Insurrezione – il racconto di un compagno cileno

Tutto ha inizio per l’incremento del biglietto dei mezzi di trasporto, scintilla che fa scatenare una insurrezione da parte degli studenti che organizzano l’evasione dei tornelli nelle metropolitane. Per due lunghi giorni è proprio nelle metropolitane che si concentra il grosso della protesta. Qui migliaia di studenti aprono i tornelli facendo passare anziani, lavoratori, disabili gratuitamente. Il clima è teso: disordini, scompigli, rallentamenti, duri scontri con la polizia, il coprifuoco imposto alle 22.00, numerosi feriti tra gli studenti.
Il rincaro dei biglietti non è accompagnato a una buona gestione, infatti ogni giorno si assiste a un vero e proprio collasso del sistema di trasporto pubblico nelle ore di punta.
Alle proteste il Ministero dei Trasporti risponde con la seguente affermazione: “Se la gente non vuole arrivare in ritardo al lavoro si deve svegliare prima… “. Questa affermazione, pronunciata da chi non è mai salito su un mezzo pubblico e viaggia comodamente in automobili pagate dallo stato e guidate da lavoratori sfruttati, viene colta come una forte provocazione e il malcontento esplode in tutto il popolo, non solo tra gli studenti che già sono stati picchiati, arrestati, gassati con lacrimogeni dentro le metropolitane.

Il popolo cileno si sveglia!
Escono tutti per strada, anziani, lavoratori, stranieri, studenti, commercianti e così via…
Ora le richieste sono cambiate, non si esce più in strada solo per il rincaro dei biglietti, si esce per cambiare il sistema delle pensioni (in vigore dalla dittatura di Pinochet), contro la privatizzazione dell’acqua, contro la privatizzazione del litio, contro quella dell’istruzione per cui solitamente ci si indebita con le banche e si finisce a ripagare debiti nei successivi 20 anni.
Si protesta contro la privatizzazione della sanità che cura solo chi se lo può permettere e lascia morire il resto della popolazione.
Si protesta contro i pedaggi, poiché tutte le strade del Cile sono in mano ai privati, per un aumento del salario minimo che in Cile è di 280 mila pesos circa che non permette di vivere dignitosamente, contro la privatizzazione dei mezzi di superficie, contro le grandi multinazionali come Eni, Enel, Monsanto che depredano le risorse, devastano l’ambiente e e uccidono le popolazioni indigene come i Mapuche.
Il popolo vuole cambiamenti, ha capito che questo tipo di sistema non è sostenibile e vuole rivoluzionarlo.

Stiamo parlando del Cile, un paese che è molto ricco di risorse le quali sono strette nelle mani di una borghesia molto ristretta, mentre il 70% della popolazione muore di fame, un paese in cui c è una forte disuguaglianza sociale e disparità di mezzi e disponibilità, un paese che è il secondo al mondo per il costo dell’istruzione, un paese in cui la futura classe dirigente è formata in solamente 9 licei d’elite, un paese in cui la ricchezza è distribuita solo in alcune zone e anche all’interno della stessa città classi differenti vivono vite parallele intangibili, in zone diverse e con vissuti completamente diversi.
Quella a cui stiamo assistendo adesso in Cile è vera e propria lotta di classe contro classe, per il mantenimento del dominio e dei propri privilegi e dall’altra parte la lotta per una vita dignitosa.

Durante le proteste ha preso fuoco la sede dell’Enel a Santiago. Non si è certi se la responsabilità sia attribuibile ai manifestanti, comunque lo Stato ha colto la palla al balzo per condannare duramente le proteste e anticipare il coprifuoco alle 19.00 e chiudere le metropolitane, obbligando la gente ad andare a lavorare lo stesso nonostante la legge preveda la sospensione delle attività lavorative fino al ripristino della “pace sociale” e della sicurezza di tutti.
Il popolo cileno però non ha più paura, non ha più voglia di tacere, viola il coprifuoco ed esce in strada a manifestare.

Questo provoca lo “stato di allerta”, vengono richiamati tutti i reparti delle forze dell’ordine e dei militari dentro la città di Santiago e vengono investiti di pieni poteri dal ministro della difesa.
Stiamo assistendo a una vera e propria forma di transizione fascista che tipicamente avviene quando gli stati più o meno democratici non riescono a garantire gli interessi capitalistici delle imprese private e multinazionali.
Il Cile spende ogni anno più di 11 milioni in armi e materiale bellico, non essendo un paese in guerra utilizza questi mezzi per reprimere duramente il popolo come abbiamo potuto osservare dalle immagini dei carri armati nelle città.
In questo momento il popola sta subendo un escalation di violenza da parte di militari e polizia che hanno iniziato a sparare sulla folla come pratica usuale di dispersione, a gambizzare, a uccidere e a accumulare montagne di feriti come “bottino di guerra”.
Fino ad adesso si contano più di 40 morti in diverse città del Cile secondo le fonti ufficiali, non contando i corpi fatti sparire e quasi 2.000 feriti di cui qualche centinaio gravi e in pericolo di vita.

I media in Cile giocano un ruolo fondamentale nel teatrino della disinformazione parlando esclusivamente di vandalismi e saccheggi nei supermercati, nonostante siano spesso gli stessi militari a farlo.
Anche piattaforme come Facebook stanno censurando tutti i video che la gente sta cercando di divulgare: aggressioni, morti, spari, abusi di potere, per non mostrare la reale gravità della situazione che sta vivendo il popolo cileno, una situazione che non si vedeva dal periodo della dittatura militare nel 1973.

Una celebre foto del settembre 1973 quando lo Stadio Nazionale di Santiago del Cile fu trasformato in un gigantesco campo di detenzione

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