[DallaRete] Rifugiati – Campo base sì, campo base no, alias, il dito e la luna

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L’idea di convertire in centro di accoglienza, il campo base di Expo, 27 palazzine prefabbricate, un’infermeria e una sala mensa per 600 persone, che ha ospitato operai e tecnici fuori sede prima, e polizia e carabinieri durante la decantata manifestazione fieristica milanese, circolava già ai tempi in cui il prefetto era Tronca, l’attuale sindaco di Milano era commissario di Expo e la Croce Rossa era in sofferenza per la gestione del campo profughi di Bresso.

E dopo oltre tre anni che si continua a chiamare emergenza, ciò che è previsto e prevedibile, siamo ancora a questo punto. Seguiamo increduli una discussione squisitamente partitica su quanto sia auspicabile, o meno, aprire uno spazio per contenere 5/600 persone, lontane dalla città di Milano.

Le argomentazione dei rappresentanti della destra in Regione, Lega in testa, sono provinciali, miopi, quando non razziste e inumane. Le acque del Po devono avere poteri allucinatori perché uomini e donne politiche ormai navigati non si rendano conto di vivere nell’era globale dell’interdipendenza e della memoria digitale, saranno probabilmente condannati dalla storia all’irrelevanza, quando avranno esaurito ogni possibile pretesto per far ricorso alla paura. Anche perché, il ricco pil della Lombardia è alimentato da un attivismo imprenditoriale straniero che ha poco da invidiare alla famigerata nomea brianzola.

Le argomentazioni del centro sinistra, invece, attengono a mere questioni logistiche, immemore sembra di aver sposato, per bocca di illustri esponenti del PD, le ragioni dell’accoglienza diffusa.

Non una parola sulle storie dei veri protagonisti di quest’ennesima triste pagina di confronto politico in materia di immigrazione, sulle loro provenienze, i loro percorsi e i loro desideri. Da destra a sinistra, tutti sembrano vittime di quella che ormai è una sindrome endemica, la retorica securitaria e legalitaria che inverte meccanicamente causa ed effetto, sia che si tratti di legittimare le ragioni della fuga, sia che si tratti di criminalizzarle. Sembra ormai estinta la capacità delle forze politiche maggioritarie di riconoscere i limiti di un approccio che sta consumando la qualità delle relazioni tra italiani e stranieri, e tra italiani e stranieri e politica, alimentando un micidiale mix di indifferenza e odio.

Ce lo chiediamo spesso se non sarebbe utile appellarci alla Corte internazionale dei diritti dell’uomo per forzare quanto meno i rappresentanti istituzioniali a riconoscere che le soluzioni messe in campo negli ultimi anni per il 90 per cento dei migranti giunti in Italia via mare, sono disumane e degradanti e che anche da questo fuggono verso un più civile nord Europa.

Ottusamente civile, anche quando, per obbligare l’Italia ai suoi doveri comunitari, chiude le frontiere, o estrada un migrante che avrebbe avuto diritto all’accoglienza in Italia.

Ma quale accoglienza? Una piccola Mineo in salsa lombarda?!

Perché non costruire, invece, un primo tavolo di confronto tra i Comuni della costituenda città metropolitana, insieme con le forze sociali espressione del territorio con comprovata e meritevole esperienza nel e sul campo (immigrazione e non disagio sociale tout-court), quelle storiche, dalle relazioni più consolidate e quelle nuove, con istanze sociali marcatamente plurali, e iniziare a fare degli slogan pratica politica concreta, con un orizzonte che finalmente può essere più lungo di una campagna elettorale?

Il comunicato di Cambio Passo

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