ZAM – 7 anni e qualche racconto


Il muro di Via Sant’Abbondio, casa di ZAM dall’Ottobre 2014.

Zam, uguale Zona Autonoma Milano, è un punto di incontro, è come una seconda famiglia per i molti ragazzi che vivendo il disagio della periferia vogliono sfuggire alle logiche di povertà e delinquenza. In questo spazio sottratto al mercato immobiliare si possono fare tante cose, dall’imparare a suonare e a cantare, fino a produrre la birra…per non parlare di quante persone si possono conoscere.

Per me, ZAM è qualcosa di più di un centro sociale. E’ un’entità che ti permettere di crescere e migliorarti, di confrontarti, è molto molto meglio di qualsiasi altra scuola. Questa è la dimostrazione che tante volte uno spazio sociale serve, anzi è fondamentale per la crescita di noi giovani che – arrabbiati e delusi da uno stato sempre più privato – cerchiamo di sognare un futuro più socievole e più sociale.

Milano Sud nei sui tratti distinitivi

FERGI – ZAM THROUGH THE EYES OF A COMMIE
zona autonoma milano, i remember the first time i saw that place ..so cool nomadic!..just a normal squat Place..well..its only the outside appearance …most of the time people says that we got everything…ma una cazzatta..,those are nothing without someone that is responsible enough for the productiveness of the place..and it could be destructive on the other side..zam is i could say Capable of saving human from their self destructive traits(just my point of view)..a place were they(we)-think-takes care for the Children,Women, and Elderly …and even the merda di vasalia-basaglia(ooh fanculo non mi ricordo il nome)…most of the time people dropby smokeweed,hit some bongs and Cillum a manetta in salotto for shiva, just to help us to eliminate negativity that poeple bring from the outside world..the place is too cool to handle that some feel so much at home and forget their belongings….its a dirty shitty place for someone who live in luxurious habitat but for the people who have blood of militant,artist,craftsman,nature lover,animal lover,woman lover,gay lover, monk or people who lived their life trying to change the world THIS PLACE IS FOR YAh BABYY AND ALSO FOUNTAIN OF LIFE..but remember,its all up to us..if you, a person do not even think any C,W,E and merda di vasallia,its not the place for you..you could go fuckyourselves and read more books of Marx, Lenin, or Mao…the other good thing and the most important thing of this place is we have this so called underground meeting,were we organize activities,programs for the week and sometimes the planet mercury brings us some of her master piece cake that is so sweet made with love and dirty hands (kidding!!)communication is a MUST..we will never go forward without communication..any person who have might the rocketscience-bright idea should spread to collectives OR just show the pratica non solo teoria…personally its a perfect place to practice socialism for a prolet who’d injected capabilities-skills of most working class(electrician,medics,mechanics,urban grower,designer,welders-Blu collar jobs) in their veins..but it should be driven by the principles of M,L and Maoist…se no, diventi un furbetto in the eyes of the collective…it should be Selfless..not selfish…some of the 3years life in the zam i found myself in the meeting of the uncany X-MEN..where every mutant has its unique capability of saving human from extinction-devolution..for example there is huge guy big as a grizzly bear that throw high kicks and a believer mariomolotovism..other one is tall and skinny figlio di colombo who could telepathically motivates you do stuff that you never done before..he never smokes pot but i doubt,i think he smokes greencrack from humbolt seed da nascosto…the feminist group love this place, most of the time we pratice feminism..like for example men do manicure for girls..or men cook for women..i think most of the time we (men) turns to be la puttana ..and we like it..i think its time for men to be la puttana.. we always cook for them- the chef smokes a lot of cillum and so fucking feminine,..we have this gym and i could say you could live like a monk in this magnificent ZAM,for me i could become a ninja if i could just concentrate on training..just like any humanbeing… they have wallclimbing stuff to train you to climb like a comodo dragon and some bags to helps you kick like Buakaw and punch like Pacman..anyways i think this would be enough to answer what is ZAM..if you there reading this article i hope its not too late..come visit us..peace love and serve the people..
IAGGI – SOGNO DI UNA NOTTE DI INIZIO OTTOBRE
Esattamente quanto costa amare un centro sociale?
Questa domanda potrebbe essere tranquillamente virgolettata essendo una citazione da una celebre canzone dei 99 Posse, potremmo quasi definirla l’inno non ufficiale dei centri sociali italiani. Di fatto pone una domanda molto chiara le cui risposte potrebbero essere molteplici a seconda di quale aspetto della vita militante si intenda mettere sotto il riflettore. Ad esempio una risposta potrebbe essere una denuncia penale :), un’altra potrebbe essere tantissima fatica e tempo della propria esistenza da investire ed un’altra ancora invece potrebbe essere che ad importare è la possibilità concreta di partecipare ad un processo orizzontale di sviluppo di idee e progetti che in altri luoghi e tempi non avresti mai la possibilità di sperimentare… la presa di coscienza che è possibile costruire un mondo differente da quello consumato dal capitalismo in cui viviamo, un mondo dove non esistono barriere di nessun tipo e dove gli unici nemici sono l’intolleranza e la discriminazione.
Sono passati più di 3 anni da quella prima notte, ma come potremmo dimenticarla? Quella prima notte in cui abbiamo deciso di difendere con i nostri corpi lo spazio che avevamo appena liberato… una struttura grigia nella periferia sud di Milano, un palazzetto grigio abbandonato in una vietta che finisce in un parco…
Nei mesi precedenti all’occupazione eravamo stati costretti ad incontrarci nei parchi e nelle piazze per portare avanti le nostre attività, le abitudini legate allo spazio precedente erano state spezzate e volteggiavano prive di forma nelle nostre teste: avevamo bisogno di un posto dove costruire una nuova quotidianità, che potesse diventare parte della vita di un quartiere lontano dal centro e dalla gentrificazione.
Dovevamo trovare il luogo per riorganizzarci e cambiare. Finalmente lo trovammo.
Lo spazio di via Sant’Abbondio era abbandonato, freddo e buio. I raggi del sole non vi penetravano da anni perché bloccati da pesanti lamiere metalliche saldate agli infissi, simbolo dell’abbandono urbano tipico della città di Milano dove la speculazione edilizia sta nel CV di tantissimi imprenditori locali. Sul bancone del bar c’erano ancora dei mazzi di carte e svariate bottiglie di alcolici impolverate, ultimi testimoni della vecchia vita dello stabile: il vecchio circolo Carlo Porta.
Una stanza era inagibile per via di un cumulo enorme di mobili di ogni tipo, il sotterraneo era occupato da ogni tipo di muffa presente sul nostro pianeta e la stessa pianta dell’edificio non aveva forma. Ogni cosa del posto era restìa al cambiamento, sembrava che non avesse gradito la nostra intrusione. Ma non avevamo alternative, dovevamo risvegliare il bestione finito in letargo da anni e ridargli una prospettiva, ridargli dignità e restituirlo alla cittadinanza.
Malgrado molti di noi non avessero la minima idea di dove cominciare, la necessità di spazi di socialità in un quartiere come quello di Chiesa Rossa era una sfida che non avevamo intenzione di rifiutare.
Così, dopo una lunghissima giornata di assemblee con il quartiere, lavori di pulizia e “ristrutturazione”, decidemmo di rimanere a dormire lì quella notte: eravamo un numero esiguo di persone in gran parte composti dai ragazzi del Laboratorio Hip Hop. Lo spazio offriva distese di vetri rotti come giaciglio ma non ci importava perchè il nostro progetto che fino a quel momento avevamo solo in mente poteva prendere forma, potevamo finalmente mettere in piedi tutte quelle idee che per qualche mese avevamo custodito e condiviso. Finalmente potevano diffondersi e realizzarsi, era solo questione di tempo. Eravamo tutti su di giri e non facevamo altro che ispezionare lo spazio immaginandoci il collocamento delle varie attività “cazzo raga, ma questo posto è bellissimo! …qui potremmo chiudere con una parete di cartongesso e creare un vero e proprio luogo ad hoc, e questo stanzino sembra preciso preciso per diventare la cabina di registrazione del nostro futuro studio!”. Tra milioni di brindisi trovammo la via del riposo in una stanza piena di vetri, segno inequivocabile della noia di periferia… quella noia che hanno tutti i ragazzi e le ragazze che nascono e crescono in un territorio dove oltre alle panchine del parco c’è ben poco… Questo sarebbe diventato il nostro carburante.
Non vogliamo fare gli eroi, fu solo grazie ai materassini che riuscimmo a scampare la prima notte.
La mattina ci svegliammo col morale altissimo, e andammo a fare colazione nel bar più smarzo della zona (purtroppo ora chiuso). La colazione rese onore al momento vittorioso: un caffè e una brioches industriale riscaldata parevano le delizie del profondo sud. Sapevamo che c’era tantissimo lavoro da fare, sapevamo che saremmo riusciti a cavare fuori il meglio dal peggio, e abbiamo imparato a fare un sacco di cose perchè non avevamo alternativa, avevamo la necessità impellente di concretizzare i nostri sogni… e detto tra di noi senza quell’impellenza, senza tutte le difficoltà, difficilmente avremmo accumulato tutta l’esperienza di cui ora godiamo.
Era magnifico, avevamo delle idee ed ora anche un luogo dove condividerle e praticarle. Avere poi un collettivo solido alle spalle fu la ciliegina sulla torta.
Eravamo felici, un po’ disorientati dall’ampio ventaglio di possibilità che si apriva davanti a noi, ma eravamo sicuri di cosa dovevamo fare: la Zona Autonoma Milano.
p.s.
Considerazione di un labber:
La mia coscienza politica è diventata forte negli ultimi tempi, grazie al lavoro di via S.Abbondio.
Inizialmente mi avvicinai a ZAM perchè amavo l’hip hop e volevo sviluppare le mia capacità, e non immaginavo che mi avrebbe coinvolto così tanto. La vita politica del collettivo era solo una fonte di ispirazione per i miei testi, molte cose che per istinto non accettavo venivano affrontate nelle assemblee, venivano analizzate su più livelli, da quello più personale a quello più collettivo. Il laboratorio hip hop è nato con l’obiettivo di includere chiunque fosse interessato e dargli la possibilità di esprimersi sopra i beat. Ai tempi questo per me era un concetto semplice, quasi una circostanza della nostra vita di lab, e facevo fatica ad attribuirgli l’importanza di adesso. Dopo anni di registrazioni, incontri e progetti ho una visuale ampia del quartiere, capisco il punto di vista di molti abitanti e ho sviluppato un senso di appartenenza dovuto alle mille esperienze maturate. Ho compreso il valore dell’agire politico legato alla creazione di comunità resistenti, e ogni giorno ne posso notare nuove sfaccettature. Ogni giorno lavoro per costruire questa comunità, che ho capito essere persistente quando mi sono trovato a doverla difendere dai fascisti, dalle incomprensioni, e dalla mia stessa pigrizia.
Oggi ringrazio tutto il collettivo ZAM per quello che mi ha insegnato e cerco di continuare il percorso nel modo migliore, in qualcuno degli infiniti ambiti.
IaGgi
GIORDI – LE STRADE E I QUARTIERI SONO DI CHI LI VIVE
Era una serata fredda e umida come tante altre giornate autunnali.
Ci eravamo dati appuntamento alle 18 per preparare il materiale. Manifesti, colla e scope.
I minuti passavano e la sala di Zam continuava a riempirsi. Eravamo tutti carichi ed euforici per il giro di attacchinaggio nelle vie del quartiere. Il manifesto citava: “Contro fascismo e capitale, resistenza popolare”. Uno slogan semplice ma che andava diritto al punto. Lo scopo di questo attacchinaggio era quello di lasciare un messaggio e di “mostrarci” alle persone che vivevano quelle strade, strade di periferia che rappresentano lo specchio della nostra società, tanto vive e autentiche quanto contraddittorie e difficili.
L’appuntamento con GTA e Caab era alle 19 in Piazza Abbiategrasso. Al nostro arrivo cominciavo a rendermi conto del numero di persone che questa iniziativa aveva convogliato: famiglie, ragazze e ragazzi di tutte le età e da ogni provenienza, che nonostante il freddo, avevano deciso di attivarsi e non rimanere a guardare in silenzio il rigurgito fascista che da tempo tenta di risalire, seminando ignoranza e odio nei quartieri più in difficoltà.
Il gruppo era davvero variegato: teatranti, ragazzi della palestra popolare, gente del quartiere, studenti e studentesse che erano lì per praticare e divulgare l’antifascismo dal basso. Ci muovevamo compatti e uniti, tra le risate e le chiacchiere. Passavamo tra le persone che incuriosite si fermavano a leggere i manifesti attaccati ai muri spogli, alle fermate dei tram, sulle vetrine abbandonate. Le reazioni dei passanti erano sempre di incoraggiamento e questo ci dava la carica per continuare.
Dopo ore i quartieri di Stadera, Chiesa rossa, Gratosoglio e Barona erano stati ricoperti di manifesti e i nostri secchi e carrelli erano sempre più vuoti.
In questa occasione, come in tante altre ho avuto la fortuna di capire cosa significa sentirsi parte di un gruppo e di una comunità. Avere la sensazione di essere con le persone giuste, a fare la cosa giusta, per quanto piccola possa sembrare. In effetti per me Zam rappresenta proprio questo, l’alternativa a questa società sempre più disgregata, un nuovo modo di vivere insieme e di mettersi alla prova quotidianamente. Un luogo dove la tua immaginazione può trovare uno sfogo e unirsi all’immaginazione dei tuoi compagni e delle tue compagne.
Immaginare un mondo nuovo e migliore è un esercizio rivoluzionario che ognuno di noi deve ricominciare a fare, così come resistere e lottare davanti alle ingiustizie che quotidianamente subiamo.
In sette anni il Collettivo Zam ha subito molti cambiamenti e sgomberi ma non abbiamo mai smesso di immaginare. Credo sia questa la nostra forza: la volontà di metterci sempre in discussione e di non arrenderci mai!
Lunga vita ai ribelli!
CESA&MELMO – RABBIA E LACRIMOGENI
Era stato chiamato un corteo dai compagni del csoa Dordoni a seguito di un’aggressione da parte di alcuni fasci che avevano mandato in coma Emilio, un vecchio compagno.
La risposta alla chiamata fu massiccia da parte di diversi gruppi antifascisti del territorio e anche con alcuni di noi labbers avevamo deciso di partecipare al corteo. Si percepiva una certa tensione, ma noi che ancora non avevamo partecipato a cortei di questo genere ci siamo andati pensando di poterci allontanare dalle situazioni più pericolose.
Già dal treno si inizia a percepire l’adrenalina e l’incazzatura generale per i fatti avvenuti e per i “dispetti” della celere in stazione. Lo spezzone milanese percorre carico la distanza tra la stazione e il Dordoni, dove ci aspettava un assembramento di persone ben superiore alle nostre aspettative. Oltre alla quantità, si notava come nessuno fosse li a perder tempo o saltare scuola, erano li per fare antifascismo. La partecipazione al corteo era bella variegata: anpi, centri sociali, sel, rifondazione, emergency, cittadinanza varia e di tutto un po’.
L’atmosfera sicuramente tesa ma fino a quel momento pacifica del corteo viene soffocata dal fitto lancio di lacrimogeni, che è iniziato dopo pochi passi dall’inizio della manifestazione e non si è interrotto fino, letteralmente, a esaurimento scorte.
Da questo momento in poi i ricordi della nostra sortita cremonese sono quasi esclusivamente fumo.
Appena il CS inizia a propagarsi nella via dove ci trovavamo scatta il panico generalizzato. Oltre al gas in sé, che ti strangola e ti acceca facendoti provare una sensazione che non auguriamo a nessuno, a spaventarci era il fatto che non avevamo la più pallida idea né di cosa stesse succedendo attorno a noi, né tantomeno dove scappare per evitare questo soffocante ignoto. Riusciamo a ribeccarci tra di noi e a svicolare verso un’altra strada dove il fumo in quel momento era meno denso. Con un altro nostro fratello cavernicolo individuiamo uno spiazzo dove l’aria era ancora respirabile, e decidiamo di fermarci un attimo a pensare sul da farsi e riprendere un po’ di fiato.
In quel momento la situazione ci sembrava paradossale: non avevamo idea di dove fossimo e tutto attorno a noi c’era un fumo denso e lacrimogeno che non rendeva l’esplorazione tra le opzioni più praticabili. Non ci ricordiamo bene come ma comunque a un certo punto siamo riusciti a individuare nella tossica foschia lo spezzone milanese, con quale dopo poco ci siamo mossi alla volta della stazione.
Lungo il tragitto notiamo dei loschi figuri su un ponte, che se non erano fasci quantomeno avevano dei gusti discutibili in ambito di abbigliamento e lo sembravano proprio, che però non interagiscono con noi, ma mettono in allarme un po’ tutti, vista anche la storiaccia che stava alle spalle della mobilitazione tutta.
Arrivati alla stazione tranquilli, sentiamo vociare: “arriva un corteo di fasci!”. Subito lo spezzone è allertato, nella foschia vediamo emergere una quarantina di sagome minacciose. Erano solo i compagni del Cantiere.
A distanza di alcuni anni questo è quanto ci è ricordiamo di quell’esperienza surreale, la prima tra le molte mobilitazioni a cui abbiamo partecipato insieme ai compagni di Zam.
Nebbia, lacrimogeni, panico generalizzato, inconsapevolezza di molte dinamiche e comprensione più che parziale di quello che stava succedendo.
Lo raccontiamo con un sorrisone sulla faccia ai nostri compagni seduti intorno alla stufa.
Alcune considerazioni
La fine del liceo e l’inizio dell’università sono stati un periodo in cui l’attività politica sembrava essere sparita dalla mia vita, e non riuscivo ad accettarlo serenamente. I compagni del collettivo del Vittorio Veneto, finita l’esperienza scolastica, non erano più compagni (o meglio lo erano a parole ma non nei fatti) o erano di qualche anno più piccoli ed erano ancora al liceo, il centro sociale più vicino alla mia scuola aveva delle pratiche che proprio non mi entusiasmavano e avvicinarmi a qualche gruppo di giovani democratici mi disgustava, quindi mi ero un po’ rassegnato al non attivismo.
L’essere entrato a far parte del Lab mi ha dato la possibilità di trovare il mio spazio e il mio modo di fare politica, di conoscere a fondo la cultura e i valori che stanno dietro all’hip hop, a cui mi ero avvicinato per puro gusto estetico, e di entrare a far parte della comunità di Zam. Tutto questo ovviamente lo posso dire col senno del poi, mentre la mia partecipazione all’inizio era stata molto più inconsapevole: mi piaceva scrivere e fare i beats, ma farli da solo in cameretta non mi soddisfava.
Ho iniziato a frequentare Zam da quando stava in Santa Croce, ma la mia partecipazione più attiva è iniziata con l’occupazione del nuovo spazio in via S.Abbondio, avvenuta qualche mese prima del corteo di Cremona.
Partecipare al Lab, conoscere i compagni di Zam e le persone che ruotano attorno a questo luogo, lavorare per trasformare il cesso di posto che era nella sfavillante Rap Caverna che è adesso mi ha fatto crescere moltissimo da un punto di vista umano, politico ed artistico.
Il corteo di Cremona è stato uno dei primi gradini di questo percorso di crescita. Mi ha insegnato a capire che cos’è la solidarietà, a capire fino in fondo che cosa sono le strumentalizzazioni dei media, a iniziare a conoscere meglio quelli che oggi posso dire essere i miei compagni di Zam.
Da allora la mia frequentazione di Zam è aumentata e ho iniziato a partecipare anche alle attività non direttamente legate al Lab: attraversare quel luogo e condividere esperienze con le persone che lo rendono vivo ha cambiato il mio modo di ragionare, le cose a cui presto attenzione e il modo di relazionarmi con gli altri, mi ha dato tante occasioni per acquistare delle competenze e qualche occasione per trasmetterne a mia volta.
Ciò che rende diverso Zam da qualunque altra collettività di cui ho fatto parte e che me ne ha fatto innamorare è il fatto che qui avere un idea diversa dagli altri non solo non è malvisto, ma anzi è considerata come un potenziale arricchimento per tutti; è il fatto che chiunque abbia una buona idea, lo sbatti di metterla in pratica e la volontà di condividerla e renderla accessibile a tutti può farlo; è il fatto che qui non ci si inventa delle cose per riuscire a fare soldi, qui si cerca di fare qualche soldo per riuscire a fare delle cose, per riuscire a mettere in pratica delle idee.
Qui la collettività viene prima dell’individuo, ma ogni individuo è rispettato e riesce a esprimere le proprie potenzialità meglio di come potrebbe farlo in altri luoghi: ognuno ha la possibilità di realizzarsi e ha il dovere di facilitarlo agli altri.
viva il socialismo.

Pubblicato da Radaz2017, il 29 gennaio 2018 alle 11:43

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