Mangiamoci Expo – Il Secondo: intervista a Matteo Chindemi

first-world-anarchists-funny-rebels-27-Goat-Rocks«Vivere, anche bere, anche mangiare, è pensare-pesare le qualità e separare il bello dal brutto, il buono dal cattivo, il vero dal falso».

Luigi Veronelli

Allevare le capre, produrre formaggio buono, combattere con le norme e conservare la memoria in un mestiere che è fatto di cura del territorio e di amore. Amore per gli animali, certo, ma anche per le persone, per la storia e, perché no, per quella rivoluzione che tutti sogniamo e qualcuno pratica quotidianamente.

Per la rubrica “Mangiamoci Expo” pubblichiamo una lunga intervista a Matteo Chindemi, allevatore e produttore di formaggi di capra in una piccola azienda agricola arroccata tra le montagne che incastonano il Lago Maggiore. Non abbiamo voluto tagliarla per renderla più adatta al lettore metropolitano sempre in carenza di tempo e attenzione: ci sembrava di privarla del suo ritmo naturale, che viene da un lavoro quotidiano di cura, impegno, rispetto dei tempi della montagna.

Fermatevi quindi, e prendetevi qualche minuto per leggerla tutta. Nella storia di Matteo noi abbiamo trovato i semi di pensieri e azioni concrete che quotidianamente segnano la differenza fra scegliersi la vita che più si sintonizza con le proprie idee ed emozioni o seguire la strada che la società e la storia già tracciano per ognuno di noi.

Prima di tutto parliamo di te. Raccontaci la tua storia: come sei arrivato ad aprire un’azienda agricola in montagna e quali sono le principali ragioni che ti hanno spinto a questa scelta? C’è qualcuno o un episodio in particolare che ti ha ispirato?

Sono nato a Milano, ma con la fortuna di avere un papà e una mamma che non hanno mai avuto la paura di sporcarsi le mani con il lavoro.

Fin da bambino frequentavo officine meccaniche. Mia nonna e mio papà cercavano ovunque lo spazio per poter costruire un orto. Che fosse ai piedi delle massicciate ferroviarie, nel piccolo giardino che avevamo o sui balconi di casa, poco importava. E non era tanto per la necessità di avere prodotti genuini, quanto per il bisogno di soddisfare una necessità fisica e tenere vive le proprie origini rurali.

Questo clima familiare ha fatto sì che nel mio immaginario, una volta diventato adulto, non per forza sarei dovuto diventare dottore, ma che qualsiasi lavoro, purché onesto, sarebbe andato bene.

Poi, a poco a poco, crescendo, si è sviluppato in me il desiderio di autogestione e di autorganizzazione come metodo di vita, e vedevo che le mie aspirazioni mi spingevano sempre più verso il campo agricolo e dell’allevamento.

Così, pur avendo fatto anni di una scuola tecnica che non mi insegnava ciò che speravo, ho deciso di abbandonare quegli studi e di dirigermi in cambio di vitto e alloggio sulle montagne della Calabria, in luoghi dove a causa dell’assenza di ogni tipo di servizio la gente, volente o nolente, per vivere è costretta ad arrangiarsi in tutti i lavori, non solo agricoli, portando avanti metodi e modi di vivere ereditati da una cultura millenaria. Una cultura spesso denigrata da chi vive sulle marine e che invece è un peccato che non venga valorizzata.

Lì ho imparato a mungere, ho imparato le prime nozioni sul formaggio, sulla gestione di un gregge, sulla potatura degli ulivi. Ho imparato a seminare a spaglio il grano di antiche semenze che purtroppo non vengono tutelate, a fare le consociazioni fra le piante e gli innesti, a riconoscere le piante nocive per l’ambiente.

Man mano che le conoscenze aumentavano, cresceva anche la voglia di avere un gregge e di vivere con quello che producevo. Per avere un gregge e un posto dove stare però ci volevano soldi, e le richieste di comodato d’uso gratuito per delle terre e delle strutture non erano andate a buon fine.

Un giorno sentii alla radio un annuncio per un lavoro in un alpeggio con capre in Svizzera: fu così che mi presentai a questo nuovo mondo.

Lì ebbi la fortuna di avere un bravo padrone che col tempo divenne anche un buon amico. Lavoravamo fianco a fianco tutti i giorni senza riposo, e vedendo il mio interesse cercava di passarmi senza filtri tutto il suo sapere.

La Svizzera era molto diversa. Lì la montagna viene valorizzata, i vari patriziati aiutano molto più che in Italia coloro che ancora portano le bestie in montagna. Esiste il concetto di benessere animale e l’idea che l’agricoltore non è solo un produttore di alimenti ma anche un “giardiniere del paesaggio”. Proprio per questo motivo il cantone eroga contributi non tanto per la tua produzione ma perché il paesaggio è patrimonio di tutti ed essendo l’allevatore o l’agricoltore il tutore di questo bene comune è importante aiutarlo economicamente.

Questo fa sì che grazie alla sua cura il dissesto idrogeologico sia molto meno grave che in Italia.

Queste due esperienze han fatto sì che in me e nella mia compagna nascesse la volontà di creare il nostro luogo di produzione e di vita in montagna, convinti che per migliorare e cambiare la società bisogna che pensiero e azione siano veramente uno la continuazione dell’altro, e che la montagna da zona abbandonata possa diventare il centro di un nuovo modello di sviluppo.

In che cosa consiste la tua attività? Parlaci in particolare delle tue capre. Che tipo di legame ha la tua attività con il territorio in cui si è sviluppata e che tipo di legame ha con la comunità in cui è immersa?

La nostra attività consiste principalmente nell’allevare capre e produrre formaggio a latte crudo utilizzando il latto-innesto e il siero-innesto che creiamo noi nel nostro caseificio.

Sulle capre…purtroppo è una nota dolentissima: prima avevamo una razza in via di estinzione a cui sono molto affezionato, ma purtroppo, non riuscendo ad avere scambi con altri allevatori che allevano quel tipo di capra, son stato costretto ad abbandonarla, e adesso stiamo cercando una razza più cosmopolita per non avere problemi di questo genere.

Le nostre capre comunque pascolano in base al tempo atmosferico circa 250 giorni l’anno per almeno 8 ore al giorno. Si effettua un pascolo guidato e condotto con me e cani pastore, oppure le

capre vengono condotte in grandi recinti mobili elettrificati di circa 5000 mq che vengono cambiati circa ogni 3/4 giorni a seconda della stagione e della vegetazione. Devo sempre avere sotto controllo questa situazione per garantire il benessere alle capre sia a livello alimentare che sanitario per la parassitosi.

Se tutto questo viene gestito con cura e attenzione ciò mi garantirà una buona produzione di latte e quindi un quantitativo di formaggio capace di garantire reddito per la mia famiglia.

D’inverno invece, quando non c’è vegetazione o c’è la neve, le capre stanno in stabulazione libera in una grande stalla comunicante con un’adeguata area paddock.

L’alimentazione delle capre si basa principalmente su fieno polifita e un poco di granella di mais, che servono a sostenere l’inizio della lattazione o il capretto in grembo quando sono gravide.

D’autunno il mais non viene somministrato perché la nostra area è piena di castagne e ghiande di roverella che, oltre ad avere un alto potenziale nutritivo, sono un cibo molto apprezzato.

Le capre vengono ingravidate tramite la monta naturale dal becco. A ogni gruppo di monta di circa 20/25 capre viene affidato un becco, in maniera da riuscire a tracciare una linea genetica favorevole tramite la discendenza per il tipo di allevamento che voglio attuare.

I capretti nascono circa 40 giorni prima della Pasqua e i maschi che non sono portati per diventare dei buoni riproduttori vengono portati al macello e venduti a privati o gruppi d’acquisto. Ci tengo a sottolineare che i capretti non vengono ammazzati a bastonate o sgozzati vivi nel macello, ma che per tale azione è presente un veterinario e personale formato ed esperto, e si cerca di limitare al massimo la sofferenza dell’animale.

I buoni riproduttori e le femmine vengono utilizzati per sostituire le capre o i becchi a fine carriera oppure venduti o scambiati con altri allevatori.

Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e quali le maggiori soddisfazioni che hai raccolto?

Le maggiori difficoltà incontrate, a parte gli eccezionali inverni rigidi e nevosi con temperature anche oltre i meno 16, o le primavere monsoniche con 20 o più giornate di pioggia consecutive, che oltre che influire negativamente sullo stato di salute sia fisico che mentale di noi allevatori influiscono negativamente anche sulla quantità di produzione e sullo stato di salute del bestiame, cosa che comunque un agricoltore o un allevatore deve per quel che possibile saper prevedere e mettere in conto per limitare il più possibile i danni e riuscire a mantenere comunque un buon benessere animale…. Oltre a questo, dicevo, le maggiori difficoltà sono state nel farsi accettare dai cosiddetti autoctoni, e sconfiggere le loro diffidenze, perché per molti di loro i neorurali son tutti drogati, hippy e cosi via.

Pensa che una volta stavo stavo picchiando nel terreno un centinaio di pali in castagno con una mazza di ferro, e nella montagna si produce un’eco. Ecco un lavoro molto faticoso, che è stato interrotto da una telefonata di alcuni funzionari comunali che volevano sapere cosa stavo facendo dato che nel paese sottostante si era sparsa la voce che stavamo facendo un concerto coi bonghi.

Poi c’è il discorso che comunque oggi questi luoghi vengono visti esclusivamente come luoghi di villeggiatura e quindi le capre sono viste come il pericolo, la catastrofe, perché si mettono a mangiare le rose, i gerani o gli orti dei vicini, cose che ammetto possono succedere sporadicamente, perché nonostante tutto l’impegno e la buona volontà che ci mettiamo può succedere, e sono disposto per il quieto vivere a venire incontro a queste persone. Però è anche vero che in una montagna esistono anche cervi, caprioli e camosci, che se vedono delle belle foglioline fresche di rosa o delle foglie di broccolo non è che si fanno troppe domande, e se le mangiano. Ma la colpa come avviene da secoli deve sempre ricadere sulla povera capra espiatoria… E mi domando sempre se una rosa o un geranio mangiucchiato vale quanto un luogo che era destinato all’abbandono e al degrado e che invece è vivo, produttivo e utile alla comunità e alla biodiversità.

Le maggiori soddisfazioni invece son derivate proprio dal fatto di vedere un luogo abbandonato da più di 30 anni tornare a vivere, perché è sempre voluto essere un luogo aperto alle donne e agli uomini di buona volontà, di questa terra e non solo. Dagli scout alla gente comune, passando per il Movimento, gente che se si fosse discusso davanti a un tavolo magari non si sarebbe neanche guardata in faccia, ma che davanti al fare, nel dare il fieno alle capre, o tagliando delle felci, hanno trovato la maniera di confrontarsi e di parlare.

Altre soddisfazioni sono venute dalle capre: grazie a un utilizzo razionale dei pascoli, all’applicazione delle teorie imparate in Francia, e a una mirata alimentazione nel periodo invernale siamo riusciti a ottenere degli ottimi risultati produttivi senza stressare l’animale sia dal punto di vista del latte che dei risultati riproduttivi e sanitari, per una razza autoctona e a rischio estinzione. Cosa che comunque e purtroppo non è abbastanza se non c’è un collettivo o un ente che ti supporta per migliorare gli obiettivi.

Un’altra soddisfazione è stata nel fatto che alcuni professori lungimiranti di diverse università di agraria e di veterinaria italiane e francesi, venute a conoscenza della nostra realtà, hanno mandato da noi gli studenti per effettuare tirocini e stage, e vedere il loro stupore quando hanno capito finalmente che è possibile e sostenibile economicamente e da tutti i punti di vista un’altra maniera di allevare al di fuori delle agroindustrie… Certo ci vuole molta fatica in termini di razionalità, e impegno nel trascrivere ed elaborare i dati di ciascuna capra, bisogna essere coscienti che si ha a che fare non con macchine ma con esseri viventi per i quali non è abbastanza una formula matematica per fare una razione alimentare o un formaggio… Certo, sono ore in più sottratte al già poco tempo libero dell’allevatore, ma il risultato è che un altro tipo di allevamento è possibile, e che attuando anche questo tipo di metodo alla caseificazione abbiamo ottenuto riconoscimenti di qualità a livello nazionale sui nostri prodotti.

L’apparato normativo ha favorito o ostacolato la tua attività? Puoi farci degli esempi pratici?

L’apparato normativo e burocratico è una jungla, e abbiamo incontrato di tutto.

Ci sono dei controllori che sembra che esistano solo per sanzionarti, altri per fortuna che abbiamo incontrato cercano invece di spiegare la legge e di trovare insieme delle soluzioni per risolvere i problemi, perché la legge dev’essere interpretata, bisogna stare molto tempo a capire il significato di una norma. Le leggi sono molto complicate sia per noi che chi per chi deve farle attuare, bisogna capirne il significato.

In più oggi il potenziale consumatore è più soggetto rispetto a un tempo a certe patologie, perché vive in un mondo dove tutto è sterile e quindi noi produttori dobbiamo avere maggiori attenzioni.

Poi c’ è il fatto che i piccoli produttori siano poco propensi e abituati a coalizzarsi, e questo fa sì che numerose leggi siano fatte ad hoc per il controllo delle grandi industrie, e anche i piccoli che hanno dei problemi completamente diversi sono costretti a subirle, cosa che non accadrebbe se davvero ci fosse un’unione.

Ad esempio dobbiamo ringraziare le lotte dei francesi, che sono più abituati alla coalizione e più numerosi, se oggi in Europa possiamo mangiare ancora formaggi a latte crudo, perché qualche anno fa le direttive europee andavano drasticamente verso il segno opposto.

Altre difficoltà le ho incontrate dal Comune quando ad esempio ho dovuto fare delle ristrutturazioni e l’alpeggio in cui sono risultava sul piano regolatore come area boscata, mentre un alpeggio a fianco, abbandonato da 50 anni e in cui è stata piantata una pineta risultava alpeggio. Nonostante la cosa fosse evidentemente uno sbaglio, ho dovuto fare un ricorso in regione con conseguente perdita di tempo e denaro, sottratto alla mia attività e alla mia famiglia.

Altro discorso sono poi le indennità compensative: ho preso delle multe che ho dovuto pagare perché ormai va di moda fare i controlli aerei, dato che “camminare fa male”! Hanno visto che la superficie di pascolo dichiarata non coincideva con quella secondo loro effettiva, peccato che queste fotografie aeree vengono fatte in primavera ed estate, quando la vegetazione è nel pieno della sua forza: io non ho voluto tagliare gli alberi per il benessere animale, cioè per la creazione di zone d’ombra in cui le capre potessero mangiare senza essere colpite dall’irradiazione diretta del sole, quindi le chiome rigogliose di questi alberi una parte di strato erboso, e per il controllore aereo vale l’equazione “dove c’ è albero non c’è pascolo”. Se fossero venuti a piedi chissà se sarebbe stata valida quell’equazione…

L’ apparato normativo ci ha invece aiutato con il piano di sviluppo rurale della comunità europea; sono dei contributi a fondo perduto che vengono distribuiti ogni 7 anni e sono l’unico sostegno diretto all’agricoltura previsto. Hanno dei rigidi protocolli da rispettare per accedere, e anche lì sono un labirinto di norme, ma penso che almeno il premio d’insediamento per i giovani agricoltori sia una cosa buona. Per il resto dei contributi (ammodernamento, diversificazione aziendale, attrezzatura) bisogna ben valutare, perché sono contributi al 40% 60% del valore dell’opera, e il lavoro deve farlo un’impresa, anche se per una piccola parte è prevista la possibilità del lavoro in economia. Insomma da valutare attentamente, avendo ben chiara in tutti i termini l’opera che si vuole realizzare.

Quali canali di distribuzione hai utilizzato? E di comunicazione?

Per la vendita dei nostri prodotti privilegiamo la vendita diretta in azienda perché per noi è importante che il consumatore possa toccare con mano la nostra realtà e capire realmente la storia che sta dietro al nostro formaggio. Riforniamo anche un negozio di prodotti locali in centro del paese, partecipiamo a fiere di settore (Cheese, Fa’ la cosa giusta…) e serviamo diversi GAS.

Pensi che la tua sia un’attività politica?

Sì decisamente la nostra è anche un’attività politica.

Penso che quando ci sarà un cambiamento radicale della società bisognerà essere preparati a un nuovo modello di organizzazione e di produzione che possa garantire una buona vita al nuovo che arriverà, e il ruolo che avranno i luoghi di produzione primaria sarà importante quanto quello dei luoghi di produzione industriale.

Col nostro lavoro si dimostra concretamente che un’altra forma di produzione è possibile. Certo richiede sacrificio e impegno, ma il mondo nuovo purtroppo non ce lo regalano. Anzi, ben vengano decine e decine di laboratori come il nostro, dove si possa sperimentare, provare, sbagliare e ricominciare, domandandosi passo dopo passo se questo possa portare a un mondo fatto di libertà, solidarietà, giustizia sociale e uguaglianza. Sono favorevole alla creazione di reti comunicanti con tutti i settori dove si possa sperimentare un vero mutuo-aiuto, una vera economia dal basso, occupando tutti gli spazi d’azione possibili, per dare la forza del fare ai nostri ideali.

Un’altra cosa che facciamo è il voler essere un presidio di memoria: la nostra azienda sorge su un sentiero chiamato Chiovini, da nome di un comandante partigiano, che pulisco ogni anno da alberi caduti e erba alta. È un percorso di nove giorni nei sentieri che utilizzavano i partigiani, e porta alla Casa della Resistenza di Fondotoce, che ricorda l’eccidio di 43 partigiani. Ecco noi spesso organizziamo eventi che riguardano questi fatti, e per anni abbiamo organizzato il 25 aprile, perché la memoria non dev’essere cancellata. Qui purtroppo viviamo nella condizione che il benessere legato al turismo alemanno e al lavoro dei frontalieri in territorio elvetico ha fatto sì che la maggioranza si sia dimenticata dei massacri effettuati in queste zone. In un comune qua vicino, luogo di una terribile strage adopera di fascisti, alle scorse elezioni si è presentata una lista di chiara ispirazione neonazista, in altre parti è presente Forza Nuova coi suoi manifesti deliranti contro la resistenza e i partigiani, e cosi via… quindi penso che anche il lavoro di tener viva la memoria sia importante.

Tu e la tua famiglia come avete conciliato la vostra vita di agricoltori in montagna con altre esigenze, come ad esempio l’istruzione per le tue figlie o le cure mediche?

La nota dolente…

Per la scuola, dato che non siamo facilmente raggiungibili dal centro abitato (circa un ora a piedi) avevamo pensato che le nostre figlie potessero effettuare una frequenza parziale degli istituti scolastici con continuazione a casa del programma scolastico. Avevamo proposto di dotare, anche a nostre spes,e la classe che avrebbe dovuto frequentare nostra figlia di un computer con webcam, in maniera che nei giorni in cui si era impossibilitati a frequentare si potesse lo stesso seguire la lezione. Purtroppo questa richiesta non è stata approvata dalle autorità scolastiche e comunali, perché i pregiudizi non muoiono mai… Nonostante tutto il lavoro da noi svolto anche con scolaresche, gruppi scout, e università in questi anni, in queste zone del prender capre rimane l’idea del libro “Padre Padrone” e c’è sempre la denigrazione del mondo rurale. Si è molto più considerati se si costruisce l’ennesimo albergo a 5 stelle piuttosto che recuperare a proprie spese un pezzo di memoria storica abbandonata da trent’anni facendo un servizio per la collettività con la salvaguardia del territorio. In un contesto storico in cui ogni giorno si sente dire che i giovani non fanno niente

e sono privi di ideali, che bisogna tornare alle campagne, al recupero delle tradizioni… cosa fa lo stato borghese? Una volta che ha la possibilità di trovare quello che tutti i media dicono, non offre

i servizi essenziali che faciliterebbero il ritorno alle campagne, a una diversificata occupazione lavorativa in un contesto di crisi come questo, a una nuova cura e gestione più partecipata del

territorio. Che dire, la scusa del rifiuto è la cosiddetta socialità, ma ci domandiamo se l’unica socialità ammessa sia per forza quella scolastica: noi in tutti questi anni abbiamo ospitato decine di bambin@ amici delle nostre figlie, fanno sport, e d’estate frequentano campi-avventura e altri progetti. Crediamo però che sia importante che le nostre figlie possano vivere anche nel contesto del nostro progetto, perché è giusto che abbiano la possibilità di vedere che esistono anche altre realtà oltre a un mondo che ti giudica in base a che macchina hai, o che vestiti porti.

Purtroppo se la situazione rimane questa saremo costretti a trovare una soluzione invernale per la nostra azienda nei paesi più a valle per risolvere la questione della scuola, perché l’ istruzione delle

medie richiede tantissimo tempo e con 3 bimbe, le capre e il formaggio non è facile.

Anche se ogni anno fin’ora le nostre figlie han svolto gli esami nei plessi scolastici con ottimi risultati… Certo si potrebbe fare una lotta per questo, ma con tutto il lavoro che abbiamo non ne avremmo il tempo, e poi siamo sicuri che poi le nostre figlie non respirerebbero un clima di ostilità? Questo è un problema dei piccoli paesi, dove si conoscono tutti, ci sono forti legami anche di parentela, e chi viene da fuori per sempre sarà “quello che viene da fuori”.

Sei felice della tua scelta? Cosa diresti a un giovane che vuole imboccare una strada simile alla tua?

Sei felice? che domandona!

Sono contento. Contento di riuscire a fare un lavoro che mi piace e di contribuire nel fare al cambiamento di questa società.

Ai giovani dico che anch’io sono giovane, che con l’impegno è possibile svolgere questa attività, ma prima di cominciare, qualsiasi siano gli studi intrapresi, è meglio svolgere almeno un anno di pratica presso diverse aziende agricole, per capire se davvero l’allevamento può essere una strada da intraprendere, dato che il bestiame lega comunque molto in tutti i sensi, e che questa attività sarebbe sempre meglio, dal mio punto di vista, svolgerla in una forma associata, una cooperativa o qualcosa di simile, per far fronte alla moltitudine d impegni e riuscire a diminuire i carichi e i tempi di lavoro, e liberare tempo da dedicare al riposo, a un hobby, a un viaggio o al tempo per la propria

famiglia..

Pensi che Expo c’entri qualcosa con la tua attività?

Per quel che riguarda l’Expo non avevo grandi speranze nonostante il bello slogan, non capisco cosa c’entrino tutte quelle grandi opere, quelle cementificazioni, quegli sponsor e le grandi

agroindustrie…. Sinceramente non so neppure se c’è uno spazio dedicato ai piccoli produttori, qui non è arrivata nessuna comunicazione in merito.

Come al solito mi sembra una cosa calata dall’ alto in cui non sono stati ascoltati per primi i cittadini, come poi dimostrato dalla grande partecipazione ai movimenti sulle vie d’acqua. E come ciliegina sulla torta le sponsorizzazioni di mc donald e cocacola sembrano una presa in giro del motto, dato che queste multinazionali appartengono comunque alle lobby delle grandi agroindustrie responsabili di devastazioni e sfruttamento lavorativo, dei brevetti di semi…..

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