Taglio nelle consegne dei vaccini – Business is business?

“In un mondo normale diremmo grazie alla Pfizer per il vaccino,
sequestreremmo il brevetto con la forza,
e costringeremmo tutte le aziende farmaceutiche ad attrezzarsi per produrlo.
In un mondo normale”.

Prendiamo in prestito dai social questo sfogo sull’attuale vicenda Pfizer, che la dice lunga sullo stato d’animo di tanti di fronte a questa vicenda surreale.

Ma facciamo qualche passo indietro per provare a comprendere meglio l’intera vicenda. Il 15 gennaio inizia a circolare sui media la notizia dell’intenzione del colosso farmaceutico Pfizer di tagliare unilateralmente la distribuzione delle dosi di vaccino in Europa.

Nella sua prima nota, la casa farmaceutica americana parla di “un piano che consentirà l’aumento della capacità produttiva in Europa” e per questo motivo “…il nostro stabilimento di Puurs, in Belgio, subirà una temporanea riduzione del numero di dosi che saranno recapitate nella prossima settimana”.

La notizia diventa una vera e propria valanga mediatica: dai grandi media mainstream fino ai piccoli giornali di provincia, tutti, ovunque, ne parlano. E molti iniziano a chiedersi quali siano le reali motivazioni dei tagli alle forniture.

Qualcuno ipotizza che, basandosi l’accordo tra stati e multinazionale sulla consegna delle dosi e non delle fiale, il fatto di aver autorizzato la possibilità di prelevare da ogni fiala sei dosi invece che cinque (ricavando nei fatti una dose extra da ogni fiala) avrebbe portato Pfizer a decidere di ridurre le forniture.

Un articolo de “Il Fatto Quotidiano” di oggi sostiene invece che, stando a un documento del Ministero della Sanità tedesco reso pubblico a seguito di un’interrogazione parlamentare della SPD sulla vicenda dei tagli, il rallentamento nelle consegne è la conseguenza di un ordine esecutivo di Donald Trump che obbliga gli stabilimenti americani di Pfizer a rifornire prioritariamente gli States. In questo modo, gli stabilimenti europei della multinazionale dovrebbero farsi carico non solo delle dosi per l’Europa, ma anche di quelle destinate a una fetta consistente del resto del mondo.

Altri ancora ipotizzano invece che Pfizer abbia deciso di privilegiare i paesi che pagano di più, come ad esempio alcuni stati arabi. Ma queste, per il momento, restano supposizioni.

Il dato certo, e che genera crescente imbarazzo, è che i contratti di fornitura tra Unione Europea e colossi di BigPharma sono, nei fatti, secretati, neanche si trattasse dei piani di attacco della NATO durante la Guerra Fredda. Emerge che ci sarebbero delle pesanti penali da pagare da parte dei fornitori se questi non rispettassero la consegna di dosi pattuite nell’arco di un trimestre. Ma è troppo poco per azzardare valutazioni.

Di fronte a questa paradossale situazione, in Italia, tanto per cambiare, ognuno dice il contrario di tutto. Il Commissario Arcuri annuncia un esposto contro Pfizer di cui si starebbe occupando l’Avvocatura Generale dello Stato. Secondo fonti giornalistiche, l’intenzione italiana di procedere per via legale contro il colosso americano avrebbe sollevato più di una perplessità a livello europeo.

Assistiamo poi a dichiarazioni surreali come quelle del Governatore leghista del Veneto Zaia, che improvvisamente si scopre amante del socialismo reale ed emette una dichiarazione roboante del tipo: “Vergognoso tagliare le forniture”. Una dichiarazione che di per sé sarebbe assolutamente condivisibile, se non venisse da una forza politica che ha sempre esaltato le doti salvifiche del “fare impresa” da parte dei privati additando l’intervento dello Stato come causa di tutti i mali.

Al di là delle varie prese di posizione e dei veri motivi dei ritardi nella distribuzione delle dosi resta il fatto che, come se nulla fosse successo e non ci trovassimo di fronte a una gigantesca emergenza sanitaria che passerà alla storia, abbiamo lasciato (ancora una volta!) in mano ai privati la soluzione della pandemia. E si sa che, per i privati, la parola d’ordine è sempre la stessa.

“Business is business!”.

Inutile dire che molti, anche tra noi, avevano ampiamente previsto un tale evolversi degli eventi. L’8 novembre, nel dibattito “Dignità, cura e salute ai tempi del Covid” organizzato da Mutuo Soccorso Milano APS, Vittorio Agnoletto dichiarava profeticamente:

“Siamo in emergenza mondiale e che cosa accade? Abbiamo 230 ricerche sui vaccini, ognuna che va per conto suo. Abbiamo gli stati che scommettono sui vaccini, sborsando moltissimi soldi alle multinazionali farmaceutiche in gara e ovviamente con ben poco riguardo nei confronti dei paesi che non possono permettersi tutto ciò. Abbiamo la legge del più forte e del più prepotente che vince con Trump che a giugno ha acquistato tutta la produzione di Remdesivir (un farmaco che serve nella fase avanzata della malattia) della Gilead (azienda biofarmaceutica americana, ndr.) per i prossimi quattro mesi lasciando sostanzialmente sguarnito il mercato. […] Perché i Governi, anziché concorrere l’uno con l’altro e concorrere con le multinazionali, non hanno chiesto la modifica della proprietà intellettuale presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio? Quando ci sarà il vaccino partirà la corsa e non tutti potranno averlo! […]”.

Tutto come previsto, quindi.

Amara soddisfazione comunque averci visto giusto per l’ennesima volta senza però essere riusciti a strutturare una battaglia di massa all’interno della società per metter in atto un cambio di paradigma nella gestione del sistema sanitario e non solo.

Alla fine, si rischia di fare la fine di Cassandra nell’Iliade.

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