Mal comune, mezzo gaudio: il contratto unico e la riforma del lavoro

La Fornero per fortuna non piange mentre annuncia l’imminente riforma del mercato del lavoro.

Forse dovrebbe.

In un panorama in cui sembra che questo governo possa decidere quello che pare e piace alla BCE senza la minima consultazione con cittadini e parti sociali, la ministra azzarda…

Peccato che le carte le conoscevamo da tempo. Peccato che questa sia una partita dove i trucchi sono noti a tutti ma non esiste un modo per far valere la correttezza.

Ha parlato di “discussione sull’articolo 18”, di contratto unico per aiutare chi è escluso da quello nazionale, di aiutare i giovani e le donne, di annullare il precariato…

Ma per favore!

Questo governo si è impegnato dal principio a trovare qualcuno che pagasse il prezzo del pareggio di bilancio e l’ha trovato. Sono le persone che hanno da sempre l’obbligo di pagare le tasse e di dichiarare fino all’ultimo centesimo di un reddito che è sempre troppo basso per mangiare in tranquillità sino alla fine del mese. Sono le persone che non hanno la tredicesima, le ferie pagate, la malattia pagata. Sono i soliti noti che hanno sudato anni e anni per avere una casa, hanno sudato senza averla, hanno fatto sacrifici per far studiare i figli e far loro avere una laurea che oggi non serve a nulla…Sono tutte queste persone, siamo tutte queste persone.

 

C’è chi ha il coraggio di lodare questo governo perché coraggioso.

Davvero emblematico l’uso della parola coraggio, quando in realtà si vede solo VIGLIACCHERIA.

Un governo vigliacco.

Il coraggio sarebbe stato fare ciò che finora nessuna precedente legislatura ha fatto per salvare davvero il paese e i suoi cittadini:

un evidente intervento sulle ricchezze e sui redditi alti attraverso una reale patrimoniale; un affinamento delle tecniche di accertamento dell’evasione fiscale, perché colpiscano soprattutto chi muove ingenti capitali (e che se beccato usufruisce del condono), e non prevedano solo pesanti oneri valutati attraverso studi di settore accolti soprattutto dalle imprese artigianali; un controllo quindi maggiore tra reddito dichiarato e patrimonio, sia per quanto riguarda le imprese che le persone.

Coraggio significa mettere un tetto alle retribuzioni alte, aumentare il costo del lavoro precario e diminuire il costo di quello a tempo indeterminato, non toccare l’articolo 18, ma soprattutto non realizzare un contratto unico che non darà ai lavoratori le sicurezze che essi meritano, ma abolire tutti i contratti e contrattini che altro non sono se non una moderna versione di sfruttamento edulcorata alla flessibilità.

Ma ancora, il vero coraggio è dichiarare il fallimento del sistema a cui abbiamo salvato il culo per tutti questi anni, un sistema che non si è mai curato del benessere reale delle persone, bensì di quello della finanza con la presunzione che la vita reale potesse essere assimilata dalla finanziarizzazione dell’esistente.

 

La storia non è così.

E chi ha sempre pagato il prezzo del sostegno ai mercati continua a farne le spese.

Basta con i sacrifici, Basta stringere i denti, Basta fare la fila alla mensa per i poveri perchè i soldi per mangiare non ci sono più, Basta subire! No a una riforma del lavoro basata sul Mal comune, mezzo gaudio.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.