On vaut mieux que ça – Considerazioni studentesche sul movimento contro la Loi Travail

13254480_818716311595634_1327652976598919607_nLe piazze di tutta la Francia, dall’1 Marzo a questa parte, sono state occupate da decine di migliaia di lavoratori, studenti, precari e disoccupati, uniti nella lotta contro la riforma del lavoro.
“On vaut mieux que ça” è lo slogan di un movimento che pareva una protesta come tante, isolata, che si è invece dimostrata capace di far convergere molteplici lotte in un’unica immensa mobilitazione.
Tante sono le rivendicazioni portate avanti in questi mesi dal popolo francese, il quale ha finalmente trovato un pretesto per ascoltare (e ascoltarsi), ma soprattutto per unire le esperienze individuali e andare alla ricerca di una soluzione collettiva e comune, a partire da questa riforma, ma proseguendo sulla scia di altre problematiche sociali importanti , tra le quali le politiche europee dell’immigrazione.
La legge “El Khomri”, che prende il nome dall’omonimo Ministro del Lavoro francese, segue le attuali prescrizioni dell’Unione Europea in ambito lavorativo, dettate sostanzialmente dalla crisi economica dell’ultimo decennio.
I principali punti proposti dalla riforma, analoghi a quelli sperimentati con il Jobs Act di Renzi, delineano un modello precario e deregolamentato del lavoro, favorendo le politiche aziendali di privatizzazione e “flessibilità del lavoratore dipendente”.
Tale legge mira infatti ad intervenire sul codice del lavoro francese, eliminando diritti conquistati dalle generazioni di lavoratori precedenti.

GIORNATA LAVORATIVA
La riforma si propone di aumentare il numero complessivo di ore lavorative settimanali oltre le quali è necessario pagare gli straordinari, da 35 suddivisibili in 12 settimane consecutive a 46 distribuibili su 16 settimane consecutive (48 in caso di sovrappiù produttivo).
Se dividiamo queste ore per le giornate di una settimana sembrano apparentemente giustificate, ma la verità è che non esiste un limite orario giornaliero, bensì solo settimanale; ciò significa che sarà possibile per un datore di lavoro trattenere un dipendente più di 10 ore al giorno, senza pagare straordinario alcuno, purché alla fine della settimana le ore complessive risultino 46.
Inoltre riduce il pagamento degli straordinari dal 25% al 10%, svalutando completamente il lavoro svolto in più.
Oltre a ciò è previsto un possibile frazionamento delle 11 ore di riposo obbligatorie, distribuendole tra un turno di lavoro e l’altro. In questo modo i lavoratori potrebbero perdere il diritto di “ozio” previsto e rivendicato da secoli, per cui ciascuno deve poter godere di un totale di ore soddisfacenti e consecutive di tranquillità.
Infine, nelle zone con elevata presenza di centri commerciali, è possibile prolungare l’orario di apertura fino a mezzanotte, sette giorni su sette.

LICENZIAMENTI E…”DIFFICOLTA’ ECONOMICHE”
La nuova legge definisce un range più ampio di motivazioni per cui un’azienda può licenziare un dipendente, ridisegnando il concetto di “difficoltà economiche”; tra queste sono comprese l’abbassamento del giro di affari e il calo di produttività lungo un intervallo di diversi trimestri, dando così la possibilità alle imprese di liberarsi in breve tempo della mano d’opera in eccesso.
Infatti non c’è alcun punto che definisca il numero minimo di trimestri, lasciando alle aziende la possibilità di attuare licenziamenti a causa di una minima perdita di redditività registrata in un breve periodo.
Inoltre tale calo non deve più verificarsi a “livello di gruppo”, bensì a “livello d’impresa”; un’azienda composta da più filiali potrà spostare facilmente la produzione da una filiale all’altra, dichiarando il calo di produttività per una di queste e licenziando i dipendenti “di troppo”.
Inoltre, in tali casi, essa non ha più l’obbligo di proporre il ricollocamento dei suddetti in un’altra filiale, come gli era prima imposto.
La riforma delinea inoltre un limite massimo di indennità (da 6 a 20 mensilità a seconda degli anni di anzianità) obbligatoria in caso di licenziamento illegittimo.
Prima i giudici del lavoro prendevano ad esame tali casi, li valutavano e imponevano il reintegro o il pagamento di una somma uguale o superiore alle 6 mensilità; in questo modo un’azienda non poteva prevedere quanto avrebbe dovuto pagare un licenziamento; con la riforma invece l’impresa è in grado di calcolare in anticipo il costo, essendoci un tetto massimo, e ha così la possibilità di agire in base a ciò che più gli conviene.

SALARIO DI DISOCCUPAZIONE
Nel 2015 L’Unedic, l’organismo francese che si occupa di erogare il sostegno economico destinato ai disoccupati, ha contato €25 miliardi di debito; il governo ritiene che i sussidi elargiti siano troppo alti, e che questa sia la principale causa del deficit.
La legge si propone quindi di ridefinire l’ammontare dei suddetti, facendo precipitare ulteriormente i disoccupati in condizioni economiche estreme.
Ma ciò che il governo francese non ci dice è che i contributi versati annualmente dai lavoratori risultano essere di valore superiore ai sussidi elargiti, e quindi le somme distribuite dall’Unedic vengono interamentre restituite allo Stato.
In realtà questo organismo è costretto a finanziare annualmente il 10% dei fondi del Pole Emploi (i centri di impiego), denaro che non può permettersi di perdere.
E mentre i disoccupati si assumono le responsabilità di colpe che non hanno commesso, lo Stato se ne lava le mani.
Nonostante le proteste e la mobilitazione la legge è stata approvata, mostrando così un totale disinteresse da parte del governo nel rispettare la volontà del popolo.
Come Rete Studenti Milano ci opponiamo a tale concezione del lavoro, dove i dipendenti sono soltanto numeri e tasselli da ordinare in un quadro più ampio, gestito e manovrato dalle imprese.

Rete Studenti Milano

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