West Climbing Bank – Strenght of a woman


La strada che conduce da Betlemme a Jenin conterebbe al massimo 250 km, più o meno la stessa distanza che intercorre tra Milano e Modena. Nonostante questa vicinanza il tragitto dura più di 3 ore, questo perché ogni palestinese che vive a Betlemme è costretto ad allungare il percorso per evitare quanti più check point possibili, ma anche perché alcune strade sono ad esclusivo utilizzo degli israeliani. Siamo comunque costretti ad attraversare 3 posti di controllo: qui la situazione varia molto in base all’umore dei soldati di guardia e in base alle pretese necessità di sicurezza delle colonie vicine.

Attraversiamo vaste zone coltivabili, ma molte sembrano lasciate incolte. Anche qui la politica di avanzamento dei settlements fa si che i palestinesi siano costretti a lasciare le loro terre e abbandonarle. Sono ben pochi i campi che i palestinesi riescono a mantenere per sé e qui producono buona parte di frutta e verdura che poi vendono nei mercati a Betlemmee nelle altre città palestinesi. In lontananza dovremmo scorgere anche il Mar Mediterraneo, zona inaccessibile ai palestinesi, perché dal 1948 è stata completamente sottratta dopo la Nakba del ’48.

Arrivati a Jenin siamo subito catapultati nel mercato della città vecchia. Non molto distante si trova un’organizzazione che si occupa dello sviluppo di imprese solo nei territori controllati dall’Autorità Palestinese. Tramite il supporto del governo collabora con parecchie Ong che interagiscono con piccole aziende in cerca di fondi, ma anche con lavoratori disabili.

Qui veniamo a contatto per la prima volta con una donna che ricopre un ruolo di rilievo in un’organizzazione economica. Una situazione abbastanza anomala per la società palestinese in generale. Qui infatti il compito di “portare i soldi a casa” è per tradizione demandato agli uomini. Lei al contrario ha avuto la possibilità di decidere come emanciparsi.

Ancora qualche passo e raggiungiamo il campo profughi di Jenin. Questo luogo ha una storia a volte molto cruenta: nel 2002 venne completamente raso al suolo da parte dell’esercito; ma gli abitanti lo hanno ricostruito e inoltre hanno anche cominciato ad espandersi, rendendolo ancora più ampio; e con le rovine hanno costruito un cavallo a ricordo di questo momento. In una delle vie principali qui si trova il “Freedom Theatre” , un progetto che si occupa di giovani ragazzi attraverso attività come teatro e arte. Nacque durante la prima intifada dall’idea di Ana Mer Khamis, una donna israeliana che decise di vivere accanto ai palestinesi, come loro e insieme a loro.

Lasciamo Jenin per spostarci a Nablus, per incontrare Myassar, donna palestinese che combatte fin da bambina per la libertà della sua terra e del suo popolo. Con estrema naturalezza ci accoglie in casa e con un sorriso sempre luminoso ci racconta i dettagli più forti della sua vita. Dalla detenzione nelle carceri israeliane, in tre diverse occasioni, alle azioni imposte dai soldati per conoscere i nomi dei suoi compagni, alle torture fisiche e psicologiche per farla crollare. “La mia forza è la mia terra” come continua a ripetere. E infatti sorridendo narra della sua ultima lotta, quella per i suoi luoghi di origine, tra Nablus e Gerico. Oggi insieme a compagni e amici internazionali hanno presidiato con pic nic, canti e balli gli uliveti che i settlers volevano sottrarre alle famiglie palestinesi. Sono numerosi gli episodi di “resistenza degli ulivi” in Palestina, e spesso culminano in violenza da parte dell’esercito e scontri fisici con gli abitanti che si oppongono all’esproprio.

Myassar in quanto ex detenuta combatte ancora ogni giorno insieme alle famiglie dei palestinesi prigionieri di Israele e non solo. Sottolinea l’importanza del rimanere accanto a chi affronta questo tipo di esperienza, purtroppo così comune, sia dentro al carcere che fuori: spesso i detenuti sono rinchiusi in isolamento o peggio ancora messi a contatto con i criminali israeliani (non politici); mentre madri, padri, mogli, figli, fratelli, sono costretti a lunghe attese per incontrare i loro cari, a volte accompagnate da veri e propri scontri con gli israeliani che trovano subito l’occasione per provocare con insulti e provocazioni.

Lo sguardo di questa donna si fa molto serio quando i racconti da lei fatti fino ad ora hanno dei nuovi protagonisti: bambini, adolescenti, arrestati dai soldati ancora molto giovani, massimo 14 anni. Le scuse con cui vengono incarcerati sono le più svariate e spesso inesistenti; devono affrontare lunghi tempi di attesa in detenzione amministrativa (cioè senza che vi siano prove del loro capo di imputazione) per poi subire pene che hanno spesso una durata più lunga della loro ancora giovane vita. Sono moltissimi i ragazzi seguiti da Myassar. Un esempio davanti agli occhi di tutti è Ahed Tamimi, ragazza di appena 16 anni, arrestata per aver colpito un soldato israeliano. Sono tutti in attesa di sapere quale sarà la sua sorte, vista anche la risonanza mediatica che ha avuto il fatto. Ma soprattutto per questo Myassar teme che Israele non cederà troppo facilmente.

Nei suoi occhi la forza della lotta, nel suo essere donna l’ottimismo che questa resistenza conduca alla liberazione.

Nablus, 3/01/2018

L’articolo

Pubblicato da Matteo, il 4 gennaio 2018 alle 10:21

Speak Your Mind

*