Devastazione e saccheggio – Un avvocato

toga (2)Nel quarto capitolo del nostro approfondimento sul reato di devastazione e saccheggio e sul suo utilizzo sempre più massiccio per contrastare la conflittualità di piazza in Italia, intervistiamo l’avvocato Mirko Mazzali. Avvocato del Foro di Milano con una lunga esperienza di difesa nei processi al movimento, ha ricoperto il ruolo di difensore sia nel procedimento contro i manifestanti per i fatti del G8 di Genova del Luglio 2001 che per quello degli scontri alla mobilitazione antifascista dell’11 Marzo 2006 in Corso Buenos Aires a Milano. In entrambi i processi le procure contestavano l’articolo 419 del Codice Penale. Entrambe le vicende sono arrivate in Cassazione e hanno avuto sentenze divenute definitive. 
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-Dopo i fatti del Primo Maggio NoExpo a Milano è stato contestato per l’ennesima volta il reato di “devastazione e saccheggio”. Puoi darci un inquadramento generale del reato?
Il reato di devastazione e saccheggio per come lo conosciamo nella sua forma attuale, è un reato istituito immaginando i saccheggi degli eserciti nelle città e quindi, per tale motivo, è punito con una pena da 8 a 15 anni, molto elevata. Ipotizzava la messa a ferro e fuoco di una città, non degli episodi di danneggiamento, seppure multipli.
 
-Tu sei stato uno degli avvocati del collegio difensivo dei manifestanti accusati di devastazione per i fatti del G8 di Genova del Luglio 2001. In quella occasione, a più di un anno dai fatti, scattò una grossa operazione di Polizia con arresti in tutta Italia. Si trattava di un fatto relativamente “nuovo” e che purtroppo, negli anni successivi sarebbe diventato pratica abituale ovvero: arresti e carcerazione preventiva per vicende di conflitto di piazza. Come ti rapportasti con quella vicenda?
Dopo i fatti di Genova, questo reato divenne “di moda”, prima per oltre 50 anni era sconosciuto nella giurisprudenza, come erano sconosciute o poco praticate “retate di massa”, come in quel caso.
Fu quindi relativamente una sorpresa, anche se una qualche reazione dopo Genova, in qualche modo era attesa.
Diciamo che abbiamo tutti imparato a rapportarci con il carcere, con le limitazioni della libertà personale, la difficoltà di coniugare processi e politica di movimento.
Ci vorrebbe un libro per spiegare tutto, diciamo che non è stato facile.
 
-Era una delle prime volte che veniva contestato l’articolo 419. Quali furono, se ti ricordi, le tue considerazioni dell’epoca?
Iniziai a cercare dei precedenti di giurisprudenza e mi accorsi che praticamente non ce n’erano, che occorreva quindi creare una strategia difensiva di fronte a una fattispecie di reato ignota, partendo dal fatto che eravamo di fronte a un reato con pene spropositate.
 
-Purtroppo alcune condanne per il G8 di Genova sono diventate definitive e c’è chi, come Marina, sta ancora scontando durissime pene detentive. Che ne pensi?
Anche rispetto a questa domanda, molto interessante, occorrerebbe un libro per spiegare tutto.
Penso che alla fine quando pagano poche persone per tutti, vuol dire che tutti abbiamo perso, anche per il senso di solitudine o quasi, che viene determinato al momento della carcerazione dopo molti anni dai fatti.
 
-Milano, Corso Buenos Aires, 11 Marzo 2006, una manifestazione antifascista di qualche centinaio di persone si oppone al corteo della Fiamma Tricolore a pochi giorni dall’anniversario dell’omicidio di Davide Cesare “Dax”. Scoppiano incidenti. Moltissimi fermati in flagranza e una successiva detenzione “di massa” che non si vedeva da anni e anni. Ancora una volta sei tra gli avvocati di quegli imputati e ancora una volta viene contestato il reato di devastazione. Come vivi la vicenda?
Lo ricordo come uno dei periodi più difficili, professionalmente e non solo, della mia vita; 40 persone in carcere, i familiari, gli amici, i compagni, i mass media e molta parte della città contro, la magistratura schierata, persi in pochi mesi più di 10 kg per la tensione e questo credo possa dare l’idea.
Vissi la responsabilità di fare, seppur insieme ad altri, delle scelte che avrebbero potuto pregiudicare la vita, per sempre, di ragazzi giovanissimi, fra i quali vorrei ricordare Valentina che purtroppo non c’è più.
 
-Non è paradossale che per una vicenda tutto sommato circoscritta come i fatti di Corso Buenos Aires (meno di mezz’ora di scontri in una zona molto ristretta della città) sia stato contestato l’articolo 419 mentre per i celebri scontri del corteo del 10 Settembre 1994 (quelli del Leoncavallo per intenderci) dove anche lì hai ricoperto il ruolo di legale questo non sia successo? Se non erro ci furono più di un centinaio di denunciati, ma nessun arresto dopo i fatti con annessi mesi di carcerazione preventiva come succede abitualmente oggi.
Non solo non ci furono arresti, ma neanche condanne.
In quel caso i reati contestati erano radunata sediziosa, danneggiamenti e resistenza.
Beh…la diversità di valutazione della Procura e del Tribunale mi pare sia nello stato delle cose.
 
-Altri anni? Maggiore agibilità politica? Maggior consenso sociale?
Mah…non so se spetti a me fare questo tipo di valutazione, diciamo che dopo i fatti dell’11 Marzo, ci fu un lungo periodo complicato da parte del movimento, che però non determinò un aumento del livello di “risposta giudiziaria”, che invece sto vedendo ora dopo i fatti del Primo Maggio.
 
-Nel caso degli arresti per il Primo Maggio 2015 abbiamo assistito a un ulteriore passaggio nella “qualità” repressiva. Parlo in primo luogo della raccolta del DNA durante le indagini e in secondo luogo di aver organizzato degli arresti a livello europeo andando a fermare 5 manifestanti greci di cui è stata chiesta l’estradizione. Il tutto non per reati di terrorismo, ma per una manifestazione di piazza. Che ne pensi?
Beh…le modalità di ricerca della prova si sono evolute, anche se penso che la ricerca del DNA, in fatti come questi sia praticamente impossibile.
Rispetto al resto, ormai la globalizzazione c’è anche in campo giudiziario, basti pensare al Mandato di Cattura Europeo.
 
-Ci spieghi e approfondisci le questioni del “concorso morale“ e della “compartecipazione psichica” per le quali, in una vulgata ormai molto diffusa e nota nei movimenti ormai basta la sola presenza durante fatti di devastazione e saccheggio (o almeno così ritenuti da inquirenti e magistratura) per vedersi contestato l’articolo 419? Io ricordo di alcuni imputati condannati in via definitiva a 4 anni di carcere per i fatti dell’11 Marzo 2006 per il solo fatto di essere ritratti da alcune fotografie mentre erano presenti sul luogo degli scontri senza che però gli venisse contestata alcune condotta specifica. Ricordo bene?
Il concorso morale è, a mio avviso, una stortura del principio costituzionale della responsabilità penale personale, dove il cosiddetto apporto rafforzativo dell’altrui condotta può essere dilatato, fino a punire la semplice presenza ad una manifestazione.
 
-Che ne pensi del fatto che il reato di devastazione (un reato contro le cose) preveda pene più alte di alcuni reati gravissimi contro la persona come violenza sessuale o sequestro di persona? Non ritieni che in qualche modo emerga un vizio di fondo del nostro Codice Penale molto interessato a difendere “ordine pubblico” e proprietà? Si può dire che, in certi casi, una vita umana sembra valere meno di una vetrina?
Il Codice Penale è applicato dai giudici e quindi ne derivano, soprattutto da una applicazione sbagliata del codice, le sentenze sbagliate e le condanne eccessive.
Poi certo, nel caso del reato di devastazione e saccheggio, soprattutto la pena minima è sproporzionata e da qui derivano molto dei problemi concernenti la libertà personale connessi a questo reato.
Ma la colpa non è tanto del codice, ma di chi lo applica.
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