgt, organizzazione “minoritaria” accusata di soffiare sul fuoco della protesta in nome dell’ “arcaismo” sociale (ma il 61% dei francesi pensa che la responsabilità della situazione di blocco sia del governo). La strategia del primo ministro è di far leva sull’esasperazione della popolazione, fomentata in realtà dall’allarmismo sulla penuria di carburante, una profezia che si è autorealizzata poiché i consumi di benzina si sono moltiplicati di 3-5 volte, lasciando cosi’ a secco ieri circa 4mila benzinai sui 12mila che operano nel paese. Anche l’Eliseo afferma perentorio: “la Cgt non vuole dialogare”. L’idea è di “isolare” la Cgt per separarla dall’altro grande sindacato mobilitato, la più riformista Fo, mentre l’Unef (studenti) è stata un po’ neutralizzata con la promessa di borse e nuovi aiuti.

Gli scioperi toccano vari settori, anche se, per esempio nelle ferrovie, la partecipazione è in calo. Ma ci sono minacce di sospensione illimitata del lavoro per la prossima settimana, per treni, metro di Parigi e traffico aereo. Il governo ha fatto intervenire la polizia per sgomberare le entrate delle raffinerie, sei sulle otto esistenti funzionano al rallentatore, sbloccati anche 11 depositi di carburanti da interventi senza guanti delle forze dell’ordine. La destra è salita sul carro della strategia della tensione e adesso chiede di “requisire” i lavoratori (come era stato fatto nel 2010, al momento della protesta contro la riforma delle pensioni). Ma il governo non ha ancora preso questa decisione estrema, anche perché nei blocchi c’è la presenza di lavoratori di altri settori (i dockers, per esempio) e non solo di dipendenti delle raffinerie. Pero’ per rifornire i benzinai è già stato fatto ricorso alla riserve strategiche. La Cgt gioca oggi anche la carta dell’energia: sono state dichiarate 24 ore di sciopero nelle centrali nucleari, a cominciare da quella di Nogent-sur-Seine, vicino a Parigi. Non dovrebbero pero’ esserci tagli di corrente, rassicura il governo (anche se in alcuni quartieri di Nantes c’è già stata qualche sospensione).

Dietro i muscoli di Valls, pero’, tra i socialisti c’è chi cerca un dialogo per trovare una via d’uscita (grazie anche a un nuovo calo della disoccupazione). Ieri, il segretario di Fo, Jean-Claude Mailly, ha proposto al governo due strade: riscrivere l’articolo 2 della Loi Travail, quello dell’ “inversione della gerarchia delle norme”, che permette ad accordi a livello di azienda di contraddire, al ribasso, quelli di categoria sul tempo di lavoro; oppure ritirare questo articolo e aprire una trattativa tra padronato e sindacati. La discussione sull’articolo 2 non ha potuto aver luogo all’Assemblée perché il governo il 10 maggio scorso ha tagliato corto e fatto ricorso al 49.3 per far passare la riforma senza voto, decisione che ha scatenato l’ondata di protesta in corso. Valls ha ancora respinto questa apertura, affermando che l’articolo 2 non si tocca, “perché è il cuore della filosofia del testo” di legge. Ma nel Ps c’è chi si muove in questa direzione. Confusione nella mattinata, quando il capogruppo Ps all’Assemblée, Bruno Le Roux, ha affermato che sarebbe opportuno “ridiscutere”, per essere immediatamente smentito dal portavoce del governo Stéphane Le Foll, che ha escluso ogni rimessa in questione dell’articolo 2. Il governo cammina sulle uova, tra una piazza con la Cgt sempre più determinata e la Cfdt, che ha partecipato alle modifiche del testo della Loi Travail e continua a difenderla. Il segretario, Laurent Berger, ha ripetuto ieri che l’abbandono della riforma del lavoro sarebbe “incomprensibile”. Per Berger, l’articolo 2 “non riguarda né lo smic, né i salari, né le regole di sicurezza”.

Hollande gioca sull’ambiguità. L’Eliseo ha riletto e approvato un’intervista provocatoria a quotidiano economico Les Echos del ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, dove afferma che la Loi Travail va “amplificata” ed estesa alla “moderazione salariale”. Macron, che nasconde sempre meno le ambizioni presidenziali, per molti socialisti è “un troll”. Ma contemporaneamente, la senatrice socialista Frédérique Espagnac, vicina a Hollande, afferma che “bisogna rimettersi al tavolo, facciamo un compromesso, bisogna riscrivere l’articolo 2”. Mailly riassume: “è un po’ un casino”. E paragona Valls “al Sarkozy dei peggiori giorni”. Philippe Martinez, segretario della Cgt, gioca anch’egli una partita personale, per imporre la propria leadership in un sindacato che ha attraversato un lungo periodo di crisi, dopo la fine dell’era di Bernard Thibault. Le violenze alle manifestazioni, che hanno colpito anche il servizio d’ordine della Cgt (accusato di essere “collabo” con la polizia), sono un esplosivo che Valls cerca di maneggiare a proprio vantaggio.

http://ilmanifesto.info/loi-travail-valls-mostra-i-muscoli-contro-la-cgt/

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Lavoro, Bruxelles insorge contro la legge «alla francese»

Belgio. Sindacati e movimenti contro la riforma del lavoro. Scontri e feriti.

Nel giorno dell’Eurogruppo chiamato a decidere di un nuovo prestito da undici miliardi alla Grecia di Alexis Tsipras che ha fatto i compiti a casa comminando un’altra razione di austerity a un popolo stremato, Bruxelles è tornata in piazza. Stavolta non c’entrava direttamente l’Europa, nonostante la coincidenza, ma ancora una volta le politiche lacrime e sangue imposte alla popolazione. Nel mirino il premier belga Charles Michel e il suo governo di centrodestra: sotto lo slogan «la misura è colma», le principali sigle sindacali del paese sono scese in piazza contro le misure per aumentare la flessibilità sul lavoro (analoghe al Jobs Act italiano e alla legge El Khomri francese).

Superato lo choc degli attentati, i belgi questa volta hanno sfilato in massa: 60 mila i manifestanti per le strade della capitale, secondo la polizia, curiosamente 10 mila in più di quelli dichiarati dai sindacati. Arrivati all’altezza della Gare du Midi, la stazione centrale della città, sono scoppiati duri scontri con gruppi di dimostranti. La polizia ha usato lacrimogeni e idranti per disperdere il corteo, quattro manifestanti e un commissario di polizia sono finiti in ospedale. La Croce Rossa ha fatto sapere di aver soccorso, a sua volta, 16 partecipanti alle proteste e tre agenti. Al termine, sono stati 23 i fermati, nessuno dei quali, secondo fonti giudiziarie, è iscritto ai sindacati.

Il governo Michel, già in difficoltà dopo la pessima gestione della sicurezza per gli attentati islamisti e costretto ad applicare una ricetta di rigore che, per i sindacati, negli ultimi due anni è costata ai cittadini belgi cento euro al mese, ha accusato il colpo. Il premier ha condannato le violenze ma ha dovuto «prendere atto» dell’ampiezza della mobilitazione e del malcontento popolare. Le organizzazioni dei lavoratori sono ancora molto forti in Belgio, che ha un tasso di sindacalizzazione molto alto: il 55,1 per cento. E il capo di governo di un Paese che non attraversa un buon momento dal punto di vista economico-sociale potrebbe non reggere allo scontro con i sindacati, che in Belgio sono ancora molto forti (il 55,1 per cento dei lavoratori è sindacalizzato). Il governo non ha ancora superato la prova degli attentati: la chiusura dell’aeroporto di Zaventem ha provocato un crollo del 30 per cento delle presenze a marzo e l’impatto sul Pil è stato calcolato in un -0,1 per cento.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso del malcontento è stata la cosiddetta legge Peeters sul lavoro. Annunciata alla metà di febbraio e presentata poi ad aprile dal vicepremier e ministro del Lavoro Kris Peeters con l’obiettivo di rendere il lavoro «flessibile e maneggevole», ha fatto insorgere i sindacati. Le misure sono molto simili a quelle previste dalla legge El Khomri in Francia (presentata da un governo socialista). Tra queste, l’aumento delle ore lavorative settimanali da 38 a 45 (nove al giorno). Un cambiamento che, secondo la destra al governo in Belgio, dovrebbe permettere di rispondere al meglio alle esigenze di produttività delle azioende e di accordare «una maggiore libertà ai lavoratori per organizzarsi in funzione delle loro esigenze familiari», un modo originale per definire la flessibilità. Il progetto di legge prevede pure la possibilità di arrivare fino a 11 ore di lavoro al giorno, 50 alla settimana. Al contrario, sono state già ridotte le tasse alle imprese e aumentate quelle per i cittadini, dall’Iva sull’elettricità alle imposte su alcol, tabacco e benzina diesel.

Contro la riforma del lavoro si sono mobilitati non solo i sindacati. Venti organizzazioni giovanili hanno messo in piedi una Coalizione per il ritiro della legge Peeters e hanno risposto all’appello a scendere in piazza lanciato dai tre principali sindacati: la Fgtb (socialista), la Csc (la Confederazione dei sindacati cristiani) e la Gslb (liberale). La mobilitazione è appena cominciata. Per il 31 maggio sono previste altre azioni, in particolare nei servizi pubblici, mentre per il 24 giugno è stato indetto uno sciopero generale.

http://ilmanifesto.info/lavoro-bruxelles-insorge-contro-la-legge-alla-francese/

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